domenica 10 maggio 2015

Industrial Revolution & World War

Vi ricordate della pubblicazione UDWFG? Quella graphic novel di cui avevamo parlato qui e qui? Ebbene, la casa editrice Hollow Press, responsabile di quelle incredibili tavole, ritorna in questo 2015 con un progetto di più ampio respiro, allargando decisamente i propri orizzonti e andando a recuperare per il pubblico italiano grandi autori finora sconosciuti (o semi sconosciuti) nel nostro paese. Ciò che vi presento oggi di quel progetto è la pietra angolare, il primo tassello di una serie di proposte che, mi auguro, possano sorprendere tutti gli amanti del weird. Non è una novità assoluta, questo Shintaro Kago, in quanto una sua opera era già sbarcata in Italia in occasione del Lucca Comics 2014 dove, tra l’altro, fu premiata con il Gran Guinigi per il miglior "racconto breve”. Quell’opera si intitolava “Uno scontro accidentale sulla strada per andare a scuola può portare a un bacio?” e io personalmente non l'ho ancora letta, ma penso di farlo. Se quel titolo vi dice qualcosa, forse è perché un paio di miei vicini di blog ne hanno parlato di recente in una video recensione (in realtà, più che recensirla l’hanno fatta a pezzi, ma pazienza, ognuno ovviamente ha diritto alla propria opinione). 
Eppure c’è più di una ragione per andare alla (ri)scoperta di questo autore giapponese che tanto successo ha ottenuto nel suo paese di origine, pubblicando centinaia di tavole per riviste specializzate (solitamente riservate ad un pubblico adulto) che possiamo inquadrare tra il bizzarro, l’erotico, il grottesco e il nonsense. È sufficiente una rapida ricerca per immagini su Google per capire ciò di cui sto parlando: immagini decisamente forti, adatte a pochi stomaci preparati, quali per esempio l’artwork “Harakiri Girls” dove l’artista ci mostra dettagli di studentesse orrendamente mutilate.
Ma l’arte va presa per quella che è, essa è solo un mezzo che l’artista usa per comunicare al suo pubblico il proprio essere interiore e, nel caso quest’ultimo sia pieno di fantasmi, non resta altro modo che l’orrore per eviscerarlo. In qualche caso, invece, è l'orrore di ciò che sta al di fuori quello che viene messo su tela (o su carta): l'artista dipinge le tenebre perché nel mondo che osserva è scomparsa la luce. Pensiamo per un attimo a celebri pittori come il fiammingo Pieter Paul Rubens o lo spagnolo Francisco Goya. Sarebbero stati altrettanto grandi se si fossero limitati a dipingere ceste di frutta e ritratti di damigelle? “Industrial Revolution and World War”, aldilà delle sue inconfutabili qualità grafiche, ovvero alla bellezza e alla cura dei disegni, è interessante anche e soprattutto per le sue tematiche ma, come per tutte le opere d'arte, si possono utilizzare diverse chiavi di lettura per interpretarla. La prima ce la suggerisce il titolo stesso: fino a che punto la rivoluzione industriale, dalla sua prima incarnazione sviluppatasi in Europa nell'ormai remota seconda metà del diciottesimo a quelle successive, può dirsi responsabile della nostra situazione attuale? Per quanto tempo ancora ne sentiremo le conseguenze? 

In un futuro ormai non più così lontano, la distinzione fra uomo e macchina potrebbe ridursi ulteriormente lasciando un vuoto di fondo nell’umanità stessa. Molte delle situazioni che viviamo oggi sono diretta conseguenza delle decisioni prese nel secolo scorso, quando passammo più o meno improvvisamente da una logica del "vivere per sopravvivere" ad una produzione più moderna, incentrata su un'innovazione tecnologica senza precedenti. Ma quanto di ciò che è successo in Europa può dirsi causa di ciò che è il Giappone odierno? Parecchio, direi, ma indirettamente. Il Giappone è divenuto la potenza economica che è oggigiorno principalmente in reazione alla sconfitta occorsa nella seconda guerra mondiale e, tecnicamente, la loro vera rivoluzione è stata, nel lungo termine, una conseguenza della nostra. Purtroppo, la cosa gli è (ci è) decisamente sfuggita di mano, e più che far fronte alla domanda di beni ora è l'industria che crea la domanda, producendo oggetti in serie inutili e banali destinati a rendere le nostre vite altrettanto inutili e banali. Ecco allora che “Industrial Revolution and World War” può assurgere a extrema ratio di quel consumismo il quale, nelle sue forme consuete, ci ha ormai assuefatti; un iperconsumismo per il quale il nostro sangue, la nostra carne potrebbero divenire alla stregua del metallo, e il nostro antropocentrismo, ridicolizzato, affossarsi o quantomeno ridimensionarsi enormemente. Concetto molto shintoista, a dire il vero: se tutto proviene dalla medesima matrice, quella che compone l'universo stesso, e ogni cosa, animata e inanimata, contiene lo spirito divino, l'uomo non solo non è più nobile di una pianta o di un animale, ma nemmeno della materia inanimata – un sasso o, perché no, un pezzo di metallo. “Industrial Revolution and World War” infatti è una distopia di sapore apocalittico in cui esseri umani ridotti in fin di vita vengono riutilizzati, riciclati si potrebbe dire, inserendone alcune parti anatomiche all’interno di macchinari complessi, offrendo loro di fungere, in altre parole, da meccanismi biologici in macchine dalle forme folli e assurde - quasi una sottrazione alla morte per coloro il cui corpo o parte di esso trova una nuova funzione. 

La domanda sorge spontanea: è questa la vera rivoluzione che ci attende? Di primo acchito, lo confesso, mi sono venuti alla mente scenari inquietanti ove i dispositivi che adesso teniamo infilati in tasca, in borsa e occasionalmente in mano (smartphone, smartwatch, smartvattelapesca o quant'altro vi possiate “divertire” a immaginare) diventino parte integrante del nostro corpo metà umano e metà macchina, ma ero fuori strada. Perché qui la questione non riguarda inserti artificiali in un corpo umano, non siamo cioè di fronte ad esseri viventi (umani o subumani) con impianti, e nemmeno ad androidi o comunque esseri artificiali senzienti, ma a quelli che sono in tutto e per tutto dei macchinari formati da parti di metallo e da parti umane (un braccio, una mano, una testa, un tronco, ecc.), molto più deperibili del metallo, è vero, ma pur sempre con una loro funzionalità e una loro utilità dal punto di vista produttivo. Essere costretti a una condizione del genere è sempre un oltraggio o può essere anche un'opportunità? Meglio un corpo riciclabile e riciclato oppure usa-e-getta, ovvero corruttibile e destinato alla morte e alla dissoluzione totale? 

A questo punto, oltre alla volontà dell'Autore di criticare, demonizzare o ridicolizzare la realtà industriale e l'umanità che l'ha creata, ci si dovrebbe forse domandare se la vera chiave di lettura (o una chiave di lettura alternativa) a “Industrial Revolution and World War” non vada ricercata altrove, per esempio nei concetti di vita, morte e sopravvivenza ai quali avevamo già accennato in alcuni commenti ai post di aprile. Si parlava di Shintoismo e di come la sua filosofia sembri dare maggiore importanza alla vita piuttosto che alla dimensione ultraterrena. Si semplificava, naturalmente, perché in realtà lo Shintoismo non concepisce un solo piano di esistenza e la morte, in quest'ottica, non è altro che il passaggio ad un diverso stato, e inoltre bisogna considerare che, nella pratica quotidiana, in Giappone Shintoismo e Buddhismo sono ormai spesso inestricabilmente correlati. E proprio secondo il Buddhismo la morte è condizione necessaria affinché la propria anima possa evolversi e, di reincarnazione in reincarnazione, raggiungere una forma di perfezione che noi, poco avvezzi a certe tematiche, riconduciamo ad un singolo termine: Nirvana. Impedire la morte, in un certo senso, potrebbe essere considerata come l’azione più crudele che un essere umano possa perpetrare nei confronti di un altro essere umano (e qui si potrebbero inserire pagine e pagine di opinioni circa l’annosa questione dell’eutanasia ma, per quanto stimolante, non è questo l’argomento di oggi). Se un corpo, o una parte di esso, viene integrato in una macchina diventa esso stesso una macchina, ma se è la macchina a sostituire parte del corpo può il corpo stesso divenire immortale, sottraendo l'individuo a quell'evoluzione che l'attenderebbe affrontando l'aldilà e cicli di rinascita e morte? Ovvero, potrà l'uomo un giorno dichiararsi morto al cento per cento, oppure quella parte del suo corpo fatta di circuiti integrati gli permetterà di vivere in eterno? Può l'immortalità risiedere nella materia? Domande a cui oggi è praticamente impossibile trovare una risposta, o meglio a cui ognuno può dare la risposta migliore in base alla propria cultura e alla propria coscienza. Non c’è futuro per quest’umanità, ma a noi restano pur sempre le meravigliose tavole di Shintaro Kago, foriere di uno scenario che è quanto di più terribile possiamo immaginarci, guerra, morte e distruzione, e che pure si ammantano spesso di struggente bellezza.

17 commenti:

  1. Davvero belle queste tavole, anche se graficamente trovo che debbano molto (almeno quelle in b/n) al Moebius di "40 giorni nel deserto B".

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    1. Ho curiosato il titolo che hai citato e ammetto che a colpo d'occhio il tratto è molto simile. Personalmente la copertina ha ricordato alcune tavole di MPD Psycho...

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  2. Dal punto di vista grafico sembra tanta roba.

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  3. Esaltante per me questo post! Avevo già detto la mia nel post che hai citato relativo alla video recensione dei nostri due amici.
    A me ha ricordato un artista che non saprei se definire folle, morboso, malato o quant'altro, ovvero Hans Bellmer, nel quale mi sono imbattuta assolutamente per caso (uno speciale su Rai5 poco tempo fa).
    Kago tocca temi parecchio interessanti, per esempio il rapporto uomo - macchina, ma se ho capito in una forma disumanizzata, cioè... arti e altre parti del corpo umano integrati a parti meccaniche, ma "privati" della coscienza/anima/comelaintendetevoi, cioè... dove è la VITA?
    Diverso invece era lo sguardo fornito per esempio con Ghost in the shell (che adoro) dove ci si interrogava sulla possibilità di una coscienza non umana, inserita in un corpo meccanico o "volatile" e virtuale nella rete. Insomma, c'è davvero da impazzire, quantomeno io adoro tutto ciò *__*
    Ciao TOM, ma che bel post!!! ^_^

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    1. Il rapporto uomo macchina è un argomento che reputo decisamente interessante. Mi chiedo alla fine quanto già ci siamo dentro in questa rappresentazione estremizzata del futuro: il telefono è praticamente già un prolungamento del nostro braccio, ci hai fatto caso? P.S.: Niente male quel Bellmer. Davvero niente male.

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  4. Presto credo che riparleremo di questa casa editrice. ;)

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  5. Mi unisco al coro, tavole davvero suggestive. Mi incuriosisce davvero approfondire la conoscenza di questa artista del fumetto.

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    1. Come detto sono solo due i lavori di Shintaro Kago arrivati in Italia, ma il web è una fonte inesauribile.... qualcosa qua e là si trova.

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  6. Le immagini (e gli scenari raccontati) sono davvero inquietanti.
    In realtà siamo già a un livello più avanzato di quanto non si sappia. Esistono già biosensori di questo tipo, li ho studiati al corso di Elettroanalitica al quinto anno. Oltre ad alcuni contententi sequenze di DNA per analisi cliniche o forensi, esistono biosensori che incorporano antennule di granchio per la rilevazione di amminoacidi e addirittura alcuni che incorporano batteri (quindi un'intera cellule vivente).

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    1. A volte tu mi fai paura..... ^_^

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    2. Allora sono nel blog giusto. :P

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  7. E finalmente eccomi qui a leggere questo post... avrei dovuto farlo tempo fa.
    A mia discolpa, non critico Kago in sé e penso che le sue opere di critica sociale siano belle e interessanti, solo che il più delle volte io proprio non lo capisco. Limite mio, lo so.
    Vedere le immagini qui nel post mi ha fatto ricordare la lettura del manga che ha vinto il premio a Lucca e... no, il trauma non è ancora stato superato!

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    1. Capire Shintaro Kago è difficile, direi impossibile. Si può solo cercare di interpretarlo, anche con il rischio di prendere cantonate colossali.

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    2. Non so se è il caso, ma in alcuni racconti dell'opera che abbiamo recensito la comprensione sembra di raggiungerla alla penultima pagina, poco prima che Kago cambi le carte in tavola e la lasci sfuggire. Quanto all'estetica, in effetti aveva colpito molto anche me, non tanto per la qualità (non sono sempre in grado di valutarla) quanto per la voglia di sperimentare nuove soluzioni. Immagino che anche in questo racconto ce ne siano.
      Perché non prendi il volume della 001/Hikari? :)

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    3. Forse è proprio quello il suo scopo. Rappresentare l'incomprensibile e lasciare al lettore l'arduo compito di decifrarne i contorni. Alcuni definirebbero questa tecnica con il termine "paraculaggine"...

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