martedì 2 febbraio 2016

Largemouths

Gli albori. Una terra incontaminata dalle ampie foreste, le valli ventose e le alte montagne dove la vita nelle sue molte forme – mitologiche e proto-umane - si agita. Ma le atmosfere bucoliche, romantiche non potrebbero essere più distanti. Se della natura avete o amate una visione pastorale, decisamente quest'opera non fa per voi: qui la natura non è altro che lo sfondo di una perenne lotta per il predominio che non ha vincitori, perché la morte dell'avversario, o della preda, ripiomba, ancora e ancora, nella più totale solitudine, e la fame è un desiderio eterno che non si può saziare. 
In “Largemouths” il mondo è dominato dai giganti. Fra questi, i più colossali sono i Largemouths, o Grandgousier, ispirati per l'aspetto al Saturno goyano e per il nome al capostipite della famiglia rabelaiana. 
Che “Saturno che divora i suoi figli” di Francisco Goya sia il principale riferimento visivo appare immediatamente chiaro anche a chi non abbia letto la prefazione del volume che, fra l'altro, è firmata da una nostra vecchia conoscenza, Miguel Angel Martin: la fisionomia, la larga bocca dai denti aguzzi e soprattutto lo sguardo folle sono i medesimi. Dalla pentalogia di Gargantua e Pantagruel di François Rabelais l'autore prende invece a prestito il nome Grandgousier, gigante, re del paese d'Utopia e padre di Gargantua. Ma il Grandgousier di Delmas, a scanso di equivoci, non è affatto un personaggio comico. Solo e senza meta apparente, vaga sulla terra in preda ad appetiti inestinguibili, la voracità con cui si getta sulle femmine che incontra o con cui fagocita tutto ciò che si muove mostra il riflesso di un animo lacero e tormentato. In questo senso, quel fallo eretto che lo caratterizza, generosamente mostrato nelle tavole, più che simbolo di vigore sessuale sembra un grosso punto interrogativo.
Se dell'ironia o della comicità è presente in quest'opera, va ricercata piuttosto nella caratterizzazione dei numerosi personaggi minori che appaiono e scompaiono per gran parte delle sue quasi settecento pagine. Mentre i giganti calpestano la terra come divinità inconsapevoli e dementi, lottando l'uno contro l'altro, nel sottobosco folletti, elfi, fate, gnomi, centauri e altre bizzarre creature ispirate alla mitologia classica e nordica appaiono e scompaiono, copulano, ghignano, parlano, confabulano, si riuniscono in strani convegni, creando – probabilmente – le prime forme di espressione religiosa e artistica mai sorte mentre l'umanità è ancora agli albori, solo un puntino sullo sfondo, ancora alla ricerca del proprio posto nel mondo. Queste creature assistono con indifferenza al nascere e all'evolversi dell'umanità da semplici scimmie bipedi a una gerarchia di guerrieri bellicosi, ma ancora inoffensivi. Il “dramma cosmico” della vita che si nutre di altra vita è alleggerito dalla danza di questi esseri buffi, ma tutt'altro che naïf, che volteggiano sulle pagine. 

Tutte queste figure popolano tavole quasi escheriane dove la natura non fa solo da sfondo ma partorisce se stessa, modellando creature antropomorfe o, al contrario, dalla fisionomia aliena: i rami degli alberi sembrano dita nodose, le radici si protendono come in cerca di qualcosa, volti e corpi emergono dai tronchi degli alberi e dai cappelli e dagli steli dei funghi, rocce sembrano prendere vita, la spuma del mare modella le sagome di cavalli selvaggi, perfino le nuvole sembrano trasformarsi in volti che scrutano la terra sotto di loro, famelici o semplicemente curiosi. Non ci sono però le rigorose geometrie né, ovviamente, le distorsioni spaziali e le chiusure speculari tipiche dell'artista olandese, l'autore accenna e smentisce subito ogni proposito di ciclicità, si diverte anzi proprio ad abbandonare la maggior parte dei personaggi a se stessi, passando ad altro senza troppi rimpianti. Questa totale libertà, che è anche un'estrema fluidità del tratto, suggerisce un mondo in perenne mutazione, alla cui evoluzione non assistiamo perché la narrazione continua a trasportarci altrove. 

Anche se, com'è ovvio, non ci sono dialoghi, parlare di narrazione è qui più che mai appropriato, benché alcuni punti dell'opera restino per me oscuri (come le pagine finali, il cui contenuto non vi rivelo). Sia dal punto di vista grafico che per i contenuti questo lavoro mi sembra in qualche modo sperimentale e psichedelico, anche se non conoscendo altre opere dell'autore mi riesce difficile trovargli una giusta collocazione. Altre influenze evidenti sono l'immaginario lovecraftiano, per il design tentacolare che caratterizza alcune delle creature, e soprattutto quello fungino per l'ambientazione quasi fiabesca di una parte del racconto, ove vere e proprie foreste di funghi sostituiscono quelle più canoniche composte da alberi; non è mi è chiaro solo fino a che punto questi richiami siano inconsci e fino a che punto, invece, l'autore giochi con il lettore, inserendoli di proposito per rendere il suo variegato mélange ancora più grottesco o per burlarsi di coloro che vedono del citazionismo ovunque. È comunque una bella coincidenza che questo volume mi sia capitato in mano proprio mentre ero nel pieno di un progetto che, come sapete, coi l'immaginario fungino ha parecchio a che vedere: il progetto Orizzonti del reale. A parte questo, era da tempo che non parlavo di fumetti qui sul blog, e se posso tornare a farlo oggi lo devo ancora una volta a Michele Nitri della Hollow Press, editore del presente “Largemouths”. 
Posso dire che l'ho trovata una lettura affascinante, per quanto criptica, che mi sento decisamente di consigliarvi a dispetto del prezzo non proprio economico. Questo lavoro è ormai in circolazione da un po' di tempo, essendo già stato anche presentato al Lucca Comics, ma che dire del suo autore, Gabriel Delmas? Tanto per cambiare, non lo conoscevo, sebbene sia in circolazione dal 2001. 
Francese, classe 1973, Delmas è – letteralmente – l'uomo del mistero. Le poche informazioni su di lui che è possibile ottenere sono quelle reperibili sulla pagina wikipedia a lui dedicata e su alcuni siti specializzati sul mondo del fumetto; ma a parte le recensioni delle sue opere, gli articoli pubblicati su questi siti fanno perlopiù riferimento a post pubblicati dallo stesso Delmas sul suo blog personale che, però, risulta al momento dismesso e, come comprenderete, leggere repliche o commenti a un testo che non si è letto è piuttosto frustrante... Dalle mie indagini ho però ricavato la sensazione che Delmas si senta in qualche modo ai margini dell'attuale panorama artistico, pur avendo pubblicato per editori conosciuti come le edizioni Delcourt, Carabas Révolution e Quadrants prima di approdare, appunto, alla Hollow Press. Non sorprende, allora, scoprire che Delmas è un artista poliedrico che spazia dal fumetto alle arti visive in generale, inclusa pittura, fotografia e illlustrazione, alla musica. È probabile che, semplicemente, non si trovi a suo agio in ambienti dai confini troppo ristretti, qualunque essi siano. Questa è però solo la mia opinione. Se volete farvi la vostra potete forse iniziare dal suo sito web: http://www.gabrieldelmas.com/

9 commenti:

  1. Ben fatto! Mi batti perché io anche quando parlo di fumetti, finisco sempre per affrontare solo i grossi nomi ed il mainstream, tu invece presenti e proponi l'alternativa al mainstream.
    Chapeau!

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    1. Nick, tra tutti e due ve la giocate alla grande direi.

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    2. Si rischia meno a parlare di argomenti di nicchia piuttosto che di mainstream: se scrivi per esempio un'inesattezza su un fumetto Marvel o DC ti sgamano subito. ^_^

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  2. Splendida chicca, e grazie per aver citato le creature di Rabelais, il vero grande autore del gioco degli pseudobiblia ;-)

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    1. Vedo che sei sempre con le antenne alzate, quando si accenna, anche lontanamente, di pseudobiblia... ^|^

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  3. Un'autentica Babilonia grafica...

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  4. A me ha fatto venire in mente una recente serie anime Shingeki no Kyojin / L'attacco dei giganti (2013) :O
    Interessante, molto interessante *__*

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    1. Non la conosco, per cui non saprei dirti, ma di primo acchito capisco l'accostamento.

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