martedì 4 febbraio 2014

Illusion d'ombre

Voltò lo sguardo prima a destra e poi a sinistra. La strada era deserta. Di fronte a lui la facciata dell’edificio che ospitava il Blue Bell Hotel, il cui nome sull'insegna luminosa era parzialmente corrotto da alcune lampadine bruciate e mai sostituite: evidentemente anche questo posto, come tutto il resto intorno, aveva visto tempi migliori. Nonostante ciò, era probabilmente uno dei posti migliori dove trovare alloggio in città, né troppo lussuoso, né troppo fatiscente, in grado di offrire una discreta comodità, al giusto prezzo, garantendo allo stesso tempo quella piccola dose di tatto e di riservatezza che egli gradiva.
La segretaria del suo capo, che gli aveva prenotato la camera, aveva interpretato perfettamente il suo desiderio.
Thomas attraversò lesto la strada e spinse la porta a vetri, che cedette con un leggero cigolio. La hall sembrava deserta. Con la sola eccezione di una piccola luce oltre una porta socchiusa, dietro il bancone della reception, tutto era avvolto nelle tenebre. Dovrebbero ambientarci una storia di fantasmi in questo posto, pensò incamminandosi in silenzio verso l’unica sorgente di luce. Cercò di attirare l’attenzione di qualcuno con un leggero colpo di tosse, ma il suo tentativo non ebbe esito. Tossì due volte ancora, con maggior decisione: nulla. Maledizione, pensò. Fece per girare attorno al bancone per gettare lo sguardo oltre la porta socchiusa, quando un’ombra oscurò per un attimo quell'unica fioca luce.
L’ombra fece improvvisamente capolino sulla soglia e, dopo una breve incertezza, si avvicinò al bancone e accese una lampada, rivelandosi a Thomas: l’ombra apparteneva ad una donna sulla trentina, non bella ma in un certo qual modo attraente. Il leggero trucco non riusciva del tutto a celare le prime rughe che le scavavano il viso. Lavorare la notte alla reception di un albergo, si convinse Thomas, doveva essere una di quelle attività che segnano sia nel fisico che nello spirito. La targhetta che brillava sull'uniforme rivelò a Thomas il nome della sua interlocutrice.
“Buonasera Debbie”, esordì, “mi perdoni se mi presento solo a quest’ora, ma credo che ci sia una camera riservata per me.”
Debbie si illuminò di un bel sorriso, rivelando una dentatura bianca e pressoché perfetta. Thomas conosceva da anni quel vecchio trucco: rivolgersi alle persone pronunciandone il nome faceva scattare in loro qualcosa che le rendeva più malleabili e bendisposte.
“Buonasera a lei. E benvenuto al Blue Bell, signor… signor?”.
“Mi chiamo Reeson, Thomas Reeson.”
“Benvenuto sig. Reeson. Mi lasci controllare”.
Debbie abbassò lo sguardo su un registro e Thomas ne approfittò per fare altrettanto nella leggera scollatura della donna i cui seni, seppur minuti, parevano essere ben disegnati. Fece sostare il proprio sguardo su un piccolo neo, seminascosto dall'orlo della camicetta, forse per un tempo eccessivo. Debbie probabilmente se ne accorse ma, se così fu, non parve esserne dispiaciuta. Gli regalò anzi un sorriso ancora più dolce e gli porse una chiave. “La sua stanza è la numero 410, sig. Reeson”, disse, “…ed è al quarto piano. L’ascensore è laggiù. Purtroppo è tardi per la cena”, aggiunse, “e la colazione non verrà servita prima delle sette di domattina”. Thomas aveva in realtà già mangiato qualche ora prima, ma una cena, magari a lume di candela con Debbie, l’avrebbe accettata volentieri. Ma non era quello che probabilmente la donna intendeva con le parole “purtroppo è tardi per la cena”…
“Non importa”, rispose Thomas sfuggendo ai suoi pensieri, ”a quest’ora ho solo bisogno di coricarmi. Grazie mille, Debbie. Buona notte.”
“Buona notte Th… sig. Reeson”.
Nel buio si avventurò lentamente alla sua destra, nella direzione che gli era stata indicata. Era una sua impressione, oppure Debbie poco fa stava per rivolgersi a lui usando il suo nome di battesimo? Trovò quasi subito un ascensore, ma la scritta “fuori servizio”, chissà perché, non lo stupì. Non senza sbuffare prese la rampa di scale lì accanto e trascinò se stesso e il suo bagaglio fino al piano. Una luce fioca illuminava quanto bastava il corridoio e non fece fatica ad individuare la propria stanza. Inserì la chiave nella serratura e la girò in senso antiorario. Un “clack” metallico gli confermò che il suo viaggio, per quel giorno, era giunto alla conclusione. L’arredamento della stanza era spartano, di gusto discutibile. Un letto singolo era celato da una polverosa coperta verde scuro. La tappezzeria a fiori alle pareti era scrostata in più punti e rivelava sotto di essa una ulteriore carta da parati con un differente motivo floreale. Il bagno sembrava pulito e ciò tutto sommato era l’unica cosa che a lui importava. Aveva solo bisogno di una doccia calda, una sigaretta, e qualche ora di sonno. Il successivo sarebbe stato un giorno importante, aveva bisogno di rimettere insieme tutte le sue energie. Si sedette sul bordo del letto e si tolse le scarpe, quindi abbassò lo sguardo sul comodino: accanto al telefono era posato uno di quei foglietti plastificati dove solitamente sono riassunte le cose essenziali che il cliente di un hotel deve sapere. Per la linea esterna, digitare zero. Per comunicare con la reception, digitare nove.
Thomas sollevò la cornetta.

Quello che avete appena letto, nel caso ve lo stiate chiedendo, è il mio personale contributo a “Illusion d’ombre”, l’esperimento di scrittura collettiva promosso la scorsa primavera dal blog Start from scratch.
L’idea era quella di una round-robin. Avete presente, no? Quel tipo di narrativa nella quale un certo numero di autori scrive a turno un capitolo, lasciando al successivo il compito di portare avanti la storia, facendo tesoro di quanto scritto dai suoi predecessori.
Decisi di intraprendere questa avventura un po’ per gioco e un po’ per curiosità, senza nemmeno avere una vaga idea di ciò che mi sarebbe successo di lì a poco. L’iniziativa era tutto sommato simpatica e, cosa da non sottovalutare, era rivolta a tutti, anche a scribacchini senza esperienza quale io sono. Dopo un normale periodo di assestamento della squadra (gente che andava e veniva), ci ritrovammo in dieci. E in dieci portammo avanti, giorno dopo giorno, capitolo dopo capitolo, questo progetto.  Un progetto che sarebbe durato otto lunghi mesi.
Un gruppo assolutamente eterogeneo (stavo per dire “sgangherato”, ma mi sono trattenuto). Uomini e donne di tutte le età e dai gusti diametralmente opposti, ma con un unico scopo: quello di riuscire a mettere degnamente la parola fine a questa avventura. Avremmo potuto abbandonare tutto alle prime difficoltà e, oggi possiamo dirlo, più volte c’è stato questo rischio. Ma siamo andati avanti e, dopo molti mesi, numerose riscritture, vari start from scratch, innumerevoli revisioni e confronti, siamo ora pronti a presentarvi il risultato finale, che si è finalmente materializzato in un meraviglioso ebook!
Meraviglioso? Beh, forse non proprio meraviglioso. Non abbiamo nemmeno la presunzione di definirlo bello (anzi, carino o simpatico sono aggettivi più consoni) e, se mai lo leggerete, credo che vi salteranno subito agli occhi le nostre molte ingenuità. Ma d’altra parte è stato un “esperimento”, un gioco che si è trasformato in una sfida. Una sfida di cui, nel bene e nel male, oggi orgogliosamente annunciamo la conclusione.
Una conclusione che non sarebbe stata tale senza l’incredibile entusiasmo di Maria, la blogger di Start from Scratch, la quale, dopo aver dato il via alle danze, ha avuto la pazienza di continuare a spronarci, di continuare a regalarci nuovi stimoli, impedendo di fatto che noi, incorreggibili pigroni, svogliati e scansafatiche, ci adagiassimo sugli allori. Grazie Maria, sei stata un grande capitano!
Ma l’ebook? Dov’è? Lo trovate là dove merita di essere, ovverossia nella bacheca della sua ideatrice.
Vi invito quindi a passare sul blog di Maria, dove potete trovare i links per l’EPUB e per il MOBI.
Buona lettura!

11 commenti:

  1. Mi piace il ruolo del capitano di vascello. Quasi quasi ci faccio un pensiero.
    Grazie per aver partecipato!

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    1. Capitano, mio capitano! Sempre a disposizione (purché non ci sia da lavare il ponte)

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  2. Vado a downloadare ;-)
    P.S.: devo scoprire se Debbie è una fantasma...

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    1. TI sei incuriosito, eh? Bene, bene....

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  3. Wao, non sapevo avessi partecipato anche tu!
    L'esperimento è divertente ed interessante, senza dubbio! :)

    Moz-

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    1. Ebbene si, sono come il prezzemolo. Dove ti giri mi trovi.

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  4. Ho parteipato a tre round ronin ed è un esperienza che consiglierei a tutti gli scribacchini.

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    1. Si, lo so, ti ho letto su 2MM. Sei stato davvero bravo, considerato anche il fatto che ti sei confrontato con partecipanti di grande spessore.

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  5. Anch'io un anno fa ne avevo organizzata una a cui aveva partecipato anche Romina, e che è poi stata pubblicata. Poi anche una seconda, ma il risultato non era stato granchè... colpa di un paio di sabotatori interni. Però quando riescono bene le RR sono davvero forti.

    Per Nick: le round "ronin" sono la versione samurai delle round robin?

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    1. Sabotatori esterni? Ma dai? Pazzesco!

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    2. No, peggio ancora: sabotatori INTERNI!

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