giovedì 10 ottobre 2019

The Capsule

On the first part of the journey I was looking at all the life There were plants and birds and rocks and things There was sand and hills and rings […] 

La rubrica Obsploitation può anche essere molto diversa da come l'ho presentata sino a ora. Se sulla sua superficie si possono scorgere strutture spesso elementari, talvolta rudimentali nella loro consistenza, altre volte l'occhio allenato può scorgere elementi inespressi, proiezioni della mente che riescono ad intaccare appena la sua superficie, senza tuttavia mai comprometterla. Non intendo, con questo, mettermi a parlare di filosofia: non è quella la mia materia di studio. Nemmeno intendo dispensare saggezza: non sono ancora abbastanza vecchio per aver imparato la grande lezione della vita. Ciò che faccio è osservare, riflettere e farneticare su un blog, di fronte ad un pubblico che, mano al telefono, si chiede se sia il caso di chiamare un terapeuta. Ho usato il termine "osservare" non per caso, visto che oggi siamo qui a inaugurare "Obsploitation Visions".
In "Visions" è principalmente il cinema, con le sue immagini, il seme da cui si origina quella babele di pensieri che, senza indugio, già da oggi mi ritrovo a mettere su carta. Immagini, nient'altro che immagini. Chiare, distinte, ma anche fortemente simboliche. Ed è da un lavoro enigmatico, esoterico e iniziatico come “The Capsule” (2012), della regista greca Athina Rachel Tsangari, un arthouse di soli 35 minuti, che  ho deciso di partire.
Presentato in anteprima al 37° Festival del Cinema di Toronto, il film è ispirato alle opere dell'artista polacca Aleksandra Waliszewska (chiamata anche a co-sceneggiare), alcune delle quali compaiono nel film. Si tratta di un film su commissione realizzato da Tsangari assieme a un’installazione che porta lo stesso nome e che fu presentata a New York in occasione del "The destefashioncollection", un progetto che fin dal 2007 si propone di valicare i confini fra arte e moda, mostrandone le affinità e le differenze: ogni anno la Fondazione per l'arte contemporanea DESTE di Atene sceglie un artista che avrà il compito di selezionare cinque capi che faranno parte della “capsule collection”, un’unica esposizione su un tema prescelto. Se siete interessati o semplicemente curiosi di saperne di più, potete trovare molte altre informazioni sul sito della fondazione e, in particolare, nella pagina dedicata all’esposizione

Anche nel film ci sono una "capsula" e una "collezione”, ma visti in relazione a dei corpi, veri corpi di donna, assumono un significato un po' diverso e un po' più profondo, oltre che intimo, sebbene la regista non vada abbastanza a fondo nell'analisi dei personaggi da consentire una lettura psicanalitica a tutto tondo. 
La “capsula” è una villa del Settecento sull’isola di Hydra, situata proprio di fronte al Peloponneso, che la Fondazione offrì come principale ambientazione per le riprese (il racconto si svolge in gran parte in interni). Sette ragazze vivono qui come api in un alveare, sette ragazze che a prima vista parrebbero delle comuni collegiali, se non fosse per l’abbigliamento a dir poco bizzarro; ma se le inedite geometrie contribuiscono a rendere l'atmosfera futuristica, sono gli elementi rétro degli abiti (ammesso che la “collezione” siano proprio gli abiti e non coloro che li indossano) a mostrarci, prima ancora che lo espliciti la narrazione, il ruolo subordinato di queste giovani donne che una rigida disciplina vuole plasmare a un futuro ruolo che rimane oscuro.

Talora esse escono dalla villa, e le vediamo passeggiare sullo splendido litorale portando delle capre al guinzaglio, ma anche in quei momenti sono strette da mantelli, lacci e corsetti che le intrappolano nel loro stesso corpo come in una prigione di carne e sangue. Se poi volessimo fare della psicologia spicciola, potremmo dire che gli ambienti chiusi della villa rimandano alle profondità uterine, che queste giovani condannate all’esclusiva, perenne compagnia di altre donne sembrano non aver mai lasciato del tutto. 
Nella villa esse conducono un'esistenza scandita da regole ferree e da esercizi spesso incomprensibili, non troppo diversa da quella che si potrebbe svolgere in seno a un ordine monastico, ma potrebbero altrettanto facilmente essere delle streghe, delle dee decadute o delle creature di un altro pianeta destinate a rimanere per sempre protette e isolate dal mondo, come il mondo lo è da loro. O ancora, come una scena sul finale sembra suggerire, dei vampiri. A guidarle c'è una sorta di Sorella o Grande Madre che le istruisce nel canto, nella danza e nella confessione, tutti rituali che se da un lato le (ri)portano a contatto con il loro lato animale, incessantemente ne istigano il desiderio e portano alla sua negazione. 
Questa donna è uno dei due personaggi meglio delineati del film; l'altro è quello di colei che prenderà il suo posto, e fra le due c'è un rapporto ambiguo che non sembra scevro da una certa tensione erotica, se pure accennata e mai resa esplicita.

"You don't know what you are... You are women." In queste parole dell’Istruttrice sta forse il vero significato del film, lo svelamento del femminino visto in una dimensione insieme intima e primitiva. Perché queste donne sono inconsapevoli della propria natura e devono essere istruite a esistere fino alla fine del loro ciclo vitale, finché una di loro non assumerà la guida della Congrega dopo un’iniziazione che passa, come in un gioco sadomaso, dalla gratificazione e dalla mortificazione del corpo, e non è un caso che il passaggio di consegne avvenga anch’esso con un atto fisico, un morso, dell’Istruttrice/Madre alla Prescelta. Il meticoloso studio dell’immagine rende molte inquadrature simili alle cornici virtuali di un quadro, e questo è anche il modo migliore per rendere omaggio all'immaginario surreale, malinconico e sottilmente morboso delle opere di Waliszewska (che qualcuno ha definito un riuscito miscuglio tra Hieronymus Bosch e Francisco Goya). 
Anche la moda è una forma d'arte, ma è anche prima di tutto immagine ed è spesso una gabbia che intrappola la donna con regole e dettami precisi, ciò che rende il sottrarsi allo sguardo altrui, che è quasi sempre uno sguardo maschile, l'unica forma di libertà possibile. O forse, a seconda dei punti di vista, il suo esatto contrario. 
L'annosa questione se la moda sia un beneficio maggiore per la donna o per chi la guarda resta insomma irrisolta. Fascino e mistero permeano un’atmosfera sottilmente claustrofobica, con il mare che pare un confine invalicabile anziché una promessa di libertà. Il film assume un’aura gotica senza esserlo davvero, intrappolato com’è in una dimensione fra il surreale e l’onirico, il medioevo e il futuro prossimo venturo.




15 commenti:

  1. Oddio, con l'ultima immagine mi hai sdraiato!!! Dalla tua descrizione mi sembra un film sottilmente disturbante che mi piacerebbe vedere ;-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ci sono in effetti alcuni aspetti disturbanti, anche se non a livello di quei film che categorizzo con l'etichetta "Obsploitation Vomit"... Credo che potrebbe piacerti. E comunque si tratta di spenderci mezz'ora... si può fare.

      Elimina
  2. Anche a me sembra concepito per essere un po' disturbing e... beh, non so se lo vedrei volentieri. Certo che la fotografia sembra davvero curatissima.

    RispondiElimina
  3. Sembra anche a me una pellicola molto disturbante, non credo che avrò a breve voglia di vederlo, in questa fase della mia vita ho bisogno e voglia di cose ..mettiamola così, più rilassanti.
    Magari più avanti.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. A me la visione di "Capsule" rilassa... ma forse sono io che sono strano...

      Elimina
  4. Forse il risvolto finale non è tra i miei preferiti (avrei scelto una delle tue proposte) ma il corto sembra davvero potente e figo.

    Moz-

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non per nulla l'ho scelto per inaugurare "Visions"...

      Elimina
  5. Penso che le vere star di questo cortometraggio siano le capre🤣

    RispondiElimina
  6. Qualunque film con Isolda Dychauk io lo acquisto a scatola chiusa. Grazie 1000 per la segnalazione, Obs ^__^

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Isolda Dychauk è uno di quei volti che mi pare di aver visto un milione di volte ma non riesco a ricordarmi dove. Nemmeno andando a spulciare la sua filmografia....

      Elimina
    2. Io l'ho prima conosciuta e apprezzata nella serie "Borgia" di Tom Fontana e poi rimirata e riapprezzata nel "Faust" di Sokurov. Questo film è dell'anno successivo e davvero non capisco come abbia fatto a sfuggirmi.

      Elimina

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...