mercoledì 26 novembre 2014

Il castello della purezza

Ho imparato a conoscere gli uomini osservando il comportamenti dei topi. Uomini e topi sono la stessa cosa! Ecco perché io non voglio che tu abbia alcun contatto con il mondo. È meglio rimanere rinchiuso qui con i miei topi, piuttosto che avere a che fare con ciò che c'è là fuori. Perché dici questo? Non dovresti parlare così. Non si può paragonare la gente con i ratti. Inoltre, hai sempre amato i nostri bambini. Sì, ma loro sono diversi. Come potrebbero non esserlo dal momento che non hanno mai lasciato questa casa? Non ti rendi conto? Sono 18 anni che io e i ragazzi non usciamo di qui. In 18 anni non abbiamo mai nemmeno visto la strada. Hai anche il coraggio di lamentarti? Al contrario, sono sempre stata molto felice con te. Non c'è niente di meglio che vivere con un uomo come te. Non ho bisogno di niente altro. Questi 18 anni sono stati meravigliosi. Tu sei tutta la mia vita. Non ho bisogno di andare fuori. Ti ricordi quando siamo venuti in questa casa? Utopia era appena nata. Voluntad e Porvenir non hanno mai visto altro che queste mura. Non c'è nient’altro per loro al di fuori di questo. Se non fosse stato per questo, chissà cosa sarebbe stato di noi. Tu conosci il mondo. Te lo ricordi. Tu sai com’è. È ancora così, perché quando io esco lo vedo con i miei occhi. Fidati. La decisione è stata ottima e lo prova il fatto che i bambini qui sono al sicuro, sono puri, sono felici. Al contrario, nel mondo le loro anime sarebbero già stati corrotte.

Una famiglia, cinque persone. C’è un uomo, Gabriel Lima, un insignificante quarantenne senza sogni che si affanna nel commercio di un veleno per topi artigianalmente fatto in casa. C’è una donna, Beatriz, di una bellezza sbiadita e scontornata dal tempo, come quelle vecchie polaroid che di tanto in tanto si trovano in fondo ai cassetti. Ci sono infine tre ragazzi, figli di Gabriel e Beatriz, impegnati dalla mattina alla sera nell’improvvisata quanto sgangherata azienda di famiglia. I loro nomi, quasi come se il destino avesse voluto farsi beffa di loro, sono Utopia,  Porvenir e Voluntad (Utopia, Futuro e Volontà). Una famiglia qualunque? Una famiglia come tante? Non esattamente, visto che il capofamiglia soffre di una grave forma di follia che porterà le vite di tutti allo sfacelo.

Come si intuisce dal dialogo inserito in apertura, l’origine del “mal d’etre” della famiglia Lima si può ricondurre ad un avvenimento accaduto molto tempo prima, quando Gabriel impose a Beatriz la scelta di una vita assurda, completamente scollegata dal resto del mondo. Secondo gli accordi l’uomo sarebbe stato l’unico a poter mettere piede fuori di casa, mentre la moglie e i (futuri ed eventuali) figli avrebbero potuto risparmiarsi le cattiverie del mondo grazie ad una forzata clausura tra le mura domestiche. Non la moglie, non i suoi figli, avrebbero dovuto porsi il problema di cosa potesse esserci oltre quel maestoso portone, la cui apertura, allarmata da raffazzonati campanacci, era esclusiva del padrone di casa. Il castello della purezza è esattamente questo: un luogo dove spazio e tempo, così come li conosciamo noi, non hanno alcun senso. Un limbo nel quale è preservata quella purezza che deriva dell’incomunicabilità, dalla non esistenza, dove le regole sono dettate dai tempi del lavoro, dai tempi dello studio e dai tempi della punizione, e risate e allegria sono bandite. Un castello chiuso, sbarrato, addirittura murato, dal quale non si può osservare nulla se non un insignificante quadrato di cielo che fa capolino sopra il piccolo cortile centrale. Ma nemmeno il cielo dimostra un briciolo di pietà  e l’unica cosa che sembra avere da offrire è pioggia, pioggia e ancora pioggia. Solo poche volte si vede brillare il sole, ma solo nelle brevi scene in cui l'uomo esce di casa per cercare di vendere il suo miserabile rodenticida. Ergo, il sole ha fatto la sua libera scelta. La pioggia è tutto ciò che rimane in assenza del sole.


Tratto da “La carcajada del gato” (La risata del gatto), scritto nel 1964 dall’autore messicano Luis Spota, “El castillo de la pureza” di Arturo Ripstein rappresenta uno dei massimi vertici espressivi dell’intera cinematografia messicana. Pochi come Arturo Ripstein hanno saputo rappresentare con l’ausilio delle immagini ciò che possiamo definire, senza rischi di contraddizione, il “neorealismo messicano”. Per dovere di completezza va detto che “La carcajada del gato”, basato su un fatto di cronaca avvenuto negli anni Cinquanta, ha altresì ispirato una pièce teatrale di Sergio Magaña dal titolo"Los motivos del lobo" (Le ragioni del lupo) e il più recente lungometraggio “Kynodontas” (Dogtooth) del regista greco Giorgos Lanthimos.

Ripstein affronta un tema altre volte dibattuto, quello della rappresentazione dell’essere umano come un dio e un diavolo allo stesso tempo. Cosa è buono e cosa è cattivo? Chi può affermare che v’è davvero una netta separazione tra le due cose? Non è forse vero che il bene e il male sono due concetti che l’uomo stesso ha creato per esorcizzare le sue paure, che non sono leggi di natura e assumono forme diverse nelle diverse società? La moralità e l’immoralità non sono solo dei punti di vista, perfettamente intercambiabili tra di loro? E quanto e in che modo il fine giustifica i mezzi? Volendo inquadrare “El castillo de la pureza” dal punto di vista del protagonista maschile, c’è sicuramente un vago raziocinio alla base del suo comportamento. Peccato che quando bene e male si avvicinano troppo, formando un tutt’uno incontrollabile, qualsiasi proposito di integrazione non possa che andare a rotoli, sfociando nel patologico e nella conseguente devastazione del sistema. Sì, perché alla fine è l’oste che serve il conto e non importa se i piatti di portata non sono stati gli stessi di cui avevamo fantasticato leggendo il menù. Mai sottovalutare le variabili in gioco: sono quelle che alla fine ti fregano.

Il castello della purezza è in fondo un grosso utero, nonché un luogo non dissimile da quella ideale trappola per topi che Gabriel progetta e che descrive ai suoi familiari: un labirinto che imprigiona i topi, che li sospinge sempre di più al suo interno finché non cadono nell'acqua, fino ad affogare. Come topi, la moglie e i figli continuano a girare in tondo per il cortile umido, su e giù per le scale scrostate e pericolanti, e dormono rannicchiati in letti duri, in stanze vecchie e cadenti come il resto della casa, stanze in cui persino le più elementari regole della privacy vengono ignorate grazie a spioncini dai quali il capofamiglia, come il secondino di un carcere, può controllarli a suo piacimento. Il castello della purezza è concentrico come una piega del tempo che si riavvolge costantemente su se stessa per riproporre, ogni giorno, lo stesso identico giorno. Quel che Gabriel Lima non ha considerato, però, è che gli uomini, come i topi, possono imparare a nuotare.

Gabriel non avrebbe mai potuto perseguire il suo progetto perché le variabili, in quanto tali, erano destinate a variare. Quello che all’inizio poteva essere un gioco tra innamorati non avrebbe potuto reggere alla quotidianità, allo scorrere del tempo, e Gabriel Lima di questo non si era affatto accorto, trasformando ciò che pensava fosse buono nel male più assoluto, in ciò che di più odioso e malvagio possa esserci in questo mondo: la violenza contro una donna. Beatriz, la sua donna, che nonostante tutto non riesce a ricambiare il male ricevuto.
Gabriel, tutto andrà bene. Doveva succedere. Non hai mai voluto parlare di queste cose ma loro sono solo bambini e ti amano tanto quanto me. Ti ho sempre amato, Gabriel. Ti ricordi quando eravamo fidanzati e andavamo in campagna? Tutto era così bello! Eri sempre felice. Erano bei tempi. Mi guardasti e dicesti: "Dobbiamo vivere senza che nessun altro possa entrare nella nostra vita”. E per un po’ tutto è andato bene. Ma sapevo che prima o poi sarebbe successo qualcosa.  Tu non hai mai messo in conto che alcune cose avrebbero potuto cambiare nel corso del tempo. Ora tutto è cambiato. Ho esaudito tutti i tuoi desideri per il bene dei miei figli. Per loro e per la pace di questa casa, la pace di cui tu nemmeno ti accorgi, la pace che non capisci e che nemmeno sei in grado di apprezzare. Ma, lo sai, io ti amo così tanto che ti lascio approfittare di me.


Non solo, Beatriz è connivente, è allo stesso tempo vittima e carnefice, carnefice dei figli che costringe a quell'assurda reclusione. La chiamano “Sindrome di Stoccolma”, mi pare, quell’atteggiamento che spinge il carcerato ad idolatrare il suo carceriere. E il carceriere questo lo sa bene, offrendo una propria religione, creata ad hoc, mettendo se stesso al centro di un mondo controllato da divinità prossime al paganesimo. Ma non è solo questo. C’è paura e terrore in colei che è privata della sua libertà, paura per sé e per i propri figli, nati in una gabbia dorata e vittime dei quotidiani abusi di un folle. Violenza fisica e psicologia in un crescendo talmente inarrestabile da mettere i brividi. Naturalmente la violenza non è distribuita a casaccio. Quando i due figli adolescenti verranno sorpresi a soddisfare tra di loro le prime curiosità sessuali, sarà la ragazza a pagarne il prezzo in maggior misura, sarà lei a prendersi le cinghiate, sarà lei a non venire più ammessa a tavola all’ora di cena. Nel ragazzo, in quanto uomo, la colpa è attenuata dall’inevitabilità e, forse inconsciamente, il genitore trova nel ragazzo una parte di se stesso, anche se in quel momento Porvenir smette di essere suo figlio per diventare, idealmente, il suo rivale.

Non ho letto “La carcajada del gato” e quindi non so quanta parte del libro sia effettivamente stata trasposta nel film di Ripstein e quante invece siano le invenzioni o le aggiunte del regista, però la metafora del topo è molto efficace per la sua valenza sociale, psicologica e anche, perché no, religiosa, in una società fondamentalmente cattolica come quella messicana. Il topo con la sua organizzazione sociale incarna l'idea del gruppo che prevale sul singolo, ovvero la morte dell’ego, ma in senso negativo, perché lo si associa alle tenebre: non a caso per il cristianesimo il topo, che striscia nell'oscurità e si accoppia e si nutre freneticamente, è un essere impuro, reietto, peccaminoso, persino demoniaco, mentre per la psicanalisi classica (leggesi Freud) incarna il desiderio disatteso di purezza, quelle caratteristiche negative che l'uomo contiene in sé ma a che a livello conscio non può accettare. Forse per questo l'umanità è da sempre nemica giurata dei topi e, se non ha granai da difendere, li stermina comunque sotto l'egida della ricerca medica.
Gabriel Lima, sopprimendo i topi, cerca di sopprimere l'immondo dalla sua stessa razza, senza rendersi conto che il desiderio non si può imbrigliare né sopprimere perché è innato. Un effetto, però, la sua follia l'ha ottenuto, ed è quello di aver plagiato la personalità dei suoi figli che diversamente dalla madre, che ha conosciuto il mondo, alla fine sentono l'esigenza di ribellarsi solo per una sorta di istinto e non per l'aderenza a valori e credenze che, di fatto, appartengono al mondo di fuori, e che quindi non conoscono e non possono abbracciare. Il crimine e il peccato di Gabriel è soprattutto questo: quello di aver privato i propri figli della capacità di raziocinio e di scelta, rendendoli di fatto inadatti al mondo. E così, il film si chiude sull'immagine di persone dallo sguardo perso, intimorito, che hanno conquistato finalmente la libertà ma forse non sanno bene cosa farsene, come uccelli cui si apre la gabbia ma che sono ormai troppo addomesticati per tornare a volare.

L'articolo che avete appena letto rientra nel progetto "No more excuses" in corso in questi giorni su diciotto blog diversi. Si tratta di un'iniziativa nata con lo scopo di diffondere sensibilità attorno ad un argomento spinoso al quale, ahimé, non si dedica mai abbastanza attenzione. L'occasione è la ricorrenza del 25 novembre, giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. I blogger coinvolti, tre al giorno, si impegnano a pubblicare un articolo sull'argomento a partire appunto dal 25 novembre e fino alla fine del mese. Qui di seguito l'elenco completo dei partecipanti e i link ai relativi post: La fabbrica dei sogni, Solaris, Pensieri Cannibali, Il Bollalmanacco di cinema, The Obsidian Mirror, Director's Cult, Non c'è paragone, Scrivenny, Recensioni Ribelli, Combinazione casuale, White Russian, Cooking Movies, Delicatamente perfido, In central perk, Obsploitation, Mari's Red Room, 50/50 Thriller, 500 film insieme.

25 commenti:

  1. Inutile dire che questo film non lo conoscevo proprio ma mi pare molto interessante e soprattutto calzante con la settimana in corso, bravissimo! :)

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    1. Credo che questo film lo conoscano davvero in pochi, anche perché è disponibile solo in originale con sottotitoli in inglese. Avrei potuto fare il film "gemello" greco Dogtooth ma alla fine ho optato per questo, visto che è messicano come il caso di cronaca che lo ha ispirato.

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  2. La cosa peggiore dei carnefici é che molte volte sono convinti di agire per il meglio. Peccato però che così facendo rubino le vite degli altri.

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    1. La parola giusta è "schizofrenia paranoide": Persone che credono di essere nel giusto ma che in realtà non sono altro che dei malati.

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  3. Nemmeno io ho mai sentito parlare del film, però magari lo vedrò più avanti!

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    1. Se riuscirai a vederlo ti accorgerai che ne sarà valsa la pena.

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  4. Film che non conoscevo ma sicuramente perfetto per sollevare grandi dibattiti. E tu lo hai recensito benissimo

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    1. L'argomento ha effettivamente molte potenzialità. Avrei voluto spendere due parole anche sul fatto di cronaca che c'è all'origine di questo film ma il post, così come lo vedi, è già abbastanza lungo.

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  5. Secondo me questo è uno di quei film che ti lascia un profondo senso di claustrofobia emozionale. Come dici tu il castello è quasi un cerchio in cui tutto converge e da cui poi esplode una forza centripeta che da sfogo alla violenza e alla ribellione, ma che come dici tu stesso sono ormai fattori istintivi ed animaleschi entrambi, non consapevoli.

    Quello che mi preme sempre dire in questi casi è che la violenza non ha sesso, so perfettamente che le donne sono quelle che la scontano più caramente, ma tanti bambini e ragazzi soffrono ingiurie altrettanto gravi, così come gli animali ad esempio - che hanno un posto di rilevanza purtroppo su questo argomento.

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    1. C’è del vero in ciò che dici: la violenza, come tante altre cose, non ha sesso, razza o religione. Un po’ fa parte della nostra natura che cerchiamo (chi più chi meno) di tarpare. Personalmente sono molto più sensibile alla violenza sugli animali ma con ciò non voglio sminuire altri tipi di violenza, spesso solo psicologica, a cui assistiamo tutti i giorni.
      Sul “castello della purezza” se vogliamo c’è da dire è un film anomalo. Non c’è ribellione in questo film. Tutt’al più subentra un vago istinto di conservazione che alla fine non basterà, a chi ha subito vent’anni di abusi, per recuperare una vita normale.

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  6. Colpevolmente, di Ripstein non ho visto quasi nulla (a parte forse 'Profundo Camesi', molti anni fa, ma non ci giurerei...) e questa tua splendida recensione mi invoglia a recuperare innanzitutto questo titolo. Spero che sia facilmente reperibile... in caso accetto consigli! ;)

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    1. Il film dovrebbe essere facilmente reperibile. Sul momento non ricordo esattamente dove ma di sicuro c'è, visto che io l'ho trovato da poco. Se mi viene in mette ti scrivo in pv.

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  7. Ma sai che ci potrebbero essere delle assonanze con Women Without Men? Donne che devono stare chiuse in casa per proteggersi dal mondo, così come si chiudono in una magione per proteggersi dagli uomini... Bella analisi e bella recensione!

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    1. In effetti esistono culture dove nascondere le proprie donne dagli occhi del mondo è un'abitudine consolidata....

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  8. non l'ho mai visto questo film, lo voglio recuperare, appena possibile lo cercherò sicuramente ^_^

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    1. Come detto a Kris Kelvin qui sopra non dovrebbe essere difficile trovarlo... (ovviamente in lingua originale e sottotitoli in inglese)

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  9. Ce l'ho questo film, TOM, ma non ricordavo che l'avessero tratto da un romanzo. Il tema è stato poi ripreso e amplificato anche in un bellissimo film greco del 2010, Kynodontas.

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    1. Tratto da un romanzo a sua volta tratto da una storia vera accaduta a Città del Messico negli anni Cinquanta. Kynodontas (Dogtooth) è molto simile ma se non ricordo male calcava più la mano sul maltrattamento dei minori.

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    2. No, direi che le tematica è la stessa: il tentativo di preservare i figli dalla corruzione del mondo circostante attraverso l'isolamento. I comportamenti degli isolati sono più eccessivi e distruttivi... in questo senso calca la mano.

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    3. Magari mi ricordo male, ma la figura della madre non era, in Kynodontas, in parte vittima e in parte carnefice? In questa pellicola messicana, al contrario, mi pare vittima al 100%...

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  10. Questo post mi ha particolarmente colpito: al di là della violenza fisica, gravissima, quella psicologica mi provoca sempre angoscia. L'idea di non avere libertà, dell'essere controllati totalmente, del tempo eternamente ciclico... tutto ciò mi inquieta e non poco.
    Qui indiscutibilmente si dà una rappresentazione estrema del "bene" che è già male in partenza, perché distorto dalla visione di una persona sola, che la impone alle altre.
    Interessante davvero il film e chissà il libro che l'ha ispirato...

    Bello il progetto "No more excuses", complimenti: io sono tra le persone che credono che conti moltissimo parlare, sempre, per sensibilizzare.

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    1. Nessuno di noi in realtà è completamente libero: ci sono dei limiti invalicabili segnati da età, sesso, cultura, denaro ai quali dobbiamo sottostare. Ci sono poi livelli di libertà trasversali, barriere insormontabili dettate da terzi, delle quali spesso nemmeno ci accorgiamo. Il film parla proprio di una di queste.

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    2. Mentre leggevo il post e ora, leggendo la tua risposta, ho ripensato infatti ai "muri" di cui si discorreva sempre qui poco tempo fa :P

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  11. Visto questo film un annetto fa e ricordo perfettamente le sensazione che mi aveva suscitato: fastidio e insofferenza. Quando si è nel letto per dormire ma non si trova la posizione giusta, dopo un po' ci si rigira e rigira insofferenti e infastiditi non potendo scendere dal letto perché si deve dormire. Questa sono state le sensazioni nel vedere la famiglia che gira nel castello non potendo uscire.

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    1. Una bella immagine: le lenzuola ben rimboccate come le mura di un castello che ci tiene prigionieri. Davvero notevole! :)

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