domenica 5 aprile 2020

Spettri di frontiera

Alcuni di voi - solo pochi, lo confesso - credono nell'immortalità dell'anima e in apparizioni che non avete l'onestà di chiamare fantasmi. Non mi spingerò oltre alla convinzione secondo la quale i vivi, a volte, vengono visti dove non si trovano, ma si sono trovati; dove hanno vissuto così a lungo, forse così intensamente, da aver lasciato la propria impronta su tutto ciò che avevano attorno. So, infatti, che il proprio ambiente può essere così influenzato dalla propria personalità da trasmettere, molto tempo dopo, un'immagine di sé all'altrui sguardo. ("A diagnosis of death", Ambrose Bierce).
Dal punto di vista scientifico i fantasmi sono considerati possibili manifestazioni di energie elettromagnetiche generate dalla mente umana. Tutto dentro di noi, in poche parole. Altro che anime dei morti. 
Il termine che in genere la scienza utilizza per definire tali fenomeni è, molto banalmente, "allucinazione", ma, se ci riflettere un istante, anche ad un profano esso appare eccessivamente semplicistico, finendo per relegare qualsiasi fenomeno al campo della psichiatria (che non è altro che un confortevole tappeto sotto il quale nascondiamo la polvere). La macchina umana è infatti talmente complessa che qualsiasi diverso tentativo di catalogare ciò che non è verificabile sperimentalmente finisce per cozzare con l'evidenza dei nostri limiti.
Non è quindi un caso che intere generazioni di scrittori, con una particolare concentrazione nella seconda metà del XIX secolo, si siano dilettati a raccontarci storie di fantasmi, spesso e volentieri chiamando in causa inappurabili testimonianze dirette al fine da renderle più accattivanti. Storie di fantasmi che, aggiungo io, non contraddicono mai del tutto la scienza: se è in grado di generare campi elettrici, nulla ci vieta di ipotizzare che la coscienza possa addirittura sopravvivere alla morte del corpo in uno stato quantico, come peraltro azzardato in passato da alcuni fisici (*). Ma sto divagando...
Uno dei più interessanti autori del periodo d'oro delle letteratura "spettrale", e anche uno dei meno celebrati, fu indubbiamente Ambrose Bierce, che torna in libreria grazie all'iniziativa di Adiaphora,  giovane casa editrice veronese che sta cercando di ritagliarsi il suo spazio nel complesso mondo dell'editoria attraverso la riscoperta di alcuni tra i meno abusati autori del fantastico.
Non voglio con questo dire che Ambrose Bierce sia stato totalmente ignorato tra gli addetti ai lavori, ma quel che è certo è che, dopo quel piccolo gioiellino "100 pagine; 1000 lire" realizzato da Newton all'inizio degli anni Novanta, Bierce è finito in soffitta per un quarto di secolo ed è solo grazie ad alcune sporadiche iniziative come questa che il suo nome oggi viene comunemente accostato a quello di mostri sacri come Poe, Hoffmann e pochi altri.

La singolarità di "Spettri di frontiera", da considerare anche perché offre una nuova traduzione con testo originale a fronte, è però quella di raccogliere in un’unica antologia tutti quei racconti, in precedenza sparsi abbastanza a casaccio, che hanno come denominatore comune il tema delle case infestate. L'intreccio in genere utilizzato dallo scrittore statunitense è piuttosto semplice e, con minime variazioni, lo si può ritrovare inalterato in numerosi episodi quali "Un incarico infruttuoso" (A fruitless assignment), "L'isola dei pini" (The isle of pines), "La casa infestata" (The spook house), "La finestra sbarrata" (The boarded window), "Dal vecchio Eckert" (At old man Eckert) e "Un rampicante su una casa" (A vine on a house): in breve, l'autore ci introduce una piccola comunità dell'Ovest, all'interno della quale c'è un tizio solitario che vive a suoi margini. Un giorno il tizio svanisce nel nulla e, con il trascorrere del tempo, strane dicerie sulla sua vecchia abitazione, caduta in rovina, iniziano a galoppare. Apparizioni notturne, strane processioni... i più se ne tengono alla larga, ma un pugno di arditi deciderà infine di venire a capo del mistero, con le conseguenze che non vi riferisco ma che potete agilmente immaginare. Come avrete già capito, si tratta del tema classico delle ghost stories vittoriane che già un secolo prima gente come Dickens, per citarne uno che non sia il solito, componeva con passione (e, lasciatemelo dire, certe storie funzionano dannatamente bene ancora oggi).
L'altro comune denominatore, come suggerisce il titolo dell'antologia, dovrebbe essere la "frontiera", ovvero quel periodo storico caratterizzato dalla progressiva occupazione del suolo americano da parte dei coloni bianchi e che si protrasse più o meno per tutto il XIX secolo.
In realtà la maggior parte dei racconti di Bierce è ambientata negli ultimi anni del secolo, quando ormai Little Big Horn era solo un ricordo e il carrozzone di Buffalo Bill già girovagava per Londra portando lo spettacolo alla corte della regina Vittoria. Resta comunque intatto il fascino evocativo, tanto caro agli americani odierni, della terra ancora da esplorare e da costruire, frutto della forza di volontà e, non me ne vogliano gli amici yankee, di quella delle armi.

Ne è un ottimo esempio il racconto "Il segreto della gola di Macager" (The secret of Macarger's gulch, 1891), un racconto che, già quando lo lessi la prima volta tanti anni fa (era incluso nell'antologia Newton già citata, sebbene sotto altro titolo - "Il sogno"), mi lasciò a bocca aperta per la potenza delle suggestioni che fu in grado di trasmettermi. Un cacciatore si avventura nell'avvallamento di un torrente in secca, un luogo che a malapena è noto alla gente del posto; qui vi trova una capanna abbandonata nella quale decide di prendere dimora per la notte. Avvolto dalle tenebre più fitte, il nostro protagonista si fa cogliere dalla paura schiacciante che ci sia qualcosa in agguato accanto a lui. Non dirò altro se non che per molto tempo paragonai il ricordo di quella lettura a quello de "La casa sull'abisso" di Hodgson che, per certi versi, nasce da una stessa idea iniziale (seppur andando poi a divergere rapidamente).
Interessante esperimento quello de "La strada al chiaro di luna" (The Moonlight Road, 1907), la cui struttura, suddivisa in tre parti, vede la narrazione della stessa vicenda ma dal punto di vista di tre diversi protagonisti. Avrete forse già intuito che fu proprio da questo racconto che il celebre scrittore giapponese Ryūnosuke Akutagawa trasse ispirazione per "Nel bosco" (Yabu no Naka, 1922), nel quale l'omicidio di un samurai viene narrato da diversi testimoni. E se il nome di Akutagawa non vi dice niente, probabilmente avrete invece sentito parlare di Akira Kurosawa, che utilizzò quel racconto come base per il suo film capolavoro "Rashōmon" (1950).
"L'orologio di John Bartine" (John Bartine's watch, 1893) è un altro fortunatissimo capitolo che, in vero stile Bierce, lascia al lettore campo aperto a innumerevoli interpretazioni (fantasmi, reincarnazioni o viaggiatori del tempo?). Peccato solo che il termine "watch" del titolo originale venga a perdere, nella traduzione italiana, quel meraviglioso doppio senso, potendo esso riferirsi in pari misura sia all'oggetto fisico (un orologio da taschino), sia alla veglia che John Bartine tiene ogni notte nell'attesa dello scoccare di una certa fatidica ora.
Non poteva ovviamente mancare in questa nuova antologia firmata Adiaphora l'episodio senza dubbio più alto dell'intera vita letteraria di Bierce, ovvero quel "L'abitante" (o "cittadino", che dir si voglia) "di Carcosa" (An Inhabitant of Carcosa, 1886) di cui credo di aver parlato su questo blog almeno un milione di volte. Non mi resta quindi altro da fare che rimandarvi, per approfondimenti, al sito dell'editore.

(*) Il dott. Hans-Peter Dürr, ex direttore del Max Planck Institute for Physics di Monaco, propose un giorno un'interessante similitudine: egli sostenne che il nostro cervello non solo provvede a immagazzinare tutte le informazioni come se fosse il disco fisso di un computer, ma ne fa periodicamente un backup nel campo quantico spirituale, che è in pratica una sorta di "cloud". ("What we consider the here and now, this world, it is actually just the material level that is comprehensible. The beyond is an infinite reality that is much bigger. Which this world is rooted in. In this way, our lives in this plane of existence are encompassed, surrounded, by the afterworld already... The body dies but the spiritual quantum field continues. In this way, I am immortal,",  Hans-Peter Dürr) - Fonte: Outer Places

30 commenti:

  1. Ammetto che Ambrose Bierce narratore non lo conosco per niente, mi è noto più per le sue ironiche "voci" di "The Devil's Dictionary".
    Però ho letto il racconto di Akutagawa che citi.

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    1. Ambrose Bierce è un autore sicuramente da recuperare, se non altro perché senza di lui non sarebbe esistito "Il Re in Giallo" di Chambers e probabilmente nemmeno il "Necronomicon di HPL... (Stavolta forse l'ho detto grossa).
      Su Akutagawa scrissi un pezzo molti anni fa, agli albori del blog. Ai tempi ricordo che accennai anche a quel racconto, sebbene il tema generale fosse un pelino diverso.

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  2. Ho letto solo racconti sporadici di Bierce grazie a qualche Newton, prima o poi conto di esplorarlo ancora più a fondo.

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    1. Anch'io ho iniziato da Newton. Quelle vecchia raccolta "100 pagine, 1000 lire", che cito nel post, l'avevo comprata ai tempi in cui uscì, senza nemmeno avere alcune idea di chi fosse l'autore. Per anni è rimasta in casa ignorata assieme ad altre pubblicazioni della stessa collana fino a quando, pochi anni fa, quando ero ormai pronto comprare qualcosa di Bierce, ho scoperto per caso di averla.
      L'edizione di Adiaphora include solo due o tre racconti di quell'antologia, segno che la produzione dello scrittore americano è molto più vasta di quanto si possa pensare.

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  3. Su Bierce ci sarebbe tanto da dire, anche sulla sua avventurosa vita e sulla sua misteriosa morte, mi sa che ci torneremo presto.

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    1. In pratica stai annunciando in anteprima il tema di uno dei tuoi prossimi "Misteri Nocturni"? Figo!!!
      In effetti è vero, sulla scomparsa di Bierce ci sarebbe tanto da raccontare, soprattutto se si vuole andare ad esaminare tutte le speculazioni che sono state fatte sul suo conto. Mi pare che, secondo una di queste, Bierce non sarebbe affatto morto ma avrebbe deciso di rifarsi una vita sotto altro nome (un po' alla Jim Morrison, per intenderci). Si dice che uno scrittore messicano apparso dal nulla in quegli anni (e di cui nessuno conosce la bio) fosse in realtà Bierce sotto pseudonimo...

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  4. Interessante, sono da sempre attratta dalle storie di fantasmi :)

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    1. Quelle storie affascinano perché i fantasmi, ne sono convinto, sono gli unici esseri soprannaturali che potrebbero davvero esistere. Al contrario di vampiri, zombi e lupi mannari che sono pure invenzioni letterarie (e non cito apposta certe strane patologie che si è voluto accostare loro).

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    2. ne sono convinta anche io :)

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  5. Splendida iniziativa! Bierce è un maestro davvero troppo dimenticato in Italia, tempo fa per Uruk ho schedato alcune sue antologie e la data sopra non fa fare bella figura alla nostra editoria: finito quel momento d'oro che citi, si è preferito ristampare sempre gli stessi autori che ricordarsi di Ambrose.
    Pensa poi che proprio l'altro giorno un amico ha recensito "Rashomon" e ci siamo messi a parlare di Akutagawa e Bierce: e ora scopro questo! Sono giorni bierciani! Sarebbe da rivedersi "Old Gringo" (1989) e "Dal tramonto all'alba 3" (1999) per vedere direttamente Ambrose in azione ^_^

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    1. Ambrose Bierce è uno dei tanti nomi che la nostra editoria ha nascosto sotto il tappeto, quasi dovesse vergognarsene. Sugli scaffali delle librerie più che ristampe del "dizionario del diavolo" non si trova e, detto tra noi, non me ne spiego nemmeno il motivo, visto che io mai spenderei dieci euro per (non me ne il vecchio Ambrose) una specie di elenco del telefono.
      La narrazione della stessa storia da diversi punti di vista, dopo "Rashomon", ha iniziato poi a prendere piede. Così sui due piedi non mi vengono in mente altri esempi, ma sono sicuro di aver trovato la stessa tecnica più volte anche altrove...

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  6. Wow, sembra proprio che questo autore faccia al caso mio. Come sai, amo pazzamente i racconti di fantasmi.

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    1. In fondo chi non ama le vecchie storie di fantasmi, specialmente nelle lunghe sere trascorse in casa? ^_^

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    2. E' davvero l'ideale, perché se vedi un'ombra o senti uno scricchiolio sinistro non puoi nemmeno catapultarti fuori casa... ;)

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    3. Ecco una cosa a cui non avevo pensato! In questo periodo di quarantena, uno che abita in una casa maledetta come fa? Se uno vive in un appartamento dove accadono fenomeni di poltergeist, con sedie che si muovono da sole e posate che sfrecciano pericolosamente nell'aria, cosa deve fare? Forse occorre rivedere il decreto...

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    4. Sarebbe un'idea geniale per un racconto: chissà se uscirà mai un'antologia horror dedicata alla Quarantena 2020!
      Dubito che nell'autocertificazione accettino "fantasmi in casa", quindi sarebbe una situazione senza uscita e quindi già ansiosa di suo. Molto intrigante ;-)

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    5. In effetti il dilemma è amletico: o rimanere in casa e affrontare i fantasmi e affini (o almeno trattare con loro per una pacifica convivenza) oppure rischiare le sanzioni in esterno. ;)
      E comunque potresti cogliere l'idea di Lucius Etruscus per un'antologia da pubblicare sul tuo blog, o un ebook.

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    6. Ti ringrazio per la fiducia, e anzi nel caso dovrei darti il credito per l'idea iniziale ^_^
      Il problema è l'ispirazione e la capacità, ed è un bel problema...

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    7. L'idea è interessante ma temo che in questo preciso momento ci stiano pensando anche altri. Quando tutto questo sarà finito le nostre librerie si riempiranno di "diari della quarantena" scritti da chiunque abbia una minima familiarità con penna, inchiostro e calamaio. Tra questi non mancheranno migliaia di romanzi e racconti a tema quarantena, virati su horror, fantascienza, crime, romance e chi più ne ha più ne metta. Prepariamoci a un post-lockdown durissimo.

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    8. Sai che questo è molto più interessante dei diari della quarantena? Quando finalmente inizieremo lentamente a cercare di tornare alla normalità, è là che si dovrà iniziare a tenere un diario: la TV sarà piena di vippini che racconteranno la loro esperienza (già ora le rivistine allegre ne sciabordano, e guarda caso tutti passano il tempo a cucinare...), le librerie sciaborderanno di titoli come "La mia quarantena" firmati da sedicenti star dello spettacolo, e via dicendo. Sarà quello il periodo di cui lasciar traccia ;-)
      E pensare che delle grandi pandemie del passato non abbiamo che rare testimonianze, tanto che spesso viene usato il nome "peste" per epidemie che i rari dati a disposizione non permettono di identificare con certezza.
      Spero che qualcuno in futuro farà come il geniale Carlo Cipolla, che invece di raccontare la peste medievale in Italia ha raccontato gli sforzi amministrativi per affrontare quell'emergenza medica, in un libretto delizioso che ci scommetto NON verrà ristampato: invece "Epidemia Zombie", "Quarantena zombie col resto di due" e stupidate varie piegheranno gli scaffali :-D

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    9. Interessante. Da qualche parte ho un piccolo libro di racconti di Carlo Cipolla (vecchio di trent'anni ma ancora immacolato). Temo purtroppo non sia quello a cui tu ti riferisci..

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    10. Cipolla di solito scrive agili libretti, arte ormai perduta perché di solito l'editore deve tirar su 400 pagine per giustificare il costo della stampa, non più coperta dai semplici lettori. (Te li ricordi i lettori? Quanto tempo... :-D )
      Qualsiasi cosa tu abbia di Cipolla te lo consiglio, è un modo di raccontare la storia fatto di pura passione e occhio per le "chicche" ;-)

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    11. IL libro che ho io si intitola "Tre storie extra vaganti" (1994, Ed. Il Mulino) e contiene tre racconti: "Uomini duri", "La truffa del secolo" e "I Savary e l'Europa". Trattasi di edizione molto povera, senza traccia di pre- o post-fazione, né un misero rigo di bio dell'autore.
      Dopo tanti anni di polvere, potrebbe a questo punto essere giunto il suo momento! Grazie della dritta!

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  7. Il Mulino non si perde in chiacchiere, va dritto al sodo! ^_^ Sai che il 1994 è proprio l'anno in cui scoprii Il Mulino? Lavoravo in centro a Roma e frequentavo storiche librerie, come Feltrinelli e Rinascita (quella attacca a via delle Botteghe Oscure!), e col mio primo stipendio comprai un libro del Mulino, uno splendido saggio su Dostoevskij. A vent'anni oltre a Fëdor amavo la storia delle epidemie e come le persone le affrontassero: mai avrei creduto di provarlo poi dal vivo...
    Comunque proprio a Rinascita comprai "Cristofano e la peste" di Cipolla, de Il Mulino, storia di un amministratore toscano a cavallo fra Cinque e Seicento che deve affrontare la peste dal punto di vista amministrativo: i suoi appunti e i suoi bilanci sono oro per gli storici, perché ci raccontano dall'interno la vita dell'epoca in tempi di epidemie. E' un libretto di appena 100 pagine ma da 25 anni lo porto nel cuore.
    Dopo il Duemila ho trovato "Chi ruppe i rastelli di Monte Lupo?", un'altra storia di pesti ma stavolta con un "giallo": uno studio su un brutto fatto di cronaca "untoria".
    Sono libri di saggistica ma scritti con il cuore e tanta passione... o almeno è questo il ricordo che mi è rimasto.

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    1. A questo punto sono sempre più intrigato dalla lettura di Cipolla. Inizio da quello che già ho, poi proverò a guardarmi in giro...

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  8. Mi hai stregato con la tua disquisizione sul testo di Bierce. Ora non posso fare altro che acquistare l'e-book. Grazie per la dritta!

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    1. Grazie per le belle parole. Spero ti possa piacere! ^_^

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  9. Mifa piacere la scoperta, o riscoperta, di Bierce. Conosco Poe dalle medie, Lovecraft dal 1963 e Bierce dalla fine degli anni 80. Il meglio del meglio. Del grande Lovecraft posseggo ben tre edizioni tra cui la storica Fanucci. Consiglio la ricerca del Castoro Letteratura dedicato al grande di Providence.

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    1. Non conosco quell'edizione Castoro: da una rapida ricerca in rete pare che sia fuori catalogo e ormai introvabile. O sbaglio?

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