lunedì 5 ottobre 2026

La letteratura del "No"

Come spesso mi accade, dalla visione di un film è scaturita una riflessione letteraria che mi ha tenuto compagnia per qualche giorno, fino a convincermi a portarla qui sul blog, una riflessione attorno al tema del “rifiuto” e, per estensione, della “fuga”. Mi sono accorto che in molte storie la fuga non nasce tanto dal desiderio di lasciarsi alle spalle un problema, quanto dal rifiuto della vita che si sta vivendo: la famiglia, il lavoro, le convenzioni, perfino il ruolo che gli altri ci hanno assegnato. È una definizione ancora molto approssimativa di quella che lo scrittore spagnolo Vila-Matas ha chiamato «letteratura del No», ma forse conviene partire proprio dal film che ha fatto nascere questa riflessione, ovvero “Wakefield - Nascosto nell'ombra”. 
Quello di Robin Swicord è un film del 2016 incentrato su un uomo, Howard Wakefield (Bryan Cranston), che un giorno qualsiasi decide, senza apparente motivo, di non rientrare a casa e da lì in avanti vive per svariati mesi nella rimessa che si trova proprio di fronte alla comoda casa borghese dove abitava prima con la famiglia; una fuga, dal punto di vista fisico, solo di pochi metri, ma decisamente più drastica sotto qualunque altro aspetto la si voglia guardare. La narrazione procede focalizzandosi sulla sua lotta per sopravvivere, sul suo contendersi la spazzatura con una banda di stranieri specializzata in sottrazione di rifiuti e sulla sua ammirevole sopportazione, in solitudine, del freddo, del caldo, della fame e della malattia. 
È evidente che i termini che ho usato in apertura rischiano di banalizzare la questione. Quello di Wakefield non è un semplice capriccio: dietro la sua decisione ci sono la pressione del lavoro, l'insoddisfazione per il matrimonio e, più in generale, la sensazione di vivere una vita che non sente più come propria. Wakefield si comporta come se avesse fra le mani un registratore e potesse premere il tasto “pausa”. Solo che la vita degli altri non si ferma con lui. Da quel momento comincia a osservare la moglie e le figlie dalla rimessa, diventando spettatore della famiglia da cui si è volontariamente escluso. E più le guarda, più diventa difficile capire se quella distanza gli serva davvero per allontanarsi da loro o, al contrario, per sentirsi nuovamente vicino. 

Il film è il fedele adattamento di un racconto dello scrittore statunitense Edgar Lawrence (E. L.) Doctorow, apparso dapprima sulle pagine del The New Yorker e poi inserito in un’antologia intitolata “Tutto il tempo del mondo” (“Collected Stories”), pubblicata in Italia da Mondadori nel 2014 con la traduzione a cura di C. Prosperi, in cui l’autore parla di individui che, cito dalla sinossi, «per una ragione o per l'altra, si trovano segregati e in conflitto con il proprio ambiente originario, impegnati in una lotta personale contro il mondo che li circonda.» 
Doctorow cita apertamente “Wakefield”, un racconto di Nathaniel Hawthorne del 1835 contenuto nella raccolta “Racconti raccontati due volte” (“Twice-Told Tales”). Nella sua versione, Hawthorne presenta come storicamente accaduta nella Londra ottocentesca la vicenda di un uomo qualunque che, col pretesto di un breve viaggio d'affari, si congeda dalla consorte per prendere in affitto un alloggio nella strada adiacente a quella dove abita la sua famiglia, rimanendovi nascosto per oltre vent'anni. Da quella posizione liminare, Wakefield spia quotidianamente la casa e la finta vedovanza della moglie, per poi rientrarvi una sera con sconcertante naturalezza come dopo un solo giorno d'assenza. 
Analizzando l'animo del protagonista, Hawthorne vi scorge un «placido egoismo» arrugginito dall'inattività, una «morbosa vanità» e una latente inclinazione all'inganno. Il suo gesto, inaugurato da un sottile e furbesco sorriso rivolto alla moglie dallo spiraglio della porta socchiusa prima di svanire, finisce per trasformarlo, in virtù della «ferrea trama della necessità», in un essere «stregato» e sospeso tra i vivi e i morti. 
Alla sua uscita, il pubblico manifestò un misto di perplessità e disagio di fronte all'assenza di un chiaro ed esplicito castigo morale, ma i contemporanei ne colsero l’importanza simbolica tanto che, nel Novecento italiano, Eugenio Montale lo inserì in una memorabile antologia di Bompiani. 

Hawthorne era consapevole di richiedere al lettore un notevole grado di sospensione dell’incredulità per accettare le sue premesse, ovvero che un uomo potesse nascondersi tanto a lungo a pochi passi dalla sua famiglia senza mai essere scoperto e soprattutto che potesse esserne riaccolto in seno come se nulla fosse dopo un’assenza così prolungata, e sfidò altri autori a presentare al pubblico la propria versione della storia. 
Oltre settant’anni più tardi, nel 2008, E.L. Doctorow decide, come detto, di accettare quella sfida narrativa e trasporta la vicenda nella New York contemporanea, dove il “suo” Howard Wakefield, affermato e nevrotico avvocato di Manhattan soffocato dalla competizione professionale e dalla routine matrimoniale, un giorno rimane bloccato sul treno delle 17:38, quando l'ultima carrozza, dove si trova seduto, non riparte insieme al resto del convoglio. Un blackout ha completamente intasato la città e Wakefield arriva a casa con un’ora e mezza di ritardo, ma prima di affacciarsi alla porta di casa vede un procione vicino al garage, lo insegue e poi scaccia i tre cuccioli che avevano trovato rifugio nel sottotetto. Sfinito, si addormenta poi su una sedia a dondolo nella rimessa, in cima alle scale, e vi resta tutta la notte. Ancora non lo sa, ma il suo lungo allontanamento da casa è già cominciato. 
I due “Wakefield”, quello di Hawthorne e quello di E.L. Doctorow, non sono però casi isolati. Basta iniziare a rincorrere quel gesto di sottrazione attraverso i libri per trovarlo ovunque, sotto forme sempre diverse e spesso inattese. 
A questo punto il ‘no’ comincia a diventare qualcosa di più interessante di una semplice fuga, ed è qui che entra in gioco Enrique Vila-Matas. Nel suo “Bartleby e compagnia” (“Bartleby & Co.”), pubblicato nel 2000, lo scrittore spagnolo cataloga una quantità impressionante di autori e personaggi (alcuni dei quali fittizi, creati da lui stesso) accomunati, in modi diversissimi, da un gesto di sottrazione: c’è chi smette di scrivere, chi di agire, chi di partecipare, oppure chi semplicemente decide di scomparire. Vila-Matas la chiamerà «letteratura del No» (“literatura del no”). 

Edgar Allan Poe
fu così suggestionato dal racconto di Hawthorne che ne trasse diretta ispirazione per costruire “L'uomo della folla” (“The Man of the Crowd”), dove il narratore e protagonista racconta di aver scorto un uomo che ha destato il suo interesse e di aver deciso di seguirlo, per poi rendersi conto che quell’uomo non ha meta né scopo, ma non fa altro che cercare di stare sempre in mezzo alla folla, e comprende che non riuscirà mai a ottenere la sua attenzione e a comunicare con lui. «È l'uomo della folla» pensa, «che non vuole, né può star solo» e «sarebbe vano seguirlo ancora, perché mai saprò nulla di lui, o dei suoi misfatti.» - è come «un certo libro tedesco che “es lässt sich nicht lesen”: cioè, non si lascia leggere.» 
Nel caso di Poe il rapporto con la solitudine prende però una piega curiosa. L'uomo della folla non fugge dalla società per cercare un luogo appartato: fa esattamente il contrario. Ha bisogno della folla, di perdersi continuamente dentro di essa, quasi che l'anonimato della moltitudine fosse l'unico modo possibile per non rimanere solo con se stesso. E qui il racconto di Poe si avvicina, per contrasto, a quello di Hawthorne. Wakefield si sottrae alla società nascondendosi a pochi metri da casa propria; l'uomo della folla, invece, sembra incapace di sottrarsi a qualsiasi cosa proprio perché non riesce mai a separarsi dagli altri. Uno scompare dalla vita degli altri, l'altro si confonde al loro interno. C'è poi quell'immagine iniziale della vetrata del caffè, attraverso la quale il narratore osserva la strada prima di decidere di seguire lo sconosciuto. È una soglia molto “poeiana”: da una parte c'è chi guarda, dall'altra c'è lo spettacolo della città, e alla fine il narratore non si accontenta più di osservare ma deve entrare anche lui nel flusso della folla. È difficile non pensare, a questo punto, alla città moderna che Poe vede crescere intorno a sé: una città piena di persone in cui diventa più facile sparire e, proprio per questo, capace di produrre forme nuove e inquietanti di solitudine. 

Spostandoci nel cuore del potere economico e burocratico, Herman Melville con “Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street” (1853) declina il tema del “no” ponendo l’accento sull’immobilità più rigida e claustrofobica anziché limitarsi a riflettere sulle dinamiche urbane. Il narratore, un avvocato senza ambizioni guidato unicamente dai principi di «prudenza» e «metodo», si ritrova del tutto disarmato dinanzi al pallido copista Bartleby, il quale oppone a qualsiasi richiesta lavorativa la sua inossidabile formula «preferirei di no» («I would prefer not to»). Recluso dietro un paravento verde a fissare la parete cieca di un muro di mattoni, Bartleby rifiuta progressivamente di copiare, di interloquire, di accettare denaro e infine di nutrirsi, lasciandosi morire d'inedia nel cortile del carcere delle «Tombe». Mai nel corso del racconto abbiamo la possibilità di vedere la storia dal punto di vista di Bartleby. Non sappiamo mai cosa gli passi veramente per la testa. Tutto ciò che vediamo è ciò che vede il narratore, cioè un uomo che continua a cercare una spiegazione razionale per un comportamento che razionale non sembra essere. 

Con Henry David Thoreau, invece, il rifiuto prende un'altra strada: non si tratta più di nascondersi dentro la città, ma di uscirne, e la fuga diviene quindi un ritorno alla natura selvaggia. Nel suo celebre “Walden ovvero Vita nei boschi” (1854), Thoreau racconta di quando decise di isolarsi consapevolmente in una capanna lungo le sponde del lago di Walden per saggiare la vita al di fuori dei meccanismi della società e delle sue convenzioni, dimostrando come l’uomo possa sperimentare e apprezzare uno stile di vita più semplice e frugale. Una ventina di anni dopo Mark Twain scrive il primo di due libri che entreranno di diritto nella storia della letteratura americana, “Le avventure di Tom Sawyer” (1876), seguito da “Le avventure di Huckleberry Finn” (1884). 

Se nel primo romanzo Huck Finn è un ragazzino abbandonato a se stesso che alla fine della storia diventa ricco, nel secondo lo ritroviamo paradossalmente insoddisfatto della sua nuova vita agiata, ma anche piena di regole, e in fuga da una società che non riesce ad accettare. Huck affronta un viaggio in zattera lungo il Mississippi e numerose avventure che diventano il simbolo di un’evasione dalla civilizzazione, che nel contesto dell’epoca coincide con una civiltà schiavista e puritana. 
Se Thoreau aveva scelto l'isolamento come esperimento filosofico e morale, nel XX secolo quello stesso impulso riaffiora in forme molto più radicali e autodistruttive. È il caso di Christopher McCandless, protagonista di “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer (1996), resoconto della vicenda reale del giovane che abbandonò famiglia, studi e prospettive professionali per attraversare gli Stati Uniti e infine scomparire nelle regioni più remote dell'Alaska. A differenza di Thoreau, che non rinunciò mai del tutto al rapporto con la società, McCandless sembra inseguire una forma di cancellazione più assoluta, fino a trasformare il sogno dell'autosufficienza in una silenziosa marcia verso la dissoluzione. La frontiera non è più il luogo della rinascita individuale, ma diventa il confine oscuro oltre il quale libertà e annientamento finiscono per coincidere. 
Occorre tenere a mente, comunque, che il “Walden” è un’opera letteraria che riporta le esperienze dirette del suo autore, mentre le avventure di McCandless sono in qualche modo filtrate dalla visuale esterna della famiglia, degli amici, delle persone che lo hanno conosciuto durante i suoi ultimi anni e perfino da quella di Krakauer. Il livello di immersione nelle due storie, secondo me, non potrà mai essere lo stesso. 

C'è però una cosa che accomuna quasi tutte queste storie e che mi preme sottolineare: l'isolamento non arriva per caso. Prima ancora che il personaggio si nasconda, fugga o si separi dagli altri, qualcosa si è già spezzato nel suo rapporto con il mondo. Che questa frattura debba essere letta come una forma di disagio interiore, come una metafora o anche come qualcosa di patologico, spetta al lettore stabilirlo. Per questo sono storie molto poco “corali”. Il gesto del rifiuto nasce sempre da una decisione personale, anche quando le sue conseguenze finiscono per coinvolgere tutti gli altri, ed è proprio questo che le distingue dalle storie in cui l'isolamento è semplicemente il risultato di un incidente, un evento casuale o un fenomeno misterioso dal sapore apocalittico: “Robinson Crusoe” di Daniel Defoe, “La parete” di Marlen Haushofer o “L'uomo che restò solo sulla terra” di George Gaylord Simpson, giusto per citare i primi che mi vengono in mente. 
A mio avviso, comunque, esiste una forma ancora più scandalosa e radicale del rifiuto corporeo che, a quanto ne so, è rappresentata ad oggi da un unico romanzo che testimonia di una realtà sociale nella quale le convenzioni, le regole del vivere e della cooperazione sociale sono tra le più spietate e stringenti. Quel romanzo è “La vegetariana” (2007) della scrittrice sudcoreana Han Kang, consacrato nel 2016 con il Man Booker International Prize, aprendo la strada al successivo conferimento del Premio Nobel per la Letteratura all'autrice, e del quale ho già ampiamente parlato in questo articolo del blog a qualche mese dalla sua prima uscita in Italia per Adelphi. 

La decisione della protagonista Yeong-hye di smettere di mangiare carne evolve a poco a poco in una totale astensione dal cibo e nel desiderio di assimilarsi a una pianta, trasformando l'inedia nell'ultimo baluardo di protesta contro la violenza della società e l'oppressione familiare. Forse è davvero questo, come riconosciuto da autorevoli saggisti, il vero “Bartleby del XXI secolo”, ma a me pare che sia più che altro il vero anello di congiunzione con la letteratura occidentale, e in particolare con “Nelle terre estreme”. Infatti, più rileggo questa storia alla luce di Vila-Matas, più faccio fatica a non associare Yeong-hye a Christopher McCandless. Le loro storie non potrebbero essere più lontane, eppure in entrambe c'è il tentativo di spingere il rifiuto oltre la sfera delle idee, fino a coinvolgere il corpo stesso: nel caso di McCandless attraverso la privazione e l'isolamento nella natura, nel caso di Yeong-hye attraverso il rifiuto dell'alimentazione e dell'identità umana. Entrambi sembrano inseguire una forma di liberazione che coincide con la progressiva sparizione del sé. 
Naturalmente, il tema «del no» non rimane confinato alla letteratura americana ma attraversa tutta la letteratura moderna, muovendosi sì sui sentieri battuti dell'integrazione sociale e del progresso individuale, ma soffermandosi in particolare su coloro che decidono di arrestarsi, di compiere un passo di lato o di scomparire. 

Cercando esempi italiani, il nome che mi viene subito in mente è quello di Luigi Pirandello: la ricerca di un'esistenza fuori dalle gabbie sociali trova uno dei suoi esiti più emblematici nel suo romanzo “Il fu Mattia Pascal”. Sfruttando la notizia errata della propria morte, Mattia cerca di liberarsi dalla prigione del matrimonio e della famiglia per ricostruirsi una vita autonoma sotto l'identità di Adriano Meis, ma scopre amaramente che l'individuo privo di stato civile si riduce a un'ombra spettrale incapace di sposarsi, denunciare un furto o vivere realmente. È forse uno dei casi più paradossali di questa lista, in cui l’identità reale viene contrapposta all’identità riconosciuta dagli altri. 

Ancora più grottesco e spersonalizzante è il romanzo “L'uomo scatola” (“The Box Man”, 1973) dello scrittore giapponese Kōbō Abe. Il protagonista decide di calarsi sulla testa una scatola di cartone ondulato dotata di una piccola feritoia, trasformando questo guscio protettivo in una “dimora portatile” da cui osservare Tokyo. Vivendo ormai ai margini della società, l’uomo è ormai parte di quella folla di “invisibili", in senso sociale e figurato, che popola la metropoli e la scatola diventa così il suo punto d'osservazione privilegiato: lui può guardare gli altri senza essere guardato. È una condizione che riprende, in modo molto più radicale, quella di Wakefield e di Bartleby. 
Se Wakefield osserva il mondo dalla rimessa e Bartleby si protegge dietro il paravento, l'uomo di Abe porta questa separazione fino al paradosso: non gli basta più nascondersi, vuole letteralmente costruirsi addosso il proprio nascondiglio. Ammetto che, tra tutti i personaggi citati finora, l'uomo scatola è forse quello che più mi inquieta. 

Di segno opposto, ma ugualmente eversivo, è il rifiuto messo in scena da Italo Calvino ne “Il barone rampante”, pubblicato da Einaudi nel 1957 all'interno della trilogia “I nostri antenati”. Il gesto del dodicenne Cosimo Piovasco di Rondò, che si rifiuta di mangiare un piatto di lumache e sale sugli alberi promettendo di non scendere mai più a terra, non costituisce un'evasione nichilista o un isolamento sterile; al contrario, Calvino costruisce un’allegoria illuminista in cui Cosimo si sottrae alle regole degli altri, ma non si sottrae al mondo e non rinuncia a partecipare alle vicende umane. Forse è anche per questo che mi è sempre sembrato riduttivo considerarlo semplicemente un libro per ragazzi. Sotto la leggerezza della storia c'è un'idea di libertà molto più complessa. 
Il rifiuto giovanile trova poi una rappresentazione moderna e spietata nel romanzo “Niente” (2000) della scrittrice danese Janne Teller. Quando il tredicenne Pierre Anthon abbandona la scuola per insediarsi su un albero di susine - dichiarando che «non c’è niente che abbia senso» e quindi «non vale la pena far niente» e che «”È tutto inutile!”» perché «tutto comincia solo per finire. Nel momento in cui siete nati avete cominciato a morire.» -, il suo nichilismo provoca nei compagni di classe la reazione ossessiva di raccogliere oggetti significativi nella macabra «catasta del significato». 
E in fondo, anche qui, il rifiuto nasce dallo stesso gesto di partenza di Calvino: dire “no” a ciò che tutti gli altri considerano normale. Gli esiti, però, sono opposti: Cosimo trova un modo nuovo di stare al mondo, Pierre Anthon arriva invece a dubitare che stare al mondo abbia ancora un senso. È anche per questo (e per via di un finale ad effetto, che non rivelo) che “Niente”, pur partendo dalla stessa premessa quasi fiabesca di Calvino, vira decisamente in territorio horror. 

Ma se la prospettiva dell’alienazione è terreno fertile per l’immaginario del fantastico, non deve stupire che nel filone della «letteratura del No» possa essere fatta rientrare anche un’opera come “Abbiamo sempre vissuto nel castello” (1962) di Shirley Jackson. Questo romanzo racconta la storia delle sorelle Merricat e Constance Blackwood, le quali, osteggiate dalla comunità del villaggio dopo l'avvelenamento di alcuni membri della loro famiglia e in seguito a un assedio e un’aggressione prima psicologici e poi concreti, barricano la loro dimora trasformandola in una fortezza inespugnabile. Le sorelle non cercano di tornare a vivere nella comunità, ma ne costruiscono una su misura per loro dentro la propria casa. La reclusione e i rituali domestici diventano così uno strumento di autodeterminazione al femminile e di rifiuto del patriarcato. 
Ancora oggi il romanzo è un classico del genere, con uno degli incipit più fulminanti ed efficaci della storia della letteratura: «Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott’anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna avrei potuto nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e L’Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.» 

Chissà, forse nella letteratura “sommersa” (quella dimenticata, mai tradotta, perduta per strada o semplicemente rimasta lontana dai grandi circuiti editoriali) esistono altre storie di questo genere che neppure Vila-Matas ha potuto catalogare. E, se ci sono, mi piacerebbe trovarle, perché più cercavo esempi di questa «letteratura del No», più mi rendevo conto che il rifiuto può assumere forme completamente diverse. Si può fuggire dalla famiglia, dal lavoro, dalla società, dalla folla o dal proprio corpo – insomma, dall’idea che si debba continuare a interpretare una parte anche quando non la si sente più propria -, o persino dall'idea stessa che la vita debba avere un significato. Si può scomparire, nascondersi, salire su un albero, infilarsi dentro una scatola o semplicemente smettere di collaborare. Ma quello che mi interessa di più non è tanto il gesto del fuggire, ma quello che viene dopo. Cosa succede quando qualcuno decide di non stare più al gioco? È una domanda che la letteratura continua a riproporre, e forse proprio per questo non mi sembra affatto una domanda scontata.



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