lunedì 24 aprile 2017

Takien: The Crying Tree

Nang Takhian (Takien: The Haunted Tree, 2010)
Le leggende legate alla vegetazione appartengono agli albori dell’umanità: non solo miti di un Albero Cosmico, ma anche di figure arboree dalle radici animistiche che, per un probabile collegamento con qualche antico culto della fertilità, sono raffigurate quasi sempre come giovani donne. A volte si tratta di divinità, altre volte di spiriti, fate, perfino fantasmi. 
Gli alberi furono centrali in tutti i culti precristiani, ove rappresentavano un simbolo di rinnovamento e rinascita: con la loro longevità e la loro capacità di rifiorire di stagione in stagione, agli occhi degli antichi sembravano immortali. Per la loro mole, le radici saldamente immerse nella terra e il distendersi dei rami verso il cielo, anche fino a notevole altezza, si pensava che fungessero da collegamento tanto con il mondo dei morti che con la divinità, e non era raro che per i riti iniziatici si scegliessero radure in mezzo a un bosco o a una foresta, come nel caso delle cerimonie dei Druidi, e che gli sciamani, spesso in preda a qualche delirio estatico, si arrampicassero sugli alberi: c’era infatti l’idea che sia gli dèi che i loro messaggeri passassero dalla dimensione celeste a quella terrena scalando gli alberi o discendendone. Di conseguenza, quasi ovunque esistono archetipi legati a un albero della “vita”, che è spesso legato al tema dell’immortalità, e a un albero della “conoscenza”.
Nella mitologia norrena l’Albero Cosmico è l’Yggdrasill, fonte sia di vita che di saggezza, minacciato secondo alcune leggende da un serpente maligno che ne rode le radici fin dalla notte dei tempi. Quest’albero funge da collegamento, come una sorta di asse spazio-temporale, fra le nove dimensioni e fasi dell’esistenza; un mito che ricorre in tutte le zone d’influenza delle popolazioni germaniche, fra le quali si veneravano alberi sacri.
Yggdrasill è un frassino, legno che veniva considerato un potente amuleto contro il male, e la leggenda narra che il primo uomo ad apparire sulla terra fosse un frassino in cui gli dèi avevano infuso la vita (mentre la donna sarebbe similmente nata da un olmo). 

Takian (2006) 
Vanno ricordati anche l’albero di Iðunn (Idunn) e le sue mele d’oro, frutti magici grazie ai quali gli dèi si mantenevano immortali ed eternamente giovani; un mito che si può facilmente ricondurre a quello biblico dell'Albero della Conoscenza, ma anche ad altri. In Irlanda, in occasione del festival di Beltane era tradizione decorare il May Bush o May Tree, in genere un biancospino o un sicomoro, che era associato con gli Aos sí, gli spiriti degli antenati spesso descritti anche come spiriti della natura o come dèi. Presso i sumeri l’Albero della Vita era un importante simbolo religioso e iconograficamente era attraversato da linee e nodi. Concettualmente somiglia all’albero della Cabala, che è formato da dieci nodi interconnessi che rappresentano i dieci Sephiroth, o centri energetici, del corpo umano, e ha un profondo significato ermetico. 
Presso gli Egizi esistevano invece due alberi legati alla vita e alla morte: l’albero di Saosis, un’acacia, che si pensava racchiudesse la vita e la morte, da cui emersero Iside e Osiride, e il Sacro Sicomoro che era posto sulla soglia fra le due dimensioni (Hathor, il principio femminile egizio, era la "Signora del Sicomoro"). 
Fra le culture precolombiane del Mesoamerica esistevano alberi del mondo, le cui tracce sono evidenti nell’iconografia, che facevano riferimento alla terra (ovvero alla natura, espressa tramite i quattro punti cardinali) e al cosmo. Nella Genesi gli alberi sacri sono due, quello della Conoscenza e quello della Vita, ma la Bibbia menziona anche l’Asherah, un albero sacro della tradizione caldea dedicato (secondo alcuni studiosi) al culto dell’omonima dea, consorte di Yahweh; tra i Sufi l’albero del paradiso (Jannah) che simboleggia la perfezione spirituale e la vicinanza a Dio è detto Ṭūbā: citato una sola volta nel Corano, ma anche in altri testi sacri islamici, ha dato il nome a una delle città più grandi del Senegal, la città santa di Touba; gli Indù hanno Asvattha, o Assattha, il Sacro Fico menzionato nel Rig Veda i cui rami simboleggiano l’universo visibile e le radici quello invisibile, o spirituale. Proprio ai piedi di un fico, secondo la tradizione buddista, sedeva il Budda quando ottenne l’illuminazione. La mitologia persiana aveva invece un Albero dei Semi, una pianta primigenia che aveva generato le sementi di tutte le piante selvatiche, e un albero dell’Immortalità (o della Scienza). Nella tradizione iranica si parla più precisamente di Hom o Haoma, termine che indicava sia la pianta sacra, sia la bevanda rituale che se ne estraeva e la divinità che si credeva questa contenesse.

Jao Mae takhian thong (Goddess Taki Thong, 2010)
L’Epopea di Gilgamesh racconta di una pianta miracolosa "che cresce sott'acqua, ha spine come il rovo, come la rosa" ed è in grado di restituire la giovinezza perduta. Gilgamesh ne apprende il segreto da Utnapishtim, colui che  nella tradizione sumera e accadica sopravvisse al Diluvio, e la raccoglie dal fondo del mare, ma in seguito questa gli viene sottratta da un serpente: "Esso uscì dall'acqua e lo ghermì, e subito si spogliò della pelle e ritornò nel pozzo". Il serpente, che da quel momento acquisisce la capacità di ringiovanire in eterno cambiando pelle, grazie alla misteriosa pianta e al suo fiore ottiene quell'immortalità che è invece negata a Gilgamesh e, con lui, all'umanità intera.
Per i cinesi sull’albero cosmico, il Fusang (o Kongsang), risiede il sole, che la mattina si alza e da lì si sposta su un altro albero posto a Occidente, ed esiste un albero-divinità detto Pi-fang.
Nel Taoismo inoltre si narra di un pesco che produce un frutto ogni tremila anni: questa pesca garantisce l’immortalità al fortunato che riesce a coglierla e a mangiarla. 

Il folclore tailandese, con il suo profluvio di spiriti contrapposti, malevoli e benevoli, ha le radici – è proprio il caso di dirlo – ben piantate nel suolo. Non che gli spiriti più numerosi siano quelli delle foreste o degli alberi (non sono in grado di dirlo ma, a occhio, direi proprio di no), ma bisogna ammettere che si tratta di figure particolarmente inquietanti, caratterizzate da una sensualità violenta e mortale. Gli spiriti del banano, del banyan, del tamarindo, del ta-khian e di molte altre piante sono Nang mai, spiriti femminili degli alberi. Un albero in cui dimora uno di questi spiriti verrà contrassegnato con dei festoni colorati. 
Anche nell’antica Grecia, la culla della nostra civiltà, esistevano divinità naturali femminili, le ninfe, alcune delle quali erano dette driadi e vivevano nei boschi e altre, che vivevano all’interno delle piante, amadriadi. Queste ultime, in particolare, erano vulnerabili e condannate allo stesso destino delle piante: in primavera, al risveglio della natura, esse gioivano, mentre in autunno pativano la caduta repentina delle foglie e l’arrivo dei primi freddi; se l’albero cui erano legate soffriva, esse soffrivano; e se l’albero moriva, esse stesse morivano. Erano perciò vendicative e crudeli con chi osasse tagliare o minacciare in altro modo gli alberi del bosco. 
Tali comportamenti, di fatto, comportavano la punizione di tutti gli dèi, cosa che sorresse per lunghissimo tempo la tradizione della sacralità dei boschi e delle foreste (non è certo un caso se, quando in Europa gli antichi culti furono abbandonati e le loro divinità dimenticate, il bosco divenne nell’immaginario comune un luogo oscuro ove è meglio non addentrarsi perché dimora di streghe, elfi, folletti, fate e altre creature non umane che popolavano racconti popolari e leggende e turbavano il sonno dei giusti. Ma non voglio divagare). 

ตะเคียนคู่ (Takhian Khu, 1992)
In questo trova il suo senso un parallelismo fra amadriadi e Nang mai, e più in generale potremmo trovare delle analogie anche fra queste ultime e le Yaksi, spiriti femminili dell’Induismo e del Buddismo, i birmani Yokkaso (gli spiriti guardiani degli alberi, che vivono sui tronchi), Bhummaso (i guardiani della terra, che vivono sulle radici) e Akathaso (i guardiani del cielo, che dimorano sulle cime degli alberi), gli spiriti/divinità dei Tamil come Taalavaasini, dea delle palme, e le giapponesi Kodama/Kiinushii
Tuttavia, le Nang mai non si limitano a proteggere gli alberi e la foresta: questi spiriti, a volte miti e innocui, possono scatenare un potenziale seduttivo irresistibile, e poiché non scindono mai erotismo e morte, boschi e foreste sono luoghi che nessun tailandese dovrebbe mai frequentare a cuor leggero. 
Nella foga dell’amplesso, le Nang mai si trasformano in crudeli vampiri psichici che prosciugano letteralmente la vita delle vittime: se nessun uomo si addentra incautamente nel bosco, li cercano e li predano di proposito. Come Phi Tanee, o Nang tani, lo spirito dell’albero del banano selvatico, che ricorre a grida e lamenti strazianti per attirare a sé gli uomini e divorarli. 
Tanee è la Nang mai per eccellenza, forse la più pericolosa: leggende su uno spirito del banano sono comuni in tutto il Sudest asiatico, e addirittura in Cambogia la tradizione impone di non piantare questi alberi vicino alle case, oppure di potarne regolarmente i rami per indebolirli e smorzarne l’aggressività (perché più forte e rigoglioso è l’albero, più pericoloso è lo spirito che lo abita). È Takien però la Nang mai più venerata: per esempio, nel tempio di Wat Nang Kui della provincia di Ayutthaya, che risale a oltre 400 anni fa, c’è una cappella (vihara) dedicata a Mae Takian Thong. Il tempio porta il nome della ricca mecenate (Nang Kui, cioè “la signora Kui”) che ne finanziò la costruzione e che alla sua morte, si dice, per i meriti accumulati in vita si trasformò in uno spirito che prese a risiedere in un albero Takian posto proprio nei pressi del tempio. 
Quel vecchio albero è morto esattamente vent’anni fa, nel 1997, ma i suoi resti sono stati conservati in segno di rispetto e devozione, e dal suo legno è stata ricavata la statua di Takien che tuttora è presente nel tempio e alla quale i fedeli portano doni ed elevano preghiere e richieste. 

พรายตะเคียน (Prai Tah Kien, 1987)
Ricostruire una “cinematografia delle Nang mai” si è rivelata forse l'impresa più complessa fra quelle che mi ero prefisso. Nel tempo ho visto comparire queste creature nei film perlopiù nelle vesti di comparse, e ancora una volta una ricerca a tappeto tramite i soliti canali si è rivelata infruttuosa. Fortunatamente il web è immenso e con un po’ di fortuna, saltando da un sito tailandese all’altro, da un blog tailandese all’altro, sono infine riuscito a mettere assieme qualche tassello che, lungi dal completare il puzzle, mi permette di mettere vagamente a fuoco l’insieme. 
I talebani di YouTube potranno comunque trovare un bel po’ di interessanti titoli vintage da visionare, rigorosamente in lingua originale e altrettanto rigorosamente senza sottotitoli. Il più interessante di tutti è fuor di ogni dubbio “Prai Takian” (1940): si tratta, per inciso, del più antico film tailandese di fantasmi di cui si abbia memoria, e del quale non rimangono che otto minuti scarsi (tutto il resto può dirsi verosimilmente perduto). Trattasi di un girato in 35mm, in bianco e nero e privo di sonoro, registrato dal Ministero della Cultura come parte del patrimonio cinematografico tailandese. 
Parlare di horror in questo caso è un attimo fuori luogo in quanto, almeno a giudicare dalle immagini, si tratta di una pellicola ricca di situazioni comiche, con i protagonisti impegnati in rocambolesche fughe di fronte all’apparizione dello spirito. Se dovessi trovare un’analogia, non esiterei a paragonarlo ai vecchi film con Ridolini o Charlot. Non sono riuscito a recuperare nessuna informazione circa il regista e il cast, ma ormai ho imparato che il cinema tailandese è molto restio a rivelarsi per intero. 

Un quarto di secolo più tardi, nel 1966, fu la volta di un altro film, il cui titolo può essere translitterato in “Goddess Taki Thong”, o qualcosa del genere. La vicenda è ambientata nel 1905 e narra le vicende dello schiavo Yod e della sua promessa sposa Khun, anch’essa schiava. È la classica storia di prevaricazione nei confronti di un amore tanto puro quanto impossibile. 
Il giorno in cui Nang Neuan, la giovane moglie del padrone, cerca di sedurre Yod, la colpa ricade su quest’ultimo. La moglie fedifraga, anch’essa desiderosa di vendetta per essere stata respinta, invita il marito a fare di Khun la propria amante, aprendo uno scenario che farebbe impallidire quelli di Beautiful. Il giovane Yod, sentendosi tradito, respinge Khun, la quale per disperazione si impicca a un albero Takhian, lo stesso dove anni prima i due innamorati si erano promessi eterno amore. Yod, impietosito, seppellisce infine il corpo dell’amata proprio ai piedi di quell’albero. 
Sul fatto che Khun finirà per ritornare nelle sembianze di uno spettro non ci piove, e credo che nessuno mi possa accusare di anticipare troppo la trama. Curiosità interessante: esiste una successiva versione di “Goddess Taki Thong” alla quale è stata aggiunta una colonna sonora firmata dal nostro Ennio Morricone (temo a sua insaputa). 

ตะเคียนคะนอง (Ardente, 1979)
Una vicenda piuttosto simile verrà riproposta una decina di anni più tardi in un nuovo film il cui titolo potremmo tradurre in “Ardente” (1979). In questa versione, una giovane donna torna al villaggio natio per annunciare al proprio genitore la sua intenzione di convolare a nozze con un insegnante di Bangkok, ma il destino mette sulla sua strada un vecchio pretendente respinto che la uccide dopo averla stuprata. Come di consueto, la donna ritorna sotto forma di spirito per cercare giustizia. 
Molto simile al capostipite del 1940, ma solo nel titolo, è “Phrai Takhian” (aka Prai Tah Kien, aka Supernatural Goddess, 1987), che può vantare nel cast uno dei più celebri volti di tutta la Tailandia, l’attore Kowit Wattanakul, che qualcuno può forse aver notato in “Solo Dio perdona” (2013) di Nicolas Winding Refn. Stessa storia di amori e tradimenti, stupri e violenze che si concludono con la protagonista che si impicca a un albero Takhian
Vi chiedete se è tutto? Niente affatto: troviamo ancora una volta Kowit Wattanakul nei panni del protagonista di “Takhian Khu” (1992). La trama? In due parole: la giovane Champee si impicca a un albero Takhian dopo essere stata violentata. 
Entrambi i film, “Phrai Takhian” (1987) e “Takhian Khu” (1992), si trovano sul tubo (almeno, oggi è così) inserendo semplicemente il titolo come chiave di ricerca. Naturalmente potete scordarvi i sottotitoli, ma non è che si può avere proprio tutto dalla vita, no? 

Il lungometraggio “Ta-kien” (aka Takean) di Chalerm Wongpim, datato 2003, costituisce una felice eccezione. Il film è incentrato su Phi Takien che, come già accennato nell’introduzione dedicata agli spiriti e fantasmi tailandesi, è lo spirito di un sempreverde tipico della foresta tropicale, la Hopea Odorata
Nel film, Takien si oppone a un avido costruttore senza scrupoli in un eco-vengeance dai toni malinconici. L’utilizzo della CGI è forse eccessivo, ma ciò non toglie che "Ta-kien" si faccia notare per la sua ampia offerta di paesaggi mozzafiato, che costringono lo spettatore a lasciarsi alle spalle quei piccoli, trascurabili particolari come i tempi ingiustificatamente lunghi sui quali il regista si sofferma in alcuni passaggi. La stessa diga con la quale l’incauto ingegnere sfida Phi Takien è un monumento che ben si amalgama con il paesaggio, nonostante lo scopo per cui essa viene costruita e nonostante le conseguenze (l’allagamento della foresta) che essa è destinata a portare. 

Lhorn (Soul, 2003)
Il 2003 fu un anno decisamente florido per le Nang mai in quanto, oltre al sopra citato lungometraggio di Chalerm Wongpim, sbarcarono nelle sale due ulteriori titoli: ”Lhorn” (aka Soul) di Arphichard Phopairoj e “Jun-Ka-Por” (The crying tree, 2003) di Worachet Nimsuwan. Il primo è in realtà un film a episodi, che sfrutta la gita di un gruppo di ragazzi (Manao, Fah, Dao e Krit) nella vecchia casa di famiglia di uno di essi come scusa perfetta per sciorinare vecchie storie su fantasmi e possessioni. Si tratta di quattro diverse storie basate su credenze e misteri provenienti dai vari angoli del paese, proposte al pubblico nel dialetto locale. 
Il primo episodio (Phee-Phong) proviene dalla Tailandia del nord e narra di un albero magico detto “Bat-pha” in grado di trasformarsi in un fantasma che rimane innocuo finché qualcuno non identifica il suo ospite misterioso. Il secondo episodio (Nang-Ta-Kien) proviene delle regioni centrali e narra dello spettro di una vittima di omicidio (avvenuto proprio sotto un albero Takhian) che cerca vendetta nei confronti del suo assassino. L’episodio “Prai-Ta-Nhi” narra di una donna (palesemente ispirata allo spirito Phi Tanee) che vive tra gli alberi di banano e che lancia incantesimi d’amore su coloro che ritiene di amare. Se respinta, la sua furia diviene ovviamente incontrollabile. L’episodio finale, che proviene dalle regioni del Nordest, narra di alcuni incauti che violano le regole della magia nera attirandosi contro la maledizione di una nostra vecchia conoscenza: Phi Pop, lo spirito femminile che ama banchettare con le viscere dei vivi. A sorpresa, il film si chiude proprio su questo episodio, che spezza le regole e irrompe nella “realtà” del suddetto gruppo di ragazzi in gita, facendone scempio.

Ancora più inquietante è il già citato “Jun-Ka-Por” (The crying tree, 2003) di Worachet Nimsuwan: in una tranquilla, appartata e idilliaca località di campagna, ogni volta che si odono le parole della canzone “The Crying Tree” un brivido di terrore scende sugli ospiti. Quando la musica si ferma, infatti, uno di loro viene trovato orribilmente ucciso. Quello che sembrava essere un giorno di serenità si trasforma lentamente in un incubo. Come fermare questa serie infernale di uccisioni e, soprattutto, chi ne è il responsabile? Uno dei presenti oppure… uno spirito vendicativo?

LtoR: Jun-Ka-Por (The Crying Tree, 2003); Ta Kian 2 (Takian 2, 2010); Ta-kien (Takean, 2003)
Citiamo velocemente anche “Tuk kae phii” (aka Gecko Ghost, aka Lizard Woman, 2004) di Manop Udomdej, con il solito Kowit Wattanakul, “Takian” (2006) di Phongsakon Chubua, “Takian 2” (2010) di La-on, “Jao Mae takhian thong” (aka Goddess Taki Thong, 2010) di Mangkorn Chaophaya e giungiamo a uno dei più interessanti, se non per la trama, che a questo punto conosciamo quasi a memoria, quanto per la fattura piuttosto elevata, per la caratterizzazione dei personaggi, i momenti di puro terrore e le atmosfere estremamente malinconiche di cui è permeato: trattasi di “Nang Takhian” (aka Takien: the haunted tree, 2010) di Saiyon Srisawat, di cui potete trovare facilmente il trailer, se non avete tempo per altro. 
Yaibua è una donna disperata: ha perso nel giro di un attimo il suo lavoro e l’amore della sua vita. Disoccupata e tradita, Yaibua ritorna nella sua città natale, dove vede nella sua famiglia di origine la sua ultima speranza. Al suo arrivo, scopre che i suoi genitori e la sorella se ne sono andati, scomparsi nel nulla senza una parola. Devastata nell’animo, l'unica persona a cui Yaibua riesce a pensare è Pichan, il suo ex boyfriend, ma anche lui sembra essere sparito per sempre dalla sua vita. Incapace di andare avanti da sola, Yaibua finirà per legarsi una corda al collo e appendersi a un grande albero nei pressi del cimitero. Ma le sue colpe faranno sì che il suo spirito rimanga imprigionato nell'albero, in attesa del ritorno di Pichan e della propria redenzione.

Nang Takhian (Takien: The Haunted Tree, 2010)

8 commenti:

  1. Una carellata veramente esaustiva. Interessante per allargare le forme dell'orrore, che alle nostre latitudini si sono a lungo soffermate intorno a vampiri, mummie e zombi, più qualche serial killer o idee estemporanee come Freddy Krueger. Basta spostarsi in altre parti del mondo e l'immaginario collettivo è totalmente diverso.

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    1. Creature del genere esistono anche nel folclore italiano ed europeo, ma la differenza è che noi non ne parliamo, quasi avessimo paura di essere presi per degli schiocchi creduloni, quasi se ce ne dovessimo vergognare. Molto più facile parlare di mummie e di zombi, creature alle quali non siamo costretti a credere.

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  2. Molto molto interessante questo tuo post! Salvo e leggo con calma, grazie 😉

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    1. Grazie del commento, Giulia, e benvenuta sul blog!

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  3. Questo articolo sulla venerazione per l'albero nelle varie culture mi ha conquistata. Mi viene da pensare però che la Thailandia sia particolarmente rischiosa per gli uomini, con tutti questi spiriti al femminile seducenti e vendicativi, che addirittura vanno a cercare le loro vittime se non si presentano spontaneamente!

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    1. Infatti. Da qualche parte in uno dei post precedenti l'ho anche scritto: semmai dovessi andare in Thailandia cercherò di stare alle larga dalle fanciulle, specialmente quelle dolci e gentili.

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  4. Che ricerca meravigliosa stai portando avanti: se fossimo in un paese del terzo mondo avresti già trasformato in bestseller questi tuoi viaggi tematici, e ci faremmo le presentazioni a vicenda nei festival letterari, invece siamo in Italia e tocca accontentarci dei blog :-D
    Scherzi a parte, da giovane mi ha molto colpito il film "L'albero del male" (The Guardian, 1990) di William Friedkin, dal romanzo i Dan Greenburg (inedito da noi, appunto). Non tanto il film in sé ma l'idea di quell'albero che mi appariva così spaventosa. Già da "Poltergeist" sapevo che gli alberi mettono paura, quindi non mi ha stupito ritrovarli agli albori di ogni rito umano, in ogni angolo del mondo.
    Il tuo discorso sul bosco oscuro mi ha ricordato il curioso destino di una parola tedesca, "unheimlich", che mi è capitato di seguire perché è diventata famosa grazie a Freud. (Dimentichiamo l'inefficace traduzione italiana, "perturbante", che sembra una barzelletta!) Indicava proprio l'oscurità del bosco come simbolo di tutto ciò che non è illuminato, quindi nemico all'uomo ("heim" è "casa", quindi la parola sembra indicare tutto ciò che NON è casa, familiare). Poi però nell'Ottocento è arrivata l'illuminazione elettrica e i paesi cominciavano a "conquistare" il buio con la luce, tanto che unheimlich non poteva più indicare i boschi oscuri. Con un salto carpiato delizioso, si ritrovò ad indicare quella parte della vita cittadina che rimaneva avvolta nelle tenebre più complete: il sotto della terra, "ciò che sta sotto". Che poi divenne l'inconscio che Freud stava portando alla luce. Così il buio del bosco non era più qualcosa di esterno da cui tenersi alla larga, ma qualcosa dentro di noi, nel profondo di noi, da cui non potevamo più fuggire. Come se gli alberi del bosco ci avessero messo radici "dentro"...

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    1. Il film che menzioni lo ricordo appena, mi vengono però in mente molti esempi in letteratura, romanzi o racconti ove la presenza della natura diviene oppressiva o maligna (Machen, Onions, Blackwood su tutti).

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