martedì 22 ottobre 2019

Da donna a strega: lacrime e sangue (Pt.1)

The Lovers of Ishtar: paintings by Paul Batou
L'INTRODUZIONE SI TROVA QUI

Al suo svanire intona ella un lamento, “Oh, figlio mio!”. Al suo svanire intona ella un lamento. “Mio Damu!”; al suo svanire intona ella un lamento, “Mio incantatore e sacerdote!”. [...] Il suo lamento è il pianto per l’erba che non cresce nel suo campo, il suo lamento è il pianto per il grano che non rigonfia la spiga. [...] Il suo lamento è per i campi, dove più non verdeggiano piante. Il suo lamento è per la sontuosa dimora dove più non c’è vita. Lamento dei flauti per Tammuz (antico inno babilonese)

Secondo la tradizione, Tammuz, sposo o amante della grande Dea Madre dei babilonesi, Ishtar, ogni anno moriva in circostanze vaghe (le fonti sono diverse e discordanti). Ishtar andava alla sua ricerca nell’oltretomba: in sua assenza, animali e piante dimenticavano di riprodursi, e la terra era consegnata alla momentanea sterilità. Per riavere Tammuz, Ishtar doveva lottare con Allatu, regina degli Inferi. 
Sarebbe forse riduttivo considerare Tammuz, come gli altri dèi a cui accenneremo, solo come la personificazione della vita vegetale che ogni anno si rinnovava, ma è evidente che il tema della fertilità nell’immaginario a lui legato era predominante; la prova è che i babilonesi collocavano la morte del dio al solstizio d’estate, momento dopo il quale le giornate cominciano ad accorciarsi, nel mese che da lui prendeva il nome, e osservavano un lutto di sei giorni durante i quali elevavano in suo onore inni che (come quello citato in apertura) paragonavano la sua dipartita alle piante che prendono ad appassire.
La resurrezione di Tammuz coincideva quindi con la ripresa della vita e con la moltiplicazione delle piante e degli animali oppure, secondo un’interpretazione cosmologica, con il (ri)sorgere del Sole (o meglio, della sua energia o principio vitale) che scaldava la Madre Terra permettendole di dare i suoi frutti. 
I babilonesi Tammuz e Ishtar sono traslati nella mitologia greca nelle figure di Adone e Afrodite. Adone però è un appellativo: come l’Adonai di biblica memoria, non significa altro che “signore”. Questo titolo onorifico finì per trasformarsi in nome proprio, ma di fatto Adone e Tammuz erano in origine la stessa divinità. Nel mito, Adone viene conteso tra Afrodite e Persefone, entrambe innamorate di lui, ma viene ucciso da un cinghiale o secondo altre fonti da Ares, suo rivale in amore. Le lamentazioni in suo onore avevano cadenza annuale. 
Pare che Ishtar sia la derivazione di una più antica dea sumera chiamata Inanna, la quale aveva come paredro Dumuzi. Altre figure omologhe sono Attis e Cibele, Adon e Astarte, Osiride e Iside, Sandan e Iyaya…. e sicuramente ne dimentico qualcuna. 
Il frigio Attis era un giovane mandriano, o un pastore, amato dalla grande dea Cibele, che secondo alcune tradizioni era sua madre (secondo altre fonti, invece, Attis sarebbe nato dalla vergine Nana, che per concepirlo si pose in seno una melagrana o una mandorla nata dai genitali recisi dell’ermafrodito Agdestis). Anche le circostanze della sua dipartita sono discordanti: Attis viene ucciso da un cinghiale, come Adone, oppure impazzisce e si evira da solo sotto un pino, morendo dissanguato, ma i particolari variano a seconda delle storie. 

La dea sumera Inanna
La vicenda di Osiride è invece arcinota: il fratello e sposo di Iside, che rocambolescamente giunge dal Nilo fino a Biblo chiuso in un baule, viene ucciso e smembrato da Seth e i pezzi del suo corpo sparpagliati in luoghi diversi. Iside riuscirà a recuperarli tutti, tranne i genitali… e in seguito il dio-sole Ra, mosso a compassione, lo farà risorgere. A Osiride erano dedicati i riti degli Smembramenti, Resurrezioni, Rigenerazioni. 
Nella lunga serie di dèi che muoiono e poi risorgono dovremmo annoverare almeno, per completezza, anche Mitra, Dioniso, Odino e Cernunno, ma lo scrittore e saggista britannico Robert Graves menziona, ad esempio, anche Lleu Llaw (o Llew Llaw) Gyffes, figura della mitologia gallese che compare nel Mabinogion
Ma restiamo a latitudini a noi più vicine, almeno per ora. Nel mondo greco-romano Mitra, che i greci identificavano con Apollo/Helios, il Sole, era oggetto di un culto popolare specialmente fra i legionari romani di epoca imperiale, e i suoi iniziati erano chiamati “soldati di Mitra”; a Dioniso, invece, erano dedicate almeno tre feste annuali (Lenee, Antesterie, Grandi Dionisie). 
Entrambi, Mitra e Dioniso, erano venerati come tori e venivano mangiati in forma di toro. Per ora tralasciamo il fatto che ci furono altri animali sacri, fra i quali il cervo, e che ancora non è chiaro quale dei due culti, quello del toro e quello del cervo, sia anteriore. Le pitture rupestri di Altamira, in Spagna, risalenti al Paleolitico, indicano che un dio caprino era venerato già nel 20.000 a.C.. Ma ci sono tracce di un simile culto anche in aree come l’Irlanda (su di esse Margaret Murray postulò la sua ipotesi di un Dio Cornuto venerato dalle streghe), Creta (ove ci fu un culto del Minotrago) e la Grecia continentale (vedesi il mito di Atteone, ad esempio); e perfino in Palestina, dove il Dioniso-capro/Pan aveva nome Azazel (Azael), un angelo caduto al quale gli Ebrei sacrificavano un capro (il famoso capro espiatorio) nel giorno dell’Espiazione.

È possibile che il culto legato a determinati animali sia sopravvissuto per secoli e addirittura millenni, alternando picchi di popolarità a momenti nei quali era quasi caduto nell’oblio. Secondo un’ipotesi molto diffusa nel movimento New Age, ma precedente alla sua nascita, il culto predominante in un dato periodo storico avrebbe sempre a che fare con l’era astronomica, o zodiacale. È un’ipotesi molto affascinante, anche se la logica ci dice che diversi culti possono essere coesistiti, anche molto a lungo, e stabilire una linea di demarcazione temporale o geografica è praticamente impossibile. 
Per il fenomeno noto come precessione degli equinozi, ogni duemila anni circa il sole comincia a sorgere nel segno (costellazione) precedente, e ogni volta che questo avviene il mito viene rielaborato, cioè trasferito a un nuovo animale-totem: e così, se oggi che siamo nell’era dei Pesci è popolare il Cristianesimo, il cui simbolo è appunto il pesce, in precedenza vi fu l’era dell’Ariete e il dio cornuto delle streghe, ancora prima l’era del Toro con le divinità in forma di toro, e così via. Il Toro, dominato da Venere, nasconde sotto l’apparenza maschile una natura femminile (le corna emisferiche del toro sono ben diverse da quelle appuntite e falliche dell’ariete), e similmente, come vedremo meglio nel prossimo articolo, questi dèi maschili morenti sono paredri di altrettante divinità femminili la cui importanza e centralità giace semidimenticata fra le pieghe del tempo.
CONTINUA

6 commenti:

  1. Sì, ma la tanto sbandierata epoca dell'acquario quando arriva?
    Da mo che viene pubblicizzata, specie dai newagesiani!
    Quanto al tuo racconto: ovvio, ogni culto si basa su sole e donna, ossia vita (natura) e vita (madre), e tutto torna sempre.
    Ishtar non è poi Ester, quindi la Pasqua (rinascita della Natura)?
    Le scienze linguistiche sono forse la chiave per scoprire certe connessioni.

    Moz-

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    1. Eh, temo proprio che sia di là da venire. :-( L’era dell'acquario dovrebbe essere preceduta dal diffondersi di una crescente consapevolezza, amore e compassione, ma tu vedi nulla del genere attorno a te? Io no, e mi dispiace, ma temo proprio che l’uomo non faccia altro che devastare la natura e combattere i suoi simili come ha sempre fatto.

      Il nome Easter, Pasqua, dovrebbe derivare dalla dea Eostre, che alcuni identificano con Erce o Nerthus, a cui anticamente era collegato un festival della fertilità che somiglia a quello inglese del May Day. Poi sì, secondo me il nome è omologo di Ishtar, Astarte ecc.. E Allegro ci aveva visto giusto nel considerare lo studio delle lingue come la chiave per interpretare il mito, anche se le conclusioni che ne ha tratto sono opinabili.

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  2. Il mito babilonese ricorda molto quello greco di Persefone sposa di Ade, anche se nel caso di Persefone lei non muore ma è solo "ospite" nell'oltretomba durante il periodo autunnale e invernale ma poi torna dalla mamma Demetra durante la primavera e l'estate, e ciò permette a Demetra di far fiorire le piante e far crescere i raccolti.

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    1. Sì, ne ho parlato anch’io nel corso di OdR e questa rassomiglianza non è certo casuale, anche se solo i più attenti, come te, probabilmente se ne saranno accorti. ^_^

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  3. Probabilmente ricordo male ma mi sembra che il greco Erodoto ed anche altri autori a lui coevi raccontino una versione alternativa del mito di Iside ed Osiride secondo la quale non sarebbero stati i genitali ma altre parti del corpo del Dio (ad esempio un piede) ad andare perdute e poi ricostruite in forma di protesi dalle altre divinità. C'è da dire che Erodoto era comunque vissuto in epoca molto posteriore alla nascita della leggenda e che quelle stratificazioni di cui parli con la coesistenza e le reciproche influenze di più religioni e più mitologie abbiano parecchio incasinato le tradizioni originali. Cosa del resto ripetuta più volte nel corso della storiografia umana; per fare un esempio se si considerano le versioni attuali delle favole per bambini con quelle più originali ed arcaiche ci troveremo ad aver a che fare con due cose molto diverse. Le prime versioni delle favole erano il corrispettivo di un odierno film splatter, erano vere e proprie discese nell'incubo mentre quelle giunte fino a noi sono state fin troppo purgate degli elementi più spaventosi e rese eccessivamente "Politically Correct" tanto da risultare quasi stucchevoli.

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    1. Non ricordo quella particolare forma del mito di Iside e Osiride ma non fatico a crederci, perché ogni mito ha diverse varianti. Diciamo che quello relativo ai genitali mi pare essere il più coerente con questo discorso ma, a prescindere dai dettagli, è proprio l'atto di smembrare e sparpagliare pezzi del corpo del dio che è significativo dal punto di vista della fertilità, e simboleggia quei sacrifici (umani e animali) che venivano effettivamente eseguiti nell’antichità.

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