lunedì 19 giugno 2017

Al-mummia

You who left, you will return / You who slept, you will awake / You who passed away, you will be resurrected. (The Egyptian Book of the Dead)

No, "Al Mummia" non è un refuso. No, non è nemmeno un post sull'ultimo film con Tom Cruise quello che state leggendo, anche se un pochino devo ammettere che mi stuzzica l'idea che qualcuno possa finire per caso su questo blog digitando male l'articolo determinativo. Probabilmente quel qualcuno schizzerà poi via in un nanosecondo, ma c'è sempre una vaga speranza che un paio di click me li possa regalare.
Parleremo oggi invece proprio di "Al-Mūmiyā" (العربية), film datato 1969, lungometraggio primo e unico di Chadi (o Shadi) Abdel Salam (o Abdessalam), che ebbe il gran merito di far convergere l'attenzione del mondo occidentale verso un cinema allora pressoché sconosciuto come quello egiziano.
Nel fermento di questi ultimi giorni, suscitato dall'ennesima rivisitazione del mito cinematografico della mummia, potrebbe essere facile supporre che "Al-Mūmiyā" sia solo una delle tante opere derivate dal classico del 1932 con Boris Karloff, vero capostipite di un genere che non ha mai smesso di affascinare: sto parlando naturalmente di "The Mummy" di Karl Freund.

Niente a che fare, quindi? Sì e no. Diciamo che la risposta è positiva solo in parte. Ricordate i presupposti del vecchio film? Tre archeologi scoprirono il sarcofago contenente la mummia del sacerdote Imhotep e, leggendo un papiro ritrovato nei pressi della bara, riportano in vita il millenario sacerdote. Una storia per certi versi molto simile a quella narrata dall'omonimo (e forse più celebre) film Hammer del 1959, diretto dal regista Terence Fisher e interpretato dagli onnipresenti Peter Cushing e Christopher Lee. Un'altra mezza dozzina di film simili, girati soprattutto tra gli anni Quaranta e gli anni Sessanta, così come i più recenti, quello di Stephen Sommers del 1999 e l'ultimissimo di Alex Kurtzman, uscito nelle sale solo pochi giorni fa, si basano più o meno tutti sul principio secondo il quale gli antichi abitanti dell'Egitto fossero a conoscenza di particolari arti con le quali superare i vincoli terreni e l'ineluttabilità della morte. Il meccanismo che in questi film fa inevitabilmente scattare la molla è l'apertura di una tomba o di un sarcofago. Secondaria, invece, è l'intenzione di colui o coloro che "profanano" (il virgolettato è d'obbligo) il luogo sacro: la mummia, una volta risorta, sembra non voler fare una gran distinzione tra archeologi, seriamente intenzionati alla salvaguardia di beni storici, e tombaroli, il cui unico lo scopo è quello di depredare oggetti preziosi per poterli poi piazzare sul mercato nero del collezionismo.

In un modo o nell'altro, il messaggio è che non sono importanti le intenzioni del "predatore": l'importante è che il sonno dei morti non venga disturbato. Ed è un po' lo stesso messaggio che si cercò di trasmettere quando qualcuno iniziò a diffondere la leggenda della maledizione di Tutankhamon, che avrebbe colpito inaspettatamente tutti coloro che parteciparono alla ricerca e riportarono alla luce il luogo di sepoltura del sovrano egizio. Sappiamo ormai bene che non vi fu mai alcuna maledizione, e che l'unica morte che si può cronologicamente far coincidere con la scoperta della tomba fu quella di Lord Carnarvon, colui che nel 1922 finanziò la spedizione archeologica. L'archeologo Howard Carter, a capo della spedizione, morì ben diciassette anni più tardi, così come sopravvissero per decenni anche tutti gli altri partecipanti alla spedizione.
La domanda a questo punto è quasi d'obbligo: c'è davvero una netta differenza tra archeologi e collezionisti? Sono o non sono entrambi predatori?
È precisamente ciò che ci si chiede al termine della visione del film "Al-Mūmiyā", altrimenti conosciuto con il titolo internazionale di "The Night of Counting the Years", un film basato su eventi documentati che coinvolsero una spedizione archeologica francese, che nel 1881 effettuò scavi presso la necropoli tebana di Deir el-Bahri, e la popolazione locale, che già da tempo conosceva il sito e che lo utilizzava come personale magazzino di manufatti egizi da vendere sul mercato nero.
Il tema non è banale e scava in profondità (scusate il gioco di parole) nella questione della stessa identità egiziana: come si pongono le moderne generazioni nei confronti del passato faraonico del loro paese? Sono esse custodi delle memorie dei propri antenati, sono da considerarsi naturali eredi delle immense fortune che a loro appartenevano, o sono semplicemente generazioni di tombaroli che vivono del ricavato dei loro saccheggi?
La vicenda presentata dal regista Abdel Salam indaga nelle complesse relazioni morali tra l'archeologia ufficiale di stampo occidentale e quella locale, che critica la rimozione degli antichi manufatti egizi da parte di scaltri europei che, nascondendosi dietro termini quali "preservazione" e "progresso scientifico", non fanno altro che depredare i tesori di una cultura che non appartiene loro.
Questa differenza ideologica non è però solo quel tema accademico che viene mostrato, all'inizio, in una delle scene forse più pregevoli del film, ma una vera e propria spaccatura generazionale, una frattura insanabile che finirà per dividere uno stesso clan dall'interno. Il dramma è rivelato sin dalla prima inquadratura, dove assistiamo assieme a Wanis (Ahmed Marei) e a suo fratello maggiore (Ahmed Hegazy) alla sepoltura del corpo del padre Selim, guida politica e spirituale dell'antico clan Harbat. In una scena cupa e dolorosa, dominata da quel senso di angoscia che non cederà mai il passo a nient'altro sino ai titoli di coda, i due vengono messi a conoscenza dell'antico segreto di famiglia: la necropoli, da duemila anni inesauribile sorgente di ricchezza. Nel corso di un'abbondante ora e mezza, a tratti insopportabilmente lunga e totalmente girata nella luce soffusa di un perenne crepuscolo, Wanis e il fratello dovranno confrontare il loro istinto di appartenenza con il senso della propria morale, giungendo infine alla soluzione più dolorosa ma inevitabile.
L'antico fascino del mondo arabo, quello narrato in tante vecchie fiabe, permea ogni metro di pellicola ed è quasi naturale che "Al-Mūmiyā" sia considerato il capolavoro assoluto del cinema egiziano, spesso addirittura indicato come uno dei migliori film in lingua araba di tutti i tempi. "Al-Mūmiyā", alla cui produzione avrebbe partecipato, anche se non è ben chiaro in quale veste, il nostro Roberto Rossellini, non cede nemmeno per un attimo alla tentazione di trasformarsi in un horror e di confondersi con tanti altri film omonimi. La mummia del titolo non risorge, non si vendica dei suoi predatori e, a conti fatti, è decisamente meglio così.

Questo articolo partecipa al progetto inter-blog "Vieni dalla tua Mummy", ideato da Lucius Etruscus



16 commenti:

  1. Oh, mamma! No, volevo dire "Oh mummia".

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    1. Che Osiride possa perdonare il tuo lapsus!

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  2. Ho iniziato a leggere il post con perplessità, nel senso che... non sapevo dell'ennesimo film a tema con il "vecchio" Tom (non lo amo moltissimo XD, quel Tom precisiamo!) e non sono particolarmente tifosa delle "mummie" :P
    Invece, come spesso accade, scopro un film che potrebbe essere molto interessante per me :O
    Questa tematica del saccheggio camuffato da altro non solo non è banale, ma potrebbe portare molte riflessioni, direi sempre attuali e da tener presenti...
    E poi il fascino del mondo arabo con le sue tradizioni non è cosa da poco!
    Grazie per il suggerimento e per il bellissimo post, cercherò di recuperare la visione, se possibile! *_*

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    1. I temi sono svariati, infatti: chi sono i predatori e chi invece i predati? Cosa significa asportare per preservare, visto che certe cose si sono preservate per duemila anni là dov'erano?

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  3. Lusingatissimo di poter ospitare un post così bello nel mio umile blogroll: film sorprendente che ora devo assolutamente recuperare!
    Per inciso, fai bene a notare i tratti in comune fra il "capostipite" del 1932 e il film a colori della Hammer, perché entrambi plagiano smaccatamente un vecchio racconto del 1919, malgrado finora nessuno sembri essersene accorto: il film di Freund copia la prima parte, quello della Hammer la seconda... D'altronde è ben nota la grande creatività americana :-D

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    1. La letteratura ci dice anche che non è vero, contrariamente a quanto si legge un po' ovunque, che il cinema abbia ricavato la storia da quella vecchia faccenda della maledizione di Tutankhamon.
      Mummie che si risvegliano e se ne vanno in giro allegramente ce n'erano già da diversi anni (come tu stesso c'insegni qui)...

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    2. Ti ho appena aggiunto al paginone "Vieni dalla tua mummy": grazie d'aver partecipato ^_^

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    3. Questo, giusto? Sono in gran bella compagnia! Grazie!

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  4. Super! Gran bel post e grazie per tirato fuori questi titolo che non conoscevo affatto, mi hai messo la curiosità di vederlo ;-) Cheers!

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    1. Guardarselo non è affatto complicato. Il tubo ne offre una bella versione in lingua originale (sottotitolata) qui.
      Attenzione però alle parole che ho usato per descriverlo...

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  5. Questa è una segnalazione che non passerà inosservata, almeno per quanto mi riguarda.

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    1. Lo dico anche a te: non è un film facile. I tempi sembrano allungarsi a dismisura e la palpebra tende a farsi pesante di minuto in minuto... Arrivare alla fine sarà però premiante!

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  6. Solo tu potevi tirar fuori un titolo così!!
    Mi pare peraltro un film interessante! :)

    Moz-

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    1. Beh... diciamo che è stata una scelta quasi obbligata, visto che i blogger che mi hanno preceduto (Etrusco in primis) avevano già parlato più o meno di tutto.

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  7. Una proposta di un film interessante con un punto di vista molto lontano dalla visione classica di Hollywood.

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    1. Poco ma sicuro. D'altra parte su Hollywood è già stato detto tutto quello che c'era da dire...

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