Porca puttana. Anzi, dirò di più. Puttana troia. È tutto quello che mi viene da dire nel momento in cui lo schermo diventa scuro e il sipario si chiude su questa visione che mi ha scatenato per un’ora e mezza di fila un rilascio di adrenalina tale da farmi dubitare della salute del mio povero muscolo cardiaco, già provato da anni di body-horror, torture porn, shockumentary e gore/splatter di ogni tipo. E pensare che, quando mi si prospetta un po’ di shock cinema, io non sono certo il tipo che si tira indietro. Anzi, sono uno che si è visto tutta la saga dei Guinea Pig giapponesi con un sacchetto di popcorn in mano e il sorriso sulle labbra. Eppure, il controllo dell’ansia rimane il mio punto debole. Mettimi di fronte anche a una commedia romantica dove c’è un tipo che rischia di essere scoperto a prendere il caffè con una tipa che non è la fidanzata e io vado subito in paranoia. Non parliamo poi di quando in un film compare un cane, un gatto o un altro animale d’affezione che, come da copione, so essere stato messo lì apposta per fargli fare una brutta fine. E, nonostante il titolo vi faccia un vago riferimento, c’è molto più di un semplice caffè in questo “The coffee table” (2002), titolo internazionale di “La mesita del comedor”, una commedia nera diretta da Caye Casas, che ha curato anche la sceneggiatura insieme a Cristina Borobia.
Porca puttana, ripeto, questo film mi ha davvero strappato le budella, mi ha sfidato a una vera e propria prova di resistenza dalla quale, ovviamente, sono uscito sconfitto; e mi ha causato una tensione così insopportabile che se dovessi calcolare la percentuale del tempo trascorsa davanti allo schermo e la percentuale tatticamente trascorsa dietro la porta della cucina a fingere di cercare una cosa in frigo (una versione 2.0 della “mano a tendina” che usavo quand’ero più piccino per non vedere), non ne verrei fuori molto bene. La narrazione si basa su quella che potrei definire “ironia drammatica”: il pubblico viene messo a conoscenza di un segreto terribile che tutti i personaggi in scena (tranne uno) ignorano, creando un senso di ansia e asfissia che cresce costantemente fino al drammatico finale.
Sì, perché se c’è una cosa di cui lo spettatore consapevole (così come il protagonista) è assolutamente certo è che la verità verrà a galla e allora saranno cazzi, e di quelli grossi. E infatti, la verità a un certo punto viene a galla e non può che finire male, malissimo, più male che mai. Nessuno sconto di pena. Solo cazzi. E tu, povero spettatore che in quella situazione non ci volevi proprio finire, ti trovi a sperare che succeda subito e che finisca quella dannata tortura. Tanto, se deve andare tutto a puttane tanto vale che ci vada subito, tanto vale finirla, anche perché questo continuo andirivieni dalla cucina al divano è snervante, insostenibile. E mentre speri con tutte le tue forze che finisca, ironicamente non finisce. Le immagini, beffarde, continuano a scorrere sullo schermo, la respirazione inizia a farsi difficile e allora cominci a riflettere se sia il caso di cercare nel ripostiglio un po’ di corda e uno sgabello. A mali estremi, come si dice, estremi rimedi.
La storia segue Jesús (David Pareja) e María (Estefanía de los Santos), una coppia di mezza età che ha appena avuto un bambino, Cayetano, dopo anni di tentativi. Il loro rapporto è logorato da tensioni latenti, nonostante i due senza dubbio si amino: Jesús è frustrato da una paternità di cui forse non era così convinto; María tende a dominare ogni decisione familiare, dal nome del figlio all'arredamento della casa. Per affermare la propria volontà, Jesús insiste nell'acquistare un tavolino da caffè di vetro dal gusto discutibile, caratterizzato da gambe a forma di ninfe dorate, nonostante l'aperto disgusto della moglie. Il venditore assicura loro che l’oggetto è di qualità svedese, il vetro è infrangibile e il tavolino porterà felicità nella loro casa. Tuttavia, una volta a casa, un banale incidente domestico avvenuto durante il montaggio del tavolo squarcia la loro quotidianità, trasformando il resto del film in una discesa all'inferno in tempo reale.
Di più, credetemi, non posso raccontare. Vi rovinerei l’esperienza. Senza contare che le parole non sono adatte per raccontare “The coffee table”, prova inconfutabile dell’esistenza dell’orrore nel quotidiano, mille volte più spaventoso di qualsiasi mostro o elemento soprannaturale che la mente umana sia in grado di immaginare. Leggo in giro che molti spettatori prima di me hanno riferito di aver dovuto interrompere la visione o di aver provato un profondo malessere fisico durante la proiezione. Non faccio fatica a crederlo. È esattamente quello che è successo a me che, nonostante tutto, ho deciso di portare a termine quella dannata tortura piuttosto che dovermi ritrovare il giorno dopo con qualcosa di profondamente irrisolto. Mille volte meglio assistere al finale, un finale che, porca puttana, è ancora peggio, un finale agghiacciante per la freddezza con la quale si compie.
Tornando al film, la recitazione è sicuramente uno dei maggiori punti di forza: in particolare quella di David Pareja (Jesús), che interpreta un uomo la cui anima sembra aver abbandonato il corpo mentre questo continua meccanicamente a muoversi. Con il volto pallido, coperto di sudore, gli occhi spenti e le mani tremanti, l’attore riesce a trasmettere un senso di disperazione silenziosa e shock totale senza bisogno di utilizzare i dialoghi. La regia di Caye Casas sottolinea questo approccio immersivo con primi piani claustrofobici che catturano ogni minima contrazione o sussulto del suo volto, rendendone palpabile il tormento interiore e lasciando che lo spettatore auspichi che sopraggiunga alla svelta il momento del crollo nervoso totale.
Ma tutti gli interpreti sono memorabili, perfino quelli un po’ più marginali come Josep Maria Riera (Carlos, il fratello), che è il personaggio che in quel dannato finale manifesta il trauma in modo più visibile: all'interno di una volante della polizia in uno stato di shock catatonico, continua a ripetere ossessivamente e senza sosta la frase "la mesita del comedor”, incapace di elaborare razionalmente l'assurdità della tragedia.
La regia di Caye Casas adotta una strategia di estrema moderazione visiva, preferendo il potere del suggerimento e del "fuori campo" alla rappresentazione esplicita dell’orrore. Gli eventi più traumatici non vengono mai mostrati, anzi la macchina da presa si allontana puntualmente dall'azione, lasciando che lo spettatore percepisca la tragedia solo attraverso stimoli uditivi. E questa strategia funziona alla perfezione, perché l’immaginazione dello spettatore è in grado di creare immagini molto più disturbanti di qualsiasi effetto speciale. Detto in altro modo, l'orrore è negli occhi di chi guarda.
Vi è anche un sottotesto religioso piuttosto marcato, ma utilizzato più in chiave ironica e grottesca: l’elemento più ovvio è il nome del protagonista (Jesús), così come il sangue sulla sua mano (le stigmate), così come la presenza costante del vino rosso (la cena che precede il sacrificio). Ma su tutte la scena in cui Jesús trasporta il pesante tavolino su per le scale, che equivale all’uomo che porta la propria croce verso il suo personalissimo Golgota. E non è forse nemmeno un caso che il design del tavolino stesso, con quelle ninfe dorate che sorreggono il piano di vetro, sia più simile a quello di un altare sacrificale che a quello di un pezzo d’arredamento da salotto.
“The coffe table” ha ottenuto importanti riconoscimenti nel circuito dei festival cinematografici internazionali, vincendo il premio come miglior film in due prestigiose manifestazioni di genere: il Tallinn Black Nights Film Festival e il Bruxelles International Fantastic Film Fest. Oltre a questi premi ufficiali, la pellicola è stata presentata con successo in numerosi altri festival dedicati al cinema horror e fantastico, tra cui il Fantastic Fest 2023 e il SOHO Horror Film Festival, guadagnandosi la reputazione di una delle opere più scioccanti e originali del panorama recente.
Se ve lo consiglio? Fate un po’ come volete. Potete anche non guardarlo, per carità, ma se lo guardate è importante non mollare e arrivare alla fine, anche se per farlo dovrete scappare in cucina ogni cinque minuti. “The coffe table” è un'opera unica, è un genere che prima non esisteva. Se non lo guardate vi perderete certamente qualcosa, ma non posso che sottolineare il fatto che questo non è un film per tutti. È un film che "rimane addosso" e che difficilmente evapora via nel giro di qualche giorno.





Nessun commento:
Posta un commento