venerdì 10 aprile 2015

Educazione coreana

Mentre i fotogrammi di Whispering Corridors scorrono davanti agli occhi, difficilmente si può fare a meno di chiedersi se quello che a cui si sta assistendo sia realistico. Non sto parlando di spettri o di altri situazioni tipiche dell’horror, bensì di tutto il contorno, dell’ambientazione e del modo nel quale quest’ultima viene descritta. Tutto è girato all’interno di una scuola. Mattina, pomeriggio, sera, notte, sembra che gli studenti trascorrano l’arco delle ventiquattro ore interamente tra le mura dell’edificio scolastico. Gli studenti non sembrano avere altri interessi nella vita, non sembrano nemmeno avere una casa, né una famiglia. Dove cavolo sono i genitori? Dove sono le attività extrascolastiche tipiche degli adolescenti che conosciamo noi (e che eravamo noi)? Perché nessuno sembra stupirsi se gli studenti si trattengono a scuola e non rientrano a casa nemmeno al calar della sera? La risposta è molto più semplice di quanto non si possa immaginare: la vita dei giovani coreani è davvero tutta lì. Niente e nulla di più di ciò che si vede nei cinque film della serie. Scuola, scuola e ancora scuola. Sembra strano? Allora facciamo un passo indietro.
Il primo capitolo della pentalogia dedicata ai Whispering Corridors, datato 1998, fu il prodotto di un periodo di grandi cambiamenti in Corea del Sud, cambiamenti che iniziarono solo pochi anni prima con l’elezione del presidente Kim Young-sam, a capo del primo governo civile del paese dai tempi del colpo di stato militare del 1961.

Nell’anno in cui Whispering Corridors uscì nelle sale, la Corea del Sud, sorprendendo il mondo intero, riuscì a mantenere il suo impegno a democratizzare i processi politici, eleggendo, ancora una volta democraticamente, Kim Dae-jung, elezione che rappresentò il primo trasferimento del governo tra partiti con mezzi pacifici. Kim Dae-jung risollevò il Paese dalla crisi finanziaria e avviò una politica di riconciliazione con la Corea del Nord, che gli valse nel 2000 l’assegnazione del premio Nobel per la pace, per il suo lavoro a favore della democrazia e dei diritti umani nella Corea del Sud e in generale in Asia.

L’industria cinematografia coreana, inutile dirlo, ne ebbe un gran beneficio e film come Whispering Corridors, solo pochi anni prima impensabili, ebbero un successo di pubblico strepitoso (nell’anno in cui uscì divenne il settimo film coreano di sempre per numero di spettatori), e riuscirono da una parte a divertire ma, di contro, anche a portare un forte segnale di denuncia sociale. Fu proprio in questo scenario che il regista Park Ki-Hyung, all’epoca appena trentenne, decise di utilizzare la macchina da presa per portare all’attenzione del mondo la paradossale esistenza degli studenti coreani, fatta di pressione sociale innanzitutto, ma anche di una rigorosa disciplina che, tutt’altro che raramente, finisce per sfociare nell’abuso fisico perpetrato degli insegnanti nei confronti degli studenti.

Ad un impreparato osservatore occidentale, la visione di Whispering Corridors stupisce innanzitutto per ciò che sembra essere una drastica semplificazione, ovvero il metodo ideale per sopperire ad una mancanza di budget: tutto è girato, come accennavo all’inizio, tra le aule (e ovviamente tra i corridoi) di una scuola. Una situazione che, se vogliamo, altro non è che l’altra faccia della democrazia o, meglio, è l’ennesimo conto da saldare all’ormai scomparso regime militare. Dopo decenni di isolamento la nazione si era ritrovata a doversi confrontare con il resto del mondo e, una volta tirate le somme, sta ora cercando faticosamente di recuperare il passo affidandosi ad un sistema severo e soffocante in grado di garantire, qualunque sia il prezzo da pagare, un rapido sviluppo economico. Costi quel che costi.

Un sistema durissimo ma dannatamente efficace visto che, a conti fatti, senza l'ossessione maniacale per la competizione, sviluppata già in età prescolastica, la Corea del Sud non sarebbe mai diventata la potenza economica che è oggi. Dalla caduta del regime militare il PIL nazionale è aumentato del 40.000%, la Corea del Sud è diventata la quattordicesima potenza economica mondiale, il reddito pro-capite è passato dai 79 dollari ai circa 24.000 attuali e la disoccupazione è invidiabilmente solo al 3,9%. La Corea del Sud rappresenta inoltre uno dei paesi più avanzati dal punto di vista tecnologico, grazie anche agli investimenti di grandi aziende come Samsung, LG Electronics, Kia Motors e Hyundai. Ma a quale prezzo?

Nel 2010, secondo i dati del Ministero dell'istruzione, sono stati 146 gli studenti che si sono tolti la vita nella Corea del sud (il tasso di suicidi più alto tra i paesi dell'OCSE) mentre, in generale, si registra un drammatico primato di circa 40 suicidi all’anno ogni centomila abitanti (quattro volte di più che in Italia). Il sistema di educazione in sé non è tuttavia molto diverso da nostro: esso consiste in 6 anni di elementari, 3 anni di medie, 3 anni di superiori, poi 4 anni di università e dottorati di vario genere a seguire. Ciò che è diametralmente opposto è il modo ferocemente competitivo con cui vengono affrontati gli anni di studio. L’obiettivo è quello di poter accedere ad uno dei pochi atenei prestigiosi del paese, gli unici attraverso i quali le carriere lavorative dei giovani coreani possono spiccare il volo verso il successo. Solo una piccola percentuale tra i richiedenti riesce ad accedere ai test di ammissione e, tra questi, solo ad una piccolissima percentuale si spalancheranno infine le porte di tali atenei.

Per tutti gli altri non resta che la prospettiva di una vita nell’ombra, macchiata dall’umiliazione dell’aver frequentato un’università sbagliata. E così quattro milioni di studenti trascorrono maniacalmente 14 ore al giorno sui libri, ininterrottamente dalle 8 di mattina alle 10 di sera, a volte dilapidando intere fortune in lezioni integrative private. Spesso sono infatti le famiglie stesse che a spingere sull’acceleratore della competizione, spingendo i figli al massacro, famiglie disposte al sacrificio estremo (quello dei figli) pur di far avverare il desiderio di vittoria. In questo scenario sono proprio gli insegnanti a ricavarne il maggior beneficio, sfruttando a proprio vantaggio la folle corsa all’istruzione dettata dal desiderio di eccellenza, e arricchendosi con attività di tutoring privato o addirittura online. In una corsa senza freni tutto diviene infine ammissibile e non stupiscono i numerosi casi di abusi che vedono protagonisti gli insegnanti nei confronti dei propri studenti.
Whispering Corridors è quindi soprattutto un impietoso ritratto del sistema educativo coreano. Insegnanti come quelli descritti dal regista Park Ki-hyung, pur nel loro aspetto caricaturale, non sono molto diversi da quelli reali, ed è questo forse il vero elemento horror di tutta la questione.

19 commenti:

  1. Il sistema educativo in Corea, come d'altronde in Giappone, a Taiwan e a Singapore è uno dei migliori al mondo in termini di preparazione dello studente sul piano delle cognizioni.
    Purtroppo ha questo rovescio della medaglia di stressare all'inverosimile i giovani.
    Francamente trovo patetica la scuola italiana che spesso sforna autentici caproni diplomati i cui ricordi scolastici consistono per lo più in scherzi ai compagni di classe "secchioni", e che poi magari finiscono pure a occupare posti di responsabilità (con risultati agghiaccianti...) però anche questo esagerazione opposta estremo orientale è ugualmente pericolosa. Si rischia davvero di annientare i giovani più fragili, comunque di esasperarli in modo irreversibile.

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    1. La chiave è forse tutta in quel tuo "sul piano delle cognizioni", perché bisognerebbe davvero capire quanto siano davvero efficaci tante ore di studio nella fase di trasformazione di un bambino in un adulto. Secondo me davvero molto poco. Il punto è che lo scopo di tutto ciò non è quello di formare delle persone, nel senso che intendiamo noi, bensì di iniziare dei giovani ad una vita lavorativa che sarà molto simile a quella scolastica, fatta di giornate interminabili trascorse a capo chino su un'unica attività da ripetere all'infinito, senza mai un'incertezza o uno sbandamento.

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  2. Perché non educare le persone spingendole verso le proprie naturali inclinazioni? Tutta sta corsa allo studio, tutta questa spinta al cervellonismo o non sei nessuno, ma perché? la scuola dovrebbe aiutare l'individuo a comprendere le proprie inclinazioni, non cercare di adattarlo alle esigenze di uno standard imposto non si sa su quali canoni. La società necessità di intellettuali, di studiosi e scienziati così come di contadini, di mani-fattori, di allevatori, di sarti, di elettricisti, eppure ancora questi ultimi spesso devono quasi sentirsi derisi da chi occupa 'un posto più alto' nella scala intellettuale.
    Poi vengono su persone umiliate, persone frustrate che scaricano sui figli gli abusi che hanno subito da giovani e da bambini, e questo capita OVUNQUE.

    In Italia al massimo ci sono professori che ti chiamano idiota, asino, che ti rimandano 50 volte all'esame facendoti spostare la laurea di 4 anni, eppure per molti studenti è una violenza incolmabile, un'umiliazione pesantissima per i nostri standard di vita. Cambi società, cambi standard, cambi metodo di educazione e quindi ci sono diversi parametri sia di sopportazione che di giudizio (sono comunque convinta che uno studente italiano in Corea morirebbe non di suicidio ma di esplosione del sistema nervoso dopo un minuto).
    La scuola è uno dei maggiori centri di agglomerazione traumi - dopo il contesto familiare -perché ti accompagna costantemente dall'infanzia fino al mondo del lavoro eppure non si preoccupa minimamente di formare l'individuo, si occupa solo di seguire dei parametri spersonalizzanti e spersonalizzati.

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    1. Perché mai spingere i giovani a seguire le proprie inclinazioni quando, manipolandoli sin dalla tenera età si può ottenere nel lungo un intero esercito di lavoratori tutti uguali e assolutamente intercambiabili? Ho avuto modo tempo fa di stringere "amicizia" con alcuni colleghi della filiale taiwanese della mia azienda, dove abbiamo i siti produttivi: li ho ospitati, portati fuori a cena e, nel weekend,a fare shopping. Ho praticamente condiviso con loro intere giornate. Sono persone stupende, disponibilissime, ma il cui mondo è limitato all'ambiente lavorativo. Non c'è nient'altro al di fuori del lavoro (che si aggira mediamente sulle 15 ore al giorno). Sono ingegneri bravissimi ma, nella vita reale sono completamente persi e non puoi permetterti di lasciarli soli cinque minuti che ti combinano dei casini... come quella volta che mi ha telefonato l'addetto di una società di car-rental perché "c'erano dei tizi amici miei, che non parlavano italiano, che cercavano di noleggiare una macchina senza che nessuno tra di loro avesse la patente". Quei ragazzi erano grandi ingegneri, persone stupende e disponibili, ma completamente inadatte a sopravvivere nel mondo reale.
      In generale, per quello che mi sembra di capire, la logica per cui avvengono quelli che per noi sembrano atteggiamenti masochisti forse va ricercata in una sfera più elevata: quella del bene della nazione, piuttosto che il bene del soggetto. Paesi come Cina e Corea sono divenuti in pochi anni potenze economiche mostruose e ciò è evidentemente dovuto ad uno spirito di sacrificio senza uguali. Personalmente non farei cambio con loro nemmeno per un giorno.

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  3. Sinceramente non vorrei vivere nè essere educato in in sistema educativo straniante come quello coreano. Sicuramente produrrà risultati però a livello umano è più quello che si perde che quello che si guadagna.

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    1. Come dicevo appunto poco fa, non farei cambio nemmeno per un giorno. Non voglio dire però che noi siamo più furbi o più bravi di loro. Alla fine un giorno noi occidentali saremo tutti alle loro dipendenze (sta già accadendo, in realtà) e, se è vero che i conti si faranno alla fine, non è detto che non abbiano ragione loro.
      Da buon italiano, nel mio piccolo, preferisco pensare al mio piccolo tornaconto personale, in termini di serenità, piuttosto che sacrificare l'intera mia esistenza alla causa comune. Mi dispiace.

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  4. Che ansia.
    Va bene che vengono indottrinati fin da piccolo a quel sistema scolastico estremamente competitivo e stressante, però mammia mia che sistema frustrante.

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    1. E' vero: viene l'ansia anche solo a parlarne. Whispering Corridors ha avuto il gran merito di rappresentare una voce fuori dal coro, una voce controcorrente. Trascorsi ormai quasi vent'anni dalla sua uscita, ci rendiamo però conto che nulla è cambiato. Anzi, se possibile, la situazione si è ulteriormente consolidata.

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  5. Davvero un gran post, le tematiche non mi hanno sorpreso perché avevo - per curiosità personale - approfondito anni fa. E conosci anche la mia passione per il Giappone. Certamente per noi occidentali è comunque difficile cercare di avvicinarci alla comprensione di società talmente competitive, tanto da innescare delle vere e proprie implosioni nelle persone: suicidi, cadute sociali, isolamento (vedi la tipologia - ora forse diffusa anche altrove - dell'hikikomori)...
    A chi fosse interessato, per avvicinarsi attraverso la cifra dell'ironia spietata, consiglio un libro di Amélie Nothomb, Stupore e tremori, che racconta una sua esperienza lavorativa giovanile presso un'azienda giapponese.

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    1. Il fenomeno degli hikikomori, del quale farò un breve accenno verso la fine di questa serie di post, è nato in Giappone e lentamente si è allargato ad altri paesi, primo tra tutti proprio la Corea. In un certo senso non è un concetto nuovissimo, visto che già ai miei tempi c'erano un sacco di adolescenti che uscivano poco di casa, trascorrendo i pomeriggi tra finestra, letto e la radio (c'era anche una canzone di Venditti, se ti ricordi). Il fenomeno oggi è mutato in qualcosa di addirittura più estremo grazie al (per colpa del) web, che rende davvero superfluo qualsiasi contatto umano tradizionale.

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    2. Stavo per dimenticare... ricambio il tuo consiglio di lettura, che mi sono subito segnato, con un altro suggerimento: "Giorni giapponesi" di Angela Terzani Staude.

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    3. Ehhhh! Non l'ho letto ma lei è fantastica! (Come Tiziano e prole!) Vita pazzesca *__*

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  6. Al di là di critiche ovvie al sistema scolastico coreano che non sono nella posizione di fare, è sempre stimolante per me vedere quanto il cinema e l'arte in generale siano incastrati nel loro contesto. Poi è facile dire oggi, o qui, che un tal film è più o meno bello. In realtà la finzione e la vita reale (perdona il gioco di parole) sono inscindibili, solo che ce lo dimentichiamo troppo spesso.

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    1. Hai ragione: qualsiasi tipo di forma d'arte va innanzitutto contestualizzato. Il cinema, inteso come arte, spesso viene sottovalutato ed è molto facile che non gli si riconosca il pregio di essere testimonianza di un tempo e di uno spazio.

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  7. E io che mi lamento perché ho un professore che mi boccia se faccio tutti i conti giusti ma sbaglio a riportare un segno nel grafico... Non potrei sopravvivere neanche un giorno in Corea! Già nella situazione attuale di università italiana ho i miei bellissimi attacchi d'ansia prima degli esami... se fossi nata in Corea, probabilmente trovereste il mio fantasmino in giro per le scuole.
    Dico così per prenderla con ironia, ma è uno stile di vita disumano, dal nostro punto di vista di occidentali.

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    1. Le scuole coreane credo siano davvero piene di fantasmini che si aggirano per le aule scolastiche. L'aspetto horror di questi film, infatti, non è per niente casuale, visto che si trovano in rete decine di storie, per lo più leggende metropolitane, che raccontano di scuole infestate...

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  8. Mi capita di guardare serie anime ogni tanto. Non so quanto venga rispecchiata la realtà ma in tutti la scuola giapponese è rappresentata come una università americana con mensa e dormitorio per gli studenti fuori sede e da qui l'assenza dei genitori.

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    1. Passi per l'Università, ma il liceo? Questa serie è ambientata in un liceo.

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