domenica 9 febbraio 2014

The man whom the trees loved

Per affrontare per la prima volta Algernon Blackwood, uno dei maestri incontrastati della narrativa soprannaturale, ho scelto “The man whom the trees loved”, non certo la sua opera più famosa ma in qualche modo perfetta summa di alcuni dei suoi tratti più peculiari. Il genio di un Autore capace di intrigare con un racconto costruito per accumulo di piccoli avvenimenti solo all'apparenza poco significativi appare evidente dopo la lettura di questo testo: una settantina di pagine (quelle dell'edizione in inglese in mio possesso) per narrare quella che è, a tutti gli effetti, la storia di una possessione, dove però non c'è alcun bisogno di scomodare demoni o spettri di sorta.
Due anziani coniugi abitano in un cottage della campagna inglese al limitare di una foresta, un cedro solitario in fondo al loro giardino ad ergersi (non solo metaforicamente) come un guardiano tra due mondi. David e Sophia non potrebbero essere più diversi, tanto puritana e amante del focolare lei quanto progressista e amante della natura lui: passione, questa, che non solo la moglie non condivide, ma per la quale prova un'istintiva avversione. E non a torto. Già in passato David si è spinto così in là nelle sue esplorazioni della foresta tropicale da mettere a repentaglio la propria vita e compromettere la sua salute. Ma ora, man mano che la stagione avanza e l'autunno cede il posto all'inverno, quella del marito si trasforma in una vera e propria ossessione, e quel che è peggio è che è reciproca... Sollecitata da conversazioni poco convenzionali, l'attenzione della vicina foresta si desta e si focalizza su David. Portata dal vento, la voce degli alberi è un richiamo irresistibile per la mente e il cuore dell'uomo, la cui unica ragione di vita diviene il prendersi cura delle sue amate piante e passare tutto il suo tempo all'aria aperta, nella foresta. Sophia sente che una forza (volontà) schiacciante le sta sottraendo suo marito e si convince di doverlo salvare dalla perdizione, anche se non è chiaro se ad essere più in pericolo sia il corpo di David o la sua anima...

In questo racconto la natura non è, come in tanti altri, solo un espediente narrativo per amplificare concreti o immaginari terrori che in essa si celano o possono celarsi, ma del terrore è la fonte, l'essenza stessa. La natura non è né aliena né mostruosa, ma altrettanto reale, viva e conscia di noi. La natura, il vestito di Madre Terra, è – come Sophia realizza un po' troppo tardi - il più terribile e invincibile dei nemici.
E poi la spiegazione le giunse - il tipo di spiegazione che il sogno porta con sé. Capì. Perché, sotto l'acqua, aveva visto il mondo di alghe sorgere dal fondo del mare come una foresta di fitti, verdi gambi sinuosi, smisurati e spessi rami, milioni di antenne che diffondevano attraverso i profondi abissi marini il potere del loro mare di fogliame. Il Regno Vegetale era anche nel mare. Era ovunque. Terra, aria, acqua e lo sostenevano, e non c'era alcuna via di fuga.

Quello che ci viene mostrato, specialmente una volta entrati nel vivo della vicenda, è esclusivamente il punto di vista della moglie, cosa che da un lato mantiene viva la suspense fino all'ultima pagina, e in parte sfrutta appieno le potenzialità narrative del personaggio di gran lunga più interessante tra i due. Contrariamente al marito, monodimensionale nelle sue convinzioni e passioni, la moglie ha una natura più ambivalente, contraddittoria (la scelta dei nomi, David l’amato (da Dio) e Sophia la scintilla divina, appare non del tutto casuale solo a me? Forse sono io che tendo a vedere rimandi mistico-filosofici ovunque…?).
In quanto donna, Sophia lotta per ciò che ama ma non vive la lotta come una sfida; in quanto donna sa trasformarsi da compagna e moglie in madre. Perciò, la cosa più degna di nota è proprio il cambiamento che si opera in Sophia: se è David l'oggetto del contendere, della possessione, è però lei a subire la trasformazione più radicale, lei che si arrende e arriva perfino ad accettare l'idea che, se suo marito ha scelto di offrire a lei al resto del mondo solo un vuoto involucro, la mera parvenza di quella che un tempo era la sua vera essenza, non necessariamente questo significa che si sia allontanato anche da Dio. La disfatta di Sophia non è solo personale, è anche la disfatta di un tipo di religiosità dogmatica e assolutistica di stampo vittoriano che, al tempo in cui il racconto fu scritto, andava scomparendo. Al posto del razionalismo, però, il racconto di Blackwood vira verso una sorta di misticismo naturalista, contrapponendole concetti (come la coscienza collettiva dei vegetali) che persino ai giorni nostri le masse faticano a comprendere e ancor meno ad accettare.
Alla fine, l'esito della vicenda per Sophia è terribile: una non-vita fatta di assenza, l'assenza del marito e, dulcis in fundo, l'assenza di Dio. Una condizione di vita sospesa nella solitudine che pare potenzialmente eterna. Eterna come la vita di una foresta.

14 commenti:

  1. Blackwood era ossessionato dal rapporto uomo natura, un dualismo che ritorna spesso. Io ti consiglierei anche il racconto "The Willows", di cui esistono diverse buone traduzioni anche da noi.

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    1. Andrò a breve a leggere anche "The willows", facente parte di un volume-trilogia che mi ero già procurato. Oltre a quello include i racconti "The Listener" e "The Wendigo". Non sapevo Blackwood esistesse tradotto in italiano: l'ho trovato in inglese e l'ho preso senza pormi il problema.

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    2. Si, è stato tradotto in Italia negli anni 70\ 80 s da Fanucci.

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    3. Ne deduco che sia ormai praticamente introvabile.....

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    4. Esistono almeno due libricini, si trovano al modico prezzo di 30 € se incappi nella bancarella giusta. Uno dei due volumi raccoglie alcune, forse tutte le storie di John Silence, l'altro sicuramente "The Willows". Ce li ha entrambi una mia amica, ma è molto possessiva con i suoi libri!

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    5. Cosa? €30 se trovo la bancarella giusta? OK, credo che andrò avanti a leggere in inglese...

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  2. Mr. Blackwood ha sempre fatto parte della lista delle mie potenziali letture ma finora non ho avuto tempo di attuare il proposito (dopotutto la lista è sterminata). La trama di questo libro mi tocca a livelli profondi anche perché è molto vicina a certe mie esperienze personali del lontano passato. Grazie per questo (come sempre) ottimo invito alla lettura :)

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    1. Le liste sterminate sono un problema di molti. Spero che dopo questo post Blackwood sia risalito un pochino nella tua to-read-list.

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  3. Sono sincero, mai letto e non so nemmeno se possa essere nelle mie corde, anche se da come hai descritto quest'opera pare bella.

    Moz-

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    1. Se ti può consolare fino a un mese fa non immaginavo nemmeno dell'esistenza di Blackwood....

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  4. Di Blackwood ho letto pochi racconti ma mi sono fatto l'idea che fosse alquanto fissato con il rapporto uomo-natura. Caso scuola è "The Willows", che a dire il vero ho trovato un po' noiosetto, ma è il più celebrato quindi probabilmente sono io che non l'ho letto con la giusta predisposizione.

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    1. Se è il più celebrato un motivo probabilmente ci sarà. Non posso esimermi dal leggerlo, a questo punto.

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  5. Sai che credo di non aver mai letto nulla di Blackwood? Lui tra l'altro non è quello di John Silence?

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    1. Esatto. Io in precedenza avevo letto soltanto “The Wendigo”, tra l’altro in inglese (una faticaccia, tanto è pieno di slang, ma ne è valsa la pena!).

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