domenica 25 novembre 2012

Chilam Balam (making of)


Kukulkàn è il nome che i Maya davano al dio Serpente. Egli lasciò la sua gente per intraprendere un viaggio verso i luoghi dai quali proveniva: prima di andare promise che sarebbe tornato. I Maya attesero il suo ritorno per oltre cinque secoli finché, un venerdì santo dell'anno 1519, non arrivò dal mare un uomo dalla barba bianca. I Maya lo accolsero come il loro tanto atteso Messia, e lo adorarono. Il suo nome era invece Hernán Cortés: un equivoco che finì per distruggere la  loro civiltà.
Se qualcuno ha avuto la pazienza di leggere tutte le cinque parti del racconto Chilam Balam, appena giunto alla sua conclusione, non avrà potuto fare a meno di farsi delle domande. Moltissime sono infatti le cose lasciate volontariamente in una sorta di sospensione forzata, una specie di limbo.  Cercare di dare delle spiegazioni a tutto, a mio parere, significava banalizzare eccessivamente la trama. Diciamo quindi che ognuno può elaborare la propria interpretazione della storia. Che cos’era quel luogo oltre la soglia? Qual è il significato dell’invecchiamento precoce del protagonista? Ma soprattutto chi era davvero colui che si faceva chiamare Kukulkàn, per quale motivo egli trascina il suo giovane amico in un’avventura del genere per poi, apparentemente, cambiare idea e abbandonarlo? Qual è il ruolo dei Maya in questa storia? È solo un caso che il mio racconto appaia su questo blog solo poche settimane prima del tanto annunciato evento relativo alla fine del calendario Maya? In questo “making of”, ve lo dico già da subito, non avrete risposte.

Quello che posso dirvi è che per la realizzazione di Chilam Balam è stato necessario un faticoso lavoro di documentazione. I nomi che sono comparsi nell’arco delle cinque puntate non sono campati per aria: basta fare un rapido controllo attraverso un qualsiasi motore di ricerca e ne scoprirete l’origine. Il Chilam Balam di Chumayel è un libro assolutamente reale, non me lo sono inventato, così come nella mitologia Maya è davvero presente un essere dalla testa di capra e il corpo di essere umano che risponde al nome di Chivo Huay, così come (e questo è ormai palese) non mi sono inventato Kukulkàn, forse più noto con il nome del suo alter ego azteco Quetzalcoatl. Ma chi è, o cos’è, Kukulkàn? È un uomo, un Messia, un Dio, oppure una semplice metafora? 
Secondo l’attuale custode della tradizione Maya, “KU” significa sacro, divino, il “KUL” è il coccige, la base della colonna vertebrale, dove risiede l’energia spirituale latente e “KAN” significa serpente. Il serpente, tra l’altro, è stato sempre considerato simbolo di trasformazione, grazie alla sua capacità di mutare la pelle, ed è stato associato al benessere fisico, spirituale e all'illuminazione. È quindi palese il collegamento con l’inizio di una nuova era, contrassegnata dal ritorno del Messia. Per inciso, volendo essere iconograficamente corretti, il dio Quetzalcoatl (dove “QUETZAL” significa prezioso e “COATL” significa serpente) non è lui stesso un serpente, bensì colui che emerge dal serpente, proprio come lo spirito emerge dal corpo attraverso la cima della testa, e la Stella del Mattino emerge dall’orizzonte. 

La piramide di Chichén Itzá e il Serpente di Luce
Credo non serva precisare che il ritorno di Kukulkàn, quello vero, avverrà in corrispondenza del prossimo solstizio d’inverno, no? Il 21 dicembre 2012, quando il Sole si posizionerà a ovest di Chichén Itzà, l'ombra del margine nord-ovest della piramide (dedicata non a caso a Kukulkàn) proietterà sui gradini un movimento ondulato di ombre e luci che si andrà a congiungere alla grande testa del serpente scolpita alla base della scala. Il serpente, formato da questo effetto ottico, sembrerà discendere verso la Terra, mentre il Sole lascerà ogni gradino, spostandosi dalla cima alla base della piramide. La coda del serpente proiettata dalla sommità della piramide formerà un’ideale linea retta tra quest’ultima e la costellazione delle Pleiadi, aprendo la strada al ritorno di Kukulkàn, il dio Serpente, quel dio che i Maya attendono da sempre. Sarà vero? Beh, lo sapremo tra meno di un mese. 

Nell’attesa torniamo all’oggetto del post di oggi, vale a dire il “dietro le quinte” di Chilam Balam, partendo dalla sua genesi. Nella sua stesura originale il racconto era completamente diverso: i Maya non c’entravano nulla. Solo due cose hanno in comune la versione definitiva con la mia idea iniziale: l’ambientazione messicana e il passaggio, attraverso un tunnel, verso un luogo ultraterreno. Oltre a ciò anche le radici del racconto originale, che probabilmente avrei intitolato “Il sacerdote del diavolo”, sarebbero affondate nella storia. Lo spunto mi venne leggendo un articoletto in cui ero incappato un  giorno nel mio peregrinare sul web: la storia di un bizzarro prete cattolico chiamato Pedro Ruiz Calderón, vissuto a Città del Messico nel XVI secolo e passato sotto le forche dell’Inquisizione.
L’episodio della vita di Calderón che aveva attirato la mia attenzione avvenne durante il suo soggiorno a Napoli: si dice che egli, in compagnia di alcuni sventurati compagni (i quali persero la vita nel crollo di una volta), si fosse avventurato nell’esplorazione di una misteriosa galleria che lo avrebbe condotto nientepopodimeno che all’Inferno, situato nelle viscere della terra, a 3000 leghe di profondità. Da laggiù pare che egli tornasse con alcuni libri dove erano rivelati alcuni tra i più terribili rituali di magia nera apparsi su questa terra. Tali libri, si dice, sarebbero stati riconoscibili per via del marchio del Diavolo che avevano impressi. La storia narra che il 30 gennaio 1540, a Città del Messico, Pedro Ruiz Calderón fu processato per le sue pratiche magiche, che egli stesso non negò: pratiche che gli avevano permesso di ottenere la padronanza di tecniche davvero incredibili, come ad esempio la capacità di teletrasportarsi da un continente all’altro, di trasformare il vile metallo in oro e di poter sottomettere il prossimo alla propria volontà. Non ci è dato sapere quanto ci fosse di vero nelle sue affermazioni, ma è singolare il fatto che l’Inquisizione decise di condannare l’imputato ad una pena stranamente mite: l’esilio in Spagna e la proibizione di officiare messa per due anni. Manipolazione mentale? Chissà.

Pedro Ruiz Calderón
Nella prima stesura del mio racconto, quindi, il protagonista avrebbe dovuto essere proprio Pedro Ruiz Calderón, il quale avrebbe convinto la voce narrante a seguirlo nelle viscere della terra, fino all’Inferno. Naturalmente la mia voce narrante avrebbe avuto un destino diverso da quello degli sfortunati accompagnatori del Pedro Ruiz Calderón storico, destino che tuttavia avrebbe potuto essere anche peggiore. Purtroppo, dopo aver scritto le prime due parti della storia, mi sono trovato in un vicolo cieco: l’idea di base era affascinante, ma non abbastanza per riuscire a scriverci sopra qualcosa di originale. Potevo scrivere la solita storia sul tizio che fa il patto con il demonio? Certo che no. E così ho dato un bel colpo di spugna al tutto e ho ricominciato daccapo, cercando di mantenere però intatta l’idea del tunnel verso un misterioso “altrove”. Il maestro di Providence qui non c’entra nulla, sebbene sia evidente la sua influenza nella mia scrittura. L’origine della nuova stesura mi è venuta rimuginando attorno al ricordo di un vecchio fumetto che mi aveva terrorizzato da bambino. Sono quasi sicuro che fosse il 1976 e qualcuno (non ricordo chi) mi regalò una decina di Lanciostory, fumetto storico che se non sbaglio esiste ancora oggi, in una versione solo un po’ più pettinata. Era un giornalino contenente una decina di storie, qualcuna completa, qualcuna a puntate, ma tutte molto affascinanti. C’erano storie ambientate nel Far West, altre ambientate della Francia del Re Sole, altre di stampo fantascientifico e, di tanto in tanto, qualche vecchia e sana storia di fantasmi. In uno di questi giornalini ce n’era una su di un gruppo di archeologi che riportava alla luce un tempio Maya rimasto sepolto per secoli. La cosa bizzarra era che, solo pochi passi oltre la porta del tempio, il buio diveniva così fitto da non poter essere intaccato nemmeno dalla più potente delle torce. Di quel fumetto non ricordo molto, se non che oltre il buio i protagonisti raggiunsero un pianeta di una galassia lontana lontana. Inutile dire che quel fumetto è andato perduto per sempre tanti anni fa, probabilmente nel corso di uno dei miei tanti traslochi. Quello che è certo è che pagherei oro per ritrovarlo.

Termino questo mio vagheggiamento su quello che è stato e quello che avrebbe potuto essere riportando un breve brano della versione primordiale del racconto. Lo conservo perché, chi può mai dirlo, chissà che un giorno non mi venga un’ispirazione…
Ci sedemmo l’uno di fronte all’altro. Eravamo immersi nel silenzio, la sola luce di una candela squarciava l’oscurità in quel piccolo angolo che ci eravamo riservati. Lunghe ombre apparivano e scomparivano ovunque, come in una danza macabra, seguendo il ritmo dettato dal tremolio della piccola fiammella. Rimasi per qualche secondo sovrappensiero, a fissare un punto indefinito nell’oscurità, ma la mia attenzione si ridestò quando l’uomo seduto di fronte a me cominciò a dispiegare sul tavolo alcuni fogli che aveva appena tratto da un’invisibile tasca della tonaca. 
"Questo è ciò che ho potuto ricostruire decifrando i manoscritti. E questa è una mappa che ci permetterà di raggiungere il luogo dove Egli vive. Ho trovato le indicazioni per disegnarla proprio in uno dei manoscritti. E qui - disse dispiegando un altro foglio – sono riportate le parole che Egli teme, quelle che lo ricacceranno per sempre là da dove è venuto."
Lo guardai perplesso. Da un lato la mia mente si rifiutava di prendere in considerazione argomentazioni che non fossero più che razionali, dall’altro lato la suggestione di quella stanza, quella particolare atmosfera, contribuiva a rendere le sue parole credibili. O perlomeno questo volevo credere.


3 commenti:

  1. Quanto mi piacciono i making of. :)

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    1. Già... di solito sono anche meglio di tutto il resto.

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  2. Mi piacciono i making of, quando non sono troppo "spiegosi". Trovo interessante la digressione su Calderón. a me la discesa nella galleria ha ricordato un po' il racconto di Padre Duré in Hyperion. La figura è ispirata anch'essa a un frate realmente esistito, Pierre Teilhard de Chardin, ma la sua discesa in un particolare "inferno" ha probabilmente altra origine. Chissà che Dan Simmons non avesse in mente l'esperienza di Calderón, o una simile?

    Su Quetzalcoatl sapevo già qualcosina. Principalmente tramite "L'Azteco", un gran bel romanzo da mille pagine che ripercorre gli ultimi decenni della civiltà Azteca. Non ho mai approfondito, ma mi sembra che un altro appellativo di Quetz fosse "serpente piumato". E che sia arrivato agli Aztechi tramite non-ricordo-quale altra civiltà antica, che al tempo dei Conquistadores era già bella che dimenticata. Wikipedia suggerisce Toltechi e Olmechi, ma si parla dell'alba dei tempi in una zona del mondo la cui cultura è andata purtroppo persa in gran parte.

    Insomma, manifesto nuovamente il mio apprezzamento, per il racconto e per la ricerca!

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