domenica 30 aprile 2017

Bangkok is not the end

Bangkok Haunted (Bangkok Kill City, 2001)
Ed eccoci arrivati al capolinea. Quello che state per leggere è l’ultimo articolo dello speciale di aprile, quello in cui si suppone che io tiri le somme di quanto scritto e pubblicato nel corso del mese e dia appuntamento, a chi lo vorrà, al prossimo anno. Voglio innanzitutto ringraziare tutti coloro che hanno speso del tempo per seguirmi in questo ultimo mese e in particolare chi ha voluto lasciare un segno del suo passaggio. Voglio anche scusarmi con i blogger a me più prossimi, dai quali ultimamente ho latitato anche più del solito: vi voglio bene come sempre, è che proprio non mi riesce di fare due cose insieme. Se qualcuno mi chiedesse com’è andata, così sui due piedi non saprei cosa rispondere: possono il numero di visualizzazioni e commenti, da soli, decretare il successo (o l’insuccesso) di un progetto come questo? Credo di no, anche perché il lavoro fatto non si esaurisce con il post di oggi, ma sarà usufruibile da tutti coloro che, nei mesi e negli anni a venire, arriveranno qui attraverso i motori di ricerca. Comunque stiano le cose, è ormai tempo di voltare pagina.
A prescindere da come “Bangkok Haunted” sia stato recepito, posso però dire di essere abbastanza soddisfatto. Credo di aver fatto quanto di meglio potevo nel tempo a mia disposizione, e anche se sono consapevole che con un po’ più di calma il risultato finale sarebbe stato sensibilmente migliore, non voglio essere troppo severo con me stesso.
Addentrarmi nei meandri della lingua e soprattutto della filmografia tailandese, alla ricerca di titoli che nemmeno l’IMdB ha mai censito, è stato divertente, anche se molto faticoso (vi chiedo di credermi sulla parola anche se, di tutto questo lavoro di ricerca, voi avete visto ben poco). La mia idea iniziale era di sfruttare questo articolo conclusivo per parlare di Tailandia a trecentosessanta gradi, raggruppando tanti piccoli dettagli sul cinema o sul folclore che non mi è stato possibile approfondire nel breve spazio di un mese: il festival di Phi Ta Khon, o Festival degli Spiriti, il Phuket Vegetarian Festival, il Water Festival; la leggenda della dea del riso (il cereale!) Nang Phra Pho Sop; la mania per le Luuk Thep, le bambole-angelo che vengono “adottate” da famiglie o single dopo una cerimonia di attivazione, ehm, spirituale (una pratica tanto diffusa quando lucrosa, temo, con risvolti pratici che farebbero sorridere se non fossero agghiaccianti); qualche film di fantasmi “minore” meritevole almeno di una menzione. Addirittura, avevo pensato di inserire qui in chiusura un elenco di tutti i film in cui sono incappato durante la mia ricerca per lo speciale di aprile, lavoro che inevitabilmente sarebbe divenuto un perenne "work in progress", considerando quanti nuovi film di questo genere vengono prodotti in Tailandia ogni anno (proprio per questo alla fine ho abbandonato l’idea, a parte il fatto che c'è chi l'ha già fatto e probabilmente meglio di quanto potrei mai fare io). Eccetera, eccetera… 

LtoR; Bangkok Haunted 2 (2003); Bangkok Haunted 3 (2009); Bangkok Haunted 4 (2010)
Arrivato al dunque ho deciso di soprassedere non tanto perché sia stanco (anche), ma perché la mia avventura tailandese potrebbe avere un suo seguito. Prima o poi, ne sono sicuro, troverò il modo di riprendere in mano gli argomenti che qui ho solo accennato e ampliarli, e allo stesso tempo di continuare il mio viaggio in Oriente partendo magari per nuovi lidi. Non mi resta che concludere citando le innumerevoli fonti sulle quali ho basato le mie ricerche o che ho utilizzato anche solo per verificare nomi, date, luoghi e fatti. 
Ma prima di farlo vorrei spendere due parole sul franchise cinematografico che ha ispirato il titolo di questo speciale. Sarebbe infatti quanto meno irrispettoso se, dopo aver citato per un mese almeno un centinaio di film tailandesi di ogni epoca e genere, facessi finta di ignorare l’esistenza del ben più celebre “Bangkok Haunted”. Perché non l’ho fatto prima? Semplicemente perché non ho trovato il modo di farlo con criterio. 
La quadrilogia “Bangkok Haunted” è infatti uno di quegli innumerevoli tentativi di sfruttare il titolo di un film di successo (generalmente il capostipite) per rilanciare nuovi episodi che nella realtà sono completamente scollegati tra loro. Ne abbiamo visto qualche esempio anche nel corso di questo speciale, ma se dovessi fermarmi a rifletterci sopra sono certo che troverei numerosi altri casi, non necessariamente tailandesi e nemmeno necessariamente asiatici. 

Bangkok Haunted (Bangkok Kill City, 2001)
Ma concentriamoci sul capostipite "Bangkok Haunted" (“Bangkok Kill City”, 2001), un curioso film composto da tre episodi che, come nella migliore tradizione, sono uniti fra loro da un filo conduttore piuttosto sottile. Nella fattispecie si tratta di tre giovani donne che, sedute al tavolino di un bar di Bangkok, iniziano a raccontarsi storie di fantasmi.
Nulla di originale, se non l’ambientazione (di solito il meccanismo prevede che questi racconti funzionino meglio all’interno di vecchie ville isolate o attorno al fuoco di un campeggio).
Premetto che avevo già avuto modo di inciampare in "Bangkok Haunted" diversi anni fa, addirittura molto prima di aprire il blog, e che al termine della visione lo chiusi rapidamente nel mio cassetto dei film di merda. Non è certo perché il film nel tempo sia trasmutato come l’acqua a Cana che oggi sono qui a rivalutarlo: probabilmente sono solo io a guardarlo con occhi diversi, e non necessariamente migliori.
Nel primo episodio, Legend of the Drum, diretto da Pisut Praesangeam, un antico tamburo finisce nelle mani di una giovane donna che dovrà scoprire il suo segreto prima che le cose prendano una brutta piega. Si tratta, per venire subito al sodo, di una rivisitazione del classico “La bella e la bestia” in salsa tailandese: la piccola orfanella Paga e il suo deforme fratello Gnod si giurano eterno amore (non solo fraterno, a quanto traspare). Le cose vanno a rotoli quando sula scena irrompe un terzo incomodo, il giovane e piacente Fond che inevitabilmente ruba il cuore a Paga, scatenando la gelosia del fratello. Un episodio eccellente, con uno stile di regia unico, una fotografia di prim’ordine e una colonna sonora in grado di evocare le giuste atmosfere.
Ancora Pisut Praesangeam è al timone del secondo episodio (Black Magic Woman) che, come ho già accennato qualche giorno fa, giudico il meno riuscito del lotto. La giovane Pam apprende dalla sua vicina di casa dell’esistenza di un olio che rende irresistibili, e che scopriamo essere realizzato con il sangue di donne uccise appositamente per realizzare la preziosa pozione. La lezione che se ne trae è, molto banalmente, che ogni cosa ha il suo prezzo da pagare.
In ultimo c’è la storia di un detective della polizia (Revenge) alle prese con un caso di suicidio piuttosto sospetto, quello di una donna trovata impiccata in uno scenario che trasuda di contraddizioni. Nonostante i suoi superiori cerchino di archiviare alla svelta il caso, il protagonista giungerà alla soluzione più incredibile. Nulla è quello che sembra, è il messaggio che Oxide Pang, alla regia di quest’ultimo episodio, cerca di trasmettere. Un episodio dalle atmosfere noir che avrebbe avuto sicuramente più fortuna se estrapolato dal contesto “Bangkok Haunted” (con cui c’entra poco o nulla) e che, Dio mi perdoni, se fosse stato strappato dalle mani di un Oxide Pang visibilmente annoiato e confuso.
La sorprendente chiusura della cornice narrativa del film, che la prima volta mi ero perso a causa di una sopraggiunta, invincibile sonnolenza, vale comunque da sola il prezzo del biglietto.

LtoR; The Unborn (2003); Haunted Universities (2009); The Child’s Eye (2010)
Dicevamo poco fa di quella curiosa abitudine di voler sfruttare un titolo di successo per replicare gli stessi risultati al botteghino. In questo caso i tre sequel accreditati di Bangkok Haunted sono davvero fuori da ogni logica, non tanto perché qualitativamente insignificanti rispetto al primo o perché fuori contesto, quanto perché avrebbero potuto benissimo vivere di vita propria senza questo inspiegabile sotterfugio. Da parte mia non sono nemmeno riuscito a spiegarmi il motivo per cui tre film usciti nelle sale con un proprio titolo, a un certo punto e per misteriosi motivi legati alla distribuzione, si siano trasformati in “Bankgok Haunted 2, 3 e 4”.
Il primo dei sequel lo abbiamo già incontrato solo qualche giorno fa parlando del Kuman Tong: si tratta di “The Unborn” (2003) di Bhandit Thongdee, ve lo ricordate? Un film che aveva la sua ragion d’essere nel contesto che abbiamo già descritto e che non avrebbe avuto bisogno di venire spacciato inspiegabilmente per un “Bankgok Haunted 2”.
Stessa sorte per Mahalai sayongkwan (Haunted Universities, 2009), improvvisamente mutato in “Bankgok Haunted 3”. Un film, quest’ultimo, abbastanza superfluo, se non fosse per i corposi riferimenti al massacro avvenuto il 6 ottobre 1976 presso l'Università Thammasat, una delle pagine più nere della storia del paese asiatico.
Piccola digressione. In quell’occasione, giusto per la cronaca, alcuni gruppi paramilitari di estrema destra uccisero barbaramente un centinaio di studenti che manifestavano contro il rientro dall’esilio dell’ex dittatore Thanom Kittikachorn. Fu una carneficina: anche gli studenti che infine si arresero furono violentati, impiccati, mutilati o bruciati vivi. Un massacro di cui non si è mai parlato molto, anche perché il giorno stesso del massacro una giunta controllata dai militari si impadronì del potere con un colpo di stato e mise in moto una durissima macchina di repressione che sarebbe durata per mesi. Fine della digressione.
Ancora più inspiegabile è la scelta di riciclare come “Bankgok Haunted 4” un film girato (in 3D!) nel 2010 dai fratelli Oxide e Danny Pang: Tung ngaan (The Child’s Eye, 2010). Inspiegabile perché i Pang Bros all’epoca erano già un marchio di fabbrica perfettamente riconoscibile e, benché pare che non facciano altro che rifare lo stesso film all’infinito, ogni loro nuova release è una calamita irresistibile per gli appassionati del genere. La trama di “The Child’s eye”? Potete ignorarla e sopravvivere lo stesso.

A questo punto credo sia tutto. A partire dalla prossima settimana si tornerà alla solita programmazione random del blog, molto più rilassata e, in linea di massima, vincolata prevalentemente al mio umore quotidiano. Anche il mio piccolo debito verso chi prima di me aveva pensato al titolo “Bangkok Haunted” è stato saldato, spero. Non rimane altro da fare se non mettere la parola fine a questo speciale. Fine. Ecco qua.
Anzi, no. Fermi tutti. Prima di voltare definitivamente pagina lasciatemi citare solo alcune delle innumerevoli fonti alle quali ho attinto per realizzare questo speciale. Non sono certo di ricordarmele tutte, ma ci provo.
Oltre naturalmente ai classici Wikipedia e IMdB, ci tenevo a citare il fondamentale Thai World View, per l'enorme database cinematografico, il sito Thai Movie Blog, per i numerosi collegamenti, e i preziosissimi canali Thai MovieThai Classic Movie. Diversi sono i blog che ho visitato e che, al momento, mi è difficile ricordare. Cito così sui due piedi Thai Film Journal e Joy in Thailand. Se me ne varranno in mente altri aggiornerò questa sezione. Per il lungo lavoro di traslitterazione mi sono rifatto all'articoloA folk taxonomy of terms for ghosts and spirits in Thai” di Manasikarn Hengsuwan e Amara Prasithrathsint, rispettivamente Docente della facoltà di Scienze dell’Educazione e Professore Emerito del Dipartimento di Linguistica presso l’Università Chulalongkorn di Bangkok (Manusya, Journal of Humanities).
Ma la vera chiave, senza la quale orientarmi nei meandri del Paese del Sorriso sarebbe stato molto più complesso, è un libro nel quale sono incappato per caso diversi anni fa: si tratta di “Mae Nak Donne vampiro e spiriti famelici dal lontano Oriente” di Alessandra Campoli (edito da Exorma). È stato grazie a questo piccolo libro (piccolo per le sue dimensioni, non certo per il contenuto) se ho compreso quanto la Tailandia abbia da offrire in termini di folclore. Lo speciale che si conclude oggi deve inevitabilmente molto alla lettura di quel saggio e, se ancora non siete stanchi, o se vi viene la voglia di proseguire da soli questo "Viaggio nella Tailandia spettrale", il mio consiglio è di affidarvi a quelle incredibili pagine. Qui.

9 commenti:

  1. Che dire, hai fatto un lavoro eccezionale. E mi hai fatto venir voglia di vedere almeno uno diquesti film :-)

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    1. Queste tue parole mi rendono davvero felice. Cosa potrei desiderare di più? Grazie mille per l’apprezzamento, Ariano :-D

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  2. Hai visto che sei riuscito a condurre in porto anche questo tuo speciale di aprile? ;-) Ringrazio te per questa bella carrellata in una cultura poco conosciuta e, a tratti, davvero agghiacciante. Non conoscevo nemmeno il brutale eccidio presso l'Università Thammasat. Ringrazio anche Simona che so essere una preziosa collaboratrice. Ora ci vorrebbe proprio un bel periodo di ferie per entrambi!

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    1. Sì, in effetti è così, però ho dovuto lavorare allo speciale per gran parte del mese di aprile invece di dedicare del tempo alla programmazione di maggio…. e ora le scadenze ricominciano a farsi pressanti!! Ferie? Temo che fino a luglio non se ne parli, ma vedremo. Grazie per le belle parole – anche da parte di Simona ^_^

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  3. Comprensibile che una simile maratona ti abbia assorbito quasi al 100%. Io ti ho seguito a sprazzi. Come ti ho detto una volta, nei miei cassetti mentali c'è già stipata troppa cultura mediterranea e nordica, con in più un abbondante pizzico di Australia, e ho esaurito lo spazio ^^
    Un paio di film "thailandesi" comunque li ho nella mia collezione: "Emanuelle in Bangkok" AKA "Emanuelle nera - Orient reportage" e "Le journal erotique d'une thailandese" con la celebre attrice autoctona Brigitte Lahaie ;D

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    1. Errata corrige: "Thailandaise"... C'est Francais!

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    2. Lo stesso problema di hard-disk che ho anch'io. Ti capisco benissimo. ^_^

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  4. Non potevo mancare per il finale.
    Ottimo lavoro socio.

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