martedì 18 giugno 2019

Invisibili: la morte della dignità

Ci sono diverse cose che mettono angoscia quando si parla di solitudine, e non sto parlando solo di quanto sia spiacevole, per coloro che rientrano in questa categoria, andare al ristorante da soli, andare al cinema da soli o trascorrere le feste comandate senza la compagnia di qualcuno di particolarmente caro.
Uno degli aspetti a mio modo di vedere più terrificanti è dover affrontare in solitudine le grandi tragedie della vita, la malattia, il declino e in ultimo la morte. Vi sembrerò macabro, ma ricordo che rimasi fortemente impressionato quando, molti anni fa, venni a sapere che una persona che avevo avuto modo di conoscere per questioni di lavoro (un cliente di non ricordo quale località del ponente ligure) era stata trovata nel suo letto, morta da due settimane.
Ecco, morire in solitudine è una cosa che non vorrei mai mi capitasse. Non che ci sia molta differenza, direte voi tirando le opportune somme. In fondo, quando arriva il momento di andarsene poco importa ciò che è avvenuto negli istanti precedenti. È un discorso piuttosto irrazionale il mio, lo ammetto, considerando che nessuno mai è tornato a raccontarci com’è andata.
Di contro la logica mi porta a pensare, a sperare, che il solo potermi appoggiare a qualcuno, guardare un volto o stringere una mano, mi sarebbe di conforto nel momento del passaggio verso quello che potrebbe rivelarsi il nulla eterno. Nulla di religioso, intendiamoci: è solo quel bisogno innato che qualsiasi specie animale, inclusa la nostra, ha dei suoi simili sin dal primo vagito. Senza contare la possibilità che, egoisticamente parlando, qualcuno possa nel momento del bisogno chiamare il 118 e tirarmi fuori dai guai, anche se solo per un po’.

È il destino che, un sabato notte, si trova ad affrontare Dante Remus Lăzărescu, un uomo vecchio, solo e malato, la cui unica compagnia è rappresentata da tre gatti che condividono con lui uno squallido appartamento di Bucarest, e con la bottiglia quale unico antidoto alla solitudine nella quale è sprofondato dopo la prematura morte della moglie e la definitiva partenza della figlia per il Canada. Da qualche parte dovrebbe esserci anche una sorella, ma è subito chiaro che a quest’ultima poco importa della compagnia di un congiunto della cui bottiglia non ci si può che vergognare. La premessa non dovrebbe lasciar dubbi sulla drammaticità di un film il cui titolo stesso, “La morte del signor Lăzărescu”, ha tanto l’aria di uno spoiler.
Il dramma non tarda a presentarsi, sebbene debbano ancora srotolarsi davanti a noi oltre due ore e mezzo di pellicola. Il protagonista inizia a sentirsi male, di uno di quei malesseri che non si riesce bene a decifrare: mal di testa, mal di stomaco, sintomi che potrebbero voler dire nulla ma che, per un gran bevitore reduce dall’intervento per curare un’ulcera, potrebbero anche voler dire molto. Lo scenario che si sta delineando è più o meno quello che avevo dipinto all’inizio, nella mia piccola introduzione. Un uomo solo che sta male, e che nel giro di qualche ora potrebbe stare molto, molto peggio.

Scendo ancora un momento nel personale: tante volte mi è capitato di pensare a cosa potrei fare se mi trovassi in una situazione simile; mi sono immaginato uscire in mutande sul pianerottolo di casa, mi sono immaginato precipitarmi in strada nella speranza che qualcuno si accorga del mio dramma. Tutte idee scombinate. Dante Remus Lăzărescu invece fa la cosa più sensata: chiama l’ambulanza e si accomoda al tavolo della cucina ad attenderne l’arrivo. Peccato che Lăzărescu abbia scelto la sera sbagliata per stare male: da qualche parte là fuori, nelle strade di Bucarest, un grave incidente stradale sta monopolizzando l’attenzione di medici e paramedici. Mentre le lancette dell'orologio continuano a girare e l'ambulanza non si vede da nessuna parte, subentra la paura. Non resta che ricorrere all’aiuto dei vicini Sandu e Mihaela, una coppia con la quale non c’è mai stato un gran bel rapporto proprio a causa della bottiglia, della mania di Lăzărescu per i gatti e di tutto quello che egli, vecchio e senza prospettive, rappresenta. Ho già usato più volte il termine “vecchio” ma l’uomo, poco più che sessantenne, così vecchio non è, almeno dal punto di vista anagrafico. Vecchio in questo caso è un termine che ha più il significato di usato, abbandonato, non più utile alla società. Tantomeno utile alla società della Romania del post-comunismo, che deve necessariamente guardare avanti per trovare la sua dimensione in questo mondo.

Vincitore a Cannes 2005 nella sezione “A Certain Regard”, il film del regista rumeno Cristi Puiu offre numerosi livelli di lettura e quello che vi sto offrendo è solo uno dei tanti (un secondo livello ve lo presenterò tra qualche giorno, tornando a parlare di questo film). C’è da dire, a tal proposito, che ciò vi ho raccontato accade in 45 minuti scarsi di pellicola (su un minutaggio complessivo di oltre 150), evidente volontà del regista rumeno di rappresentare il dramma “in tempo reale”, per usare il linguaggio della millennial generation a noi tanto caro. Eh già, perché non va trascurato il dramma che qualcuno nell’estrema necessità vive nel tempo che lo separa dall’arrivo di un’ambulanza. Sempre che l’operatore del pronto soccorso l’abbia effettivamente chiamata, s’intende. E sempre che questa arrivi in tempo, s’intende anche questo.
Nessuna polemica a riguardo, sia chiaro: ho ben presente lo sforzo e il sacrificio di tanti volontari che, tanto di cappello, tra una serata sul divano e una serata su un’ambulanza scelgono quest’ultima. In questa sede però il punto di vista è quello di chi attende, e Cristi Puiu nel dilatare i tempi di questa premessa riesce a far provare al protagonista (e a noi con lui) il tormento che deriva dal non sapere se ce la farà a uscire da questo dramma.

Gli indizi che il regista ci offre sono numerosi e contrastanti: il titolo del film, “La morte del signor Lăzărescu”, si direbbe a tutti gli effetti un clamoroso spoiler, ma il nome “Lăzărescu” può farci sperare in un altrettanto clamoroso lieto fine, esattamente come lieto e clamoroso fu quello dell’omonimo revenant di Betania, almeno secondo quanto ci riferisce la tradizione evangelica. I due nomi di battesimo del signor Lăzărescu (Dante e Remus), suppongo piuttosto inusuali in Romania, evocano invece concetti opposti: il suo omonimo fiorentino finì all’inferno ma riuscì a venirne fuori con le sue gambe, mentre il suo omonimo romano finì all’inferno per mano del fratello e lì rimase.
Non c’è quindi alcuna certezza di come andrà a finire la faccenda, e nel calore della nostra poltrona non possiamo far altro che vivere l’attesa con la sua stessa ansia, mentre i vicini di casa, anziché preoccuparsi, ribadiscono la ripugnanza per quell’uomo dall’alito puzzolente che ha osato fare irruzione nella loro domestica serenità, e continuano a farsi i fatti loro, come se escludessero la possibilità che quel vecchio ubriacone possa davvero, semplicemente, stare male.
La vecchiaia, la solitudine, l’abbandono, il degrado fisico non sono forse anch’essi equiparabili alla malattia? Il non riuscire a conservare non dico l’amore o l’amicizia, ma almeno la dignità all’interno di un ambiente perennemente ostile non equivale a una malattia? Osservare il signor Lăzărescu solo con la sua vulnerabilità mentre i suoi vicini parlano dei fatti propri è qualcosa di estremamente penoso. È la morte della dignità che esplode in questo momento. La morte del corpo, semmai avverrà, è un problema di cui ci occuperemo più avanti. Ora c’è un essere umano completamente indifeso di cui occuparci. Un essere umano che inizia a vomitare sangue, unico modo per ottenere un po’ di attenzione. Ma di questo, come dicevo, parleremo la prossima volta.
CONTINUA


11 commenti:

  1. Interessante questo gioco di nomi, da Lazzaro a Dante, per finire a Remo.
    Forse davvero è in questo modo che deve leggersi la "morte", della dignità più che del fisico.

    Moz-

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    1. Tra i tanti possibili modi per morire questo è forse il più terribile: una morte che avviene per gradi, lenta e inesorabile. Un po' come gli zombi di Romero, ma senza la scocciatura di dover andare e poi tornare...

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  2. Molto intrigante e angosciante, non vedo l'ora di leggere il "seguito" ;-)

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    1. L'idea era quella di provare a scriverla stasera, la seconda parte. Spero che il sonno non sopraggiunga troppo presto...

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  3. Non conoscevo il film.
    Anch’io aspetto la seconda parte.
    Effettivamente se uno è solo al mondo trovarsi in una situazione del genere non è per niente impossibile.
    Diventa invisibile ...proprio come il titolo di questo post a tema.
    Ciao

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    1. Situazioni del genere sono molto più comuni di quanto si creda e, tra l'altro, non sono nemmeno appannaggio delle persone normali. Tanti artisti, magari acclamati dalle folle, dismessi i panni del proprio personaggio, si sono ritrovati soli e da soli se ne sono andati....

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  4. Indubbiamente la sensazione di un malore in una situazione di solitudine è qualcosa di angosciante. Me ne sono accorto quando mi capitò di crollare in terra con la testa che mi girava come se avessi la pressione a venti (forse era proprio così, chissà). Se non ci fossero stati i famigliari nei paraggi, sarei anche andato nel panico. In parte ci sono andato davvero.

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    1. Non me lo dire! L'essere anche un filino ipocondriaco, come lo sono io, accoglie quel tipo di pensiero praticamente in ogni momento...

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  5. Interessante, cercherò di vederlo :)

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