lunedì 18 marzo 2013

Colui che non ritorna

Era quasi il tramonto, faceva caldo sulla via Emilia che Ruggero percorreva in calesse per tornare a casa, a San Mauro di Romagna, dove la moglie Caterina lo attendeva. Era un sabato di agosto del 1867 e Ruggero stava facendo ritorno dal mercato di Cesena dove avrebbe dovuto incontrare un fantomatico signor Achille, funzionario dei principi Torlonia, proprietari della tenuta “La Torre”, un latifondo di cui l’uomo era amministratore e presso il quale viveva con la sua famiglia. Il signor Achille, chiunque egli fosse, non si era presentato all’appuntamento, e solo verso le sei del pomeriggio Ruggero, arresosi all’evidenza, decise di rientrare. 
Ruggero, nato nel 1815, era diventato amministratore del latifondo nel 1855, dopo la scomparsa prematura del cugino che rivestiva quel ruolo prima di lui, e nel 1867 erano quindi dodici anni che svolgeva quell’incarico. In veste di amministratore della “Torre” era noto e stimato per lo zelo, lo scrupolo e l’onestà con cui adempiva alle sue mansioni. Quando si mise sulla via del ritorno, Ruggero non sapeva ancora che non avrebbe mai più rivisto l’amata moglie e i suoi otto figli Margherita, Giacomo, Luigi, Giovanni, Raffaele, Giuseppe, Ida e Maria.
La cavalla trotterellava pacatamente lungo la strada di casa. Era una cavalla minuta in confronto ai grossi cavalli normanni usati per il lavoro nei campi, ed era l’unica ad avere il mantello grigio scuro, colore degli uccelli storni. Ruggero aveva con lei un rapporto che andava oltre il semplice rapporto tra uomo e animale: le era molto affezionato e la cavalla ricambiava il suo affetto come poteva, trainando il calesse e affrontando imperturbabile anche grandi distanze.
Fu all’altezza di San Giovanni in Compito (Gualdo), poco prima dell'ingresso di Savignano sul Rubicone, che una fucilata, esplosa da dietro una siepe, raggiunse Ruggero alla testa. Fu un attimo. Un tuono. Un barbaglio. Il sangue schizzò sulle bambole che egli stava portando in dono alle figlie. Colpito a morte, Ruggero lasciò le briglie e si accasciò nel calesse, senza tuttavia venirne sbalzato. La cavalla, sebbene terrorizzata e senza guida, lo riportò ugualmente a San Mauro, dove ignara lo attendeva la sua famiglia.
Grande fu la disperazione di Caterina. Ella sapeva che, oltre al congiunto, avrebbe presto perso tutto: perché sarebbe stato sicuramente nominato un altro fattore per mandare avanti la tenuta. E da tempo c’era appunto chi si proponeva ai proprietari terrieri. La donna immaginò che la cavalla avesse visto in faccia l’assassino del marito ma, anche se così fosse stato, non avrebbe potuto parlare. Si dice però che ella abbia rivolto queste parole all’animale: “Chi fu? Chi è?” Come avrebbe potuto la piccola cavalla risponderle? “Dio t’insegni come” disse la donna alzando “nel gran silenzio un dito”. A quelle parole “sonò alto un nitrito”. Caterina pianse il marito per poco più di un anno, poi lo seguì.

L’omicidio di Ruggero Pascoli rappresenta, a quasi 150 anni di distanza, uno dei più vecchi casi insoluti di omicidio avvenuti nel nostro paese. Ne seguiranno molti altri, dal delitto Mattei, al delitto Pecorelli, alle morti incredibili come quella dell’anarchico Pinelli, passando attraverso i casi dei tanti faccendieri di Stato (Calvi, Sindona), per non parlare della strana morte di Papa Luciani. Gli italiani sono sempre stati molto abili nel mettere a punto le più incredibili porcherie (anche se bisogna ammettere che i nostri cugini d’Oltralpe non sono mai stati da meno). 
Da tempo c’era quindi un uomo che bramava di prendere il posto di Ruggero come amministratore del latifondo, un posto che poteva garantire larghi margini di guadagno personale, se svolto non limpidamente: il suo nome era Pietro Cacciaguerra, e il fatto che egli prese il suo posto come amministratore della “Torre” poco tempo dopo fu una coincidenza che non sfuggì a nessuno.
Le indagini di polizia vennero fatte, ma naturalmente vennero fatte male, in modo superficiale e approssimativo, quasi non ci si volesse dare troppa pena per far luce su un omicidio che per le autorità era solo uno dei tanti fatti di sangue che travagliavano la Romagna post-unitaria e che, a detta loro, era banalmente ascrivibile al clima di tumulti e violenze legate alle speculazioni sul grano da parte dei proprietari terrieri. Ci furono dei processi, questo sì, ma i tribunali del tempo non portarono mai in aula alcun imputato, così come le indagini successive non arrivarono mai a una conclusione certa. Tra l’altro, gli incartamenti di quelle udienze oggi non esistono più, essendo stati mandati al macero per decreto luogotenenziale nel 1916.
Un'altra ipotesi è quella che vedeva nel delitto la volontà di punire un uomo che non aveva esitato a passare da posizioni repubblicane a una compromissione politica con il neonato governo monarchico. Un traditore insomma. Ma ancora una volta, non pare un caso singolare che l’accusa di tradimento fu portata vigorosamente avanti proprio dal Cacciaguerra (influente esponente del partito repubblicano) come pretesto per alimentare una sorta di campagna diffamatoria contro la vittima, ammantando l’omicidio di moventi ideali?

Dell’omicidio di Ruggero Pascoli non sarebbe giunta l’eco fino a noi se non fosse stato per uno dei suoi figli, che seppe trasformare una tragedia familiare in una sorta di fiaba popolare. Egli scrisse una filastrocca ad endecasillabi dal fascino particolare, in grado di commuovere anche coloro che della sua tragedia non sono al corrente. L'amore forte che qui la cavalla prova per il suo padrone è analogo a quello che l’Autore prova per suo padre, nei confronti del quale egli però si sente in colpa, poiché la giustizia non ha fatto il suo corso, visto che dopo tanto tempo egli deve ancora affidarsi al sotterfugio dell'animale intelligente per “suggerire” al mondo il nome dell’assassino. Una filastrocca che quasi tutti noi abbiamo da bambini imparato a memoria, magari senza capirla: 

Nella Torre il silenzio era già alto. / Sussurravano i pioppi del Rio Salto. / I cavalli normanni alle lor poste / frangean la biada con rumor di croste. / Là in fondo la cavalla era, selvaggia, / nata tra i pini su la salsa spiaggia; /che nelle froge avea del mar gli spruzzi / ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi. / Con su la greppia un gomito, da essa / era mia madre; e le dicea sommessa: / "O cavallina, cavallina storna, / che portavi colui che non ritorna; / tu capivi il suo cenno ed il suo detto! / Egli ha lasciato un figlio giovinetto; / il primo d'otto tra miei figli e figlie; / e la sua mano non toccò mai briglie. / Tu che ti senti ai fianchi l'uragano, / tu dai retta alla sua piccola mano. / Tu c'hai nel cuore la marina brulla, / tu dai retta alla sua voce fanciulla". / La cavalla volgea la scarna testa / verso mia madre, che dicea più mesta: / "O cavallina, cavallina storna, / che portavi colui che non ritorna; / lo so, lo so, che tu l'amavi forte! / Con lui c'eri tu sola e la sua morte / O nata in selve tra l'ondate e il vento, / tu tenesti nel cuore il tuo spavento; / sentendo lasso nella bocca il morso, / nel cuor veloce tu premesti il corso: / adagio seguitasti la tua via, / perché facesse in pace l'agonia...". / La scarna lunga testa era daccanto / al dolce viso di mia madre in pianto. / "O cavallina, cavallina storna, / che portavi colui che non ritorna; / oh! due parole egli dové pur dire! / E tu capisci, ma non sai ridire. / Tu con le briglie sciolte tra le zampe, / con dentro gli occhi il fuoco delle vampe, / con negli orecchi l'eco degli scoppi, / seguitasti la via tra gli alti pioppi: / lo riportavi tra il morir del sole, / perché udissimo noi le sue parole". / Stava attenta la lunga testa fiera. / Mia madre l'abbraccio' su la criniera. / "O cavallina, cavallina storna, / portavi a casa sua chi non ritorna! / a me, chi non ritornerà più mai! / Tu fosti buona... Ma parlar non sai! / Tu non sai, poverina; altri non osa. / Oh! ma tu devi dirmi una cosa! / Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise: / esso t'è qui nelle pupille fise. / Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome. / E tu fa cenno. Dio t'insegni, come". / Ora, i cavalli non frangean la biada: / dormian sognando il bianco della strada. / La paglia non battean con l'unghie vuote: / dormian sognando il rullo delle ruote. / Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: / disse un nome . . . Sonò alto un nitrito.
Giovanni Pascoli, Marzo 1903

7 commenti:

  1. Bellissimo post. La storia di Ruggero Pascoli mi ha sempre colpita molto e questa tua ricostruzione è precisa e molto ben dettagliata.
    Tra le ipotesi sulle ragioni della sua morte, mi pare che ci fossero anche problemi che aveva avuto con alcuni braccianti che aveva trattato troppo duramente, ma non so quanto ci sia di vero. Preferisco pensarlo un uomo buono vittima di una triste congiura. E il povero Giovanni non si era mai più ripreso, purtroppo...

    P.S. Grazie per aver aderito alla mia iniziativa "Una parola al mese" con questo tuo bel post!

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    1. E' incredibile che di questi retroscena a scuola non te ne parlino. Sono andato a ripescare un mio vecchio libro e nelle note alla poesia "X agosto" (palesemente riferita alla data di morte del padre) non viene detto nulla, ma proprio nulla... nemmeno a cosa si riferisce quella data

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    2. Qualcosa a scuola dicono, ovviamente. Parlare di "X agosto" senza sapere perché è stata scritta mi sembra molto insensato. Ma tutto può essere, purtroppo!

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  2. Concordo con Romina, è davvero un bellissimo post. Riesci sempre a mettere un po' di poesia nelle storie che racconti :)

    Poi io adoro Pascoli e questa poesia, così mesta, semplice, triste e sul finale così forte mi ha sempre appesantito un pochino il cuore...

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    1. Beh.. di finali "forti" se ne sono visti parecchi da queste parti ultimamente. Lieto che ti sia piaciuto il post. ^^

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  3. A me invece da bambino l'avevan raccontata questa storia e ricordo che mi fece venire la pelle d'oca.
    Gran post!

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    1. Ora che mi ci fai pensare... forse da quel punto di vista è andata meglio a me ^^
      PS: Benvenuto sul blog!

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