sabato 25 gennaio 2020

Confessioni di una maschera #4

Non era previsto oggi un nuovo episodio di  “Confessioni di una Maschera”, ma le circostanze hanno deciso diversamente. Parleremo di ospedali, oggi, e di come fu che alla veneranda età di 52 ani e 9 mesi il sottoscritto fece il suo ingresso in uno di quei luoghi di sofferenza per la prima volta in assoluto, e per regalare un po' di compagnia a qualcuno nell'ora di visita. Due settimane fa, senza alcun presagio, mi sono lasciato convincere a recarmi al pronto soccorso per un dolore di incerta origine che non mi aveva lasciato dormire la notte, e che ancora non se ne andava. Dopo una serie infinita di esami, e senza darmi modo di elaborare ciò che mi stava accadendo, la dottoressa di turno sintetizzò il tutto con una frase che non mi dimenticherò tanto facilmente: "La ricoveriamo!"

Attimi di panico! Possibile che stesse accadendo a me? E poi non potevo, avevo in agenda un milione di cose, tra cui una trasferta di lavoro il lunedì successivo. Sulle prime feci per alzarmi e salutare, poi mi convinsi (mi convinsero) che forse non era il caso di continuare a inseguire le farfalle e che, una volta tanto, avrei dovuto dare priorità al me stesso interiore che mi stava inequivocabilmente inviando un messaggio di aiuto.
Esattamente una settimana dopo fui scarcerato... ehm... dimesso. E oggi posso anche concedermi il lusso di parlarne con serenità. Niente di grave, per carità, ma l'esperienza vissuta (e la lezione subita) è stata certamente importante. E mi sto anche godendo alla grande due settimane di convalescenza nella mia casetta, libero da ogni pensiero che abbia anche vagamente a che fare con il lavoro e con tutto ciò che vi ruota attorno. Oggi ho qualche buco in più nel corpo (che si rimarginerà rapidamente) e qualche pezzettino meno al suo interno (che più non tornerà), ma tutto sommato va bene così. Posso ritenermi al contrario molto fortunato per aver evitato che ciò accadesse per ben 52 anni e 9 mesi.

E pensare che mai prima d'ora avevo messo piede in ospedale. Nemmeno le tonsille erano riusciti a farmi togliere, nonostante le subdole promesse di quel gelato che, riflettendoci, potevo ottenere lo stesso con mezzi ben meno invasivi. Oggi non posso più dirlo. Non posso nemmeno più dire di non sapere cosa si prova a subire un'anestesia totale, né posso dire di non sapere cosa si prova a svegliarsi con un drenaggio nel fianco e un catetere infilato nel gioiello più sacro agli dei. E, per quanto riguarda quest'ultimo punto, vi garantisco che avrei preferito non saperlo mai.

Tutto ciò mi ha fatto ovviamente riflettere. E forse non è stato un caso che questo episodio sia avvenuto a così poca distanza dall'altro episodio, quello che mi ha allontanato dal blog per un paio di mesi prima di Natale. Riflettere sulla vacuità della vita, e sui cicli che si compiono e che si rinnovano. E che certamente troveranno il loro compimento in un futuro indefinito ma inevitabile.
Ho iniziato a frequentare ospedali, in qualità di osservatore esterno, fin da bambino, da quando il mio papà entrò in ospedale e la mia vita prese una piega che non mi sarei mai augurato. Sono trascorsi da allora 45 anni. Ricordo con angoscia quelle notti in cui, nell'innocente tepore del mio lettino, sentivo i miei genitori confabulare in lontananza per poi, improvvisamente, accendere tutte le luci e...
"Con il cuore non bisogna scherzare" mi ripeteva sempre mia mamma. E non si riferiva alle pene d'amore. Quasi sempre nel cuore della notte si partiva e si trascorrevano ore in una gelida corsia, nella snervante attesa di capire se il mio papà potesse ritornare a casa con noi o se avrei dovuto farne a meno per un po'. Siamo andati avanti così per anni, con l'unica differenza che, divenuto maggiorenne, il mio papà me lo caricavo io stesso in macchina senza stare ad attendere l'arrivo dell'ambulanza. Terminato il calvario di mio padre, è poi iniziato quello di mia madre. Non molto diverso. Le corse in macchina erano sempre le stesse, così come le stesse erano quelle gelide corsie d'ospedale. Il finale? Sempre lo stesso. Ed è storia recente.

E qui inevitabilmente scattano le seghe mentali. Facendo un rapido calcolo, mio papà si è ammalato nel 1975 ed è mancato nel 1997 (22 anni dopo). Mia mamma è mancata nel 2019 (ancora 22 anni dopo). Cosa succederà nel 2041 (tra 22 anni)? Non vorrei essere superstizioso, ma non posso fare a meno di andare a controllare su Wikipedia se il numero 22 ha qualche significato malefico. Non trovo nulla di realmente preoccupante, ma scopro che 22 è il numero degli aminoacidi che concorrono a formare la vita e sempre 22 (paia) sono i cromosomi contenuti nelle cellule del corpo umano. Aggiungo anche, per non lasciare indietro niente, che 22 è il numero dei capitoli dell'Apocalisse di San Paolo (che non è brutta come quella di Giovanni, ma pur sempre Apocalisse è). Tutto questo, lo avrete già intuito, non vuole dire niente, ma se siete entrati in paranoia allora qualche significato esistenziale riuscite anche a estrapolarcelo. Fidatevi.


23 commenti:

  1. Sei qui per raccontarlo, però almeno il gelato lo avrei chiesto ;-) Mie battutacce a parte che uso per stemperare, quello che conta è che stai bene, un abbraccio! Cheers

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    1. Mi stupisco infatti che qualcuno si sia fatto togliere le tonsille cadendo nella trappola del gelato (Elio a riguardo ci ha pure scritto una canzone)...
      Ora che ci penso, con quello che ho fatto, avrei potuto chiedere un vitalizio di gelato... ma non credo che la promozione valga sempre.

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  2. E' un'esperienza che ti cambia la vita, lo capisco.

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    1. Psicologicamente ti cambia la vita. Certe volte anche fisicamente, ma per il momento non è questo il mio caso. Non del tutto, voglio dire.

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  3. Non faccio fatica a immaginare come un'esperienza simile ti abbia messo dinanzi a una riflessione profonda. Io ho seguito un iter simile, con una cosa che non si risolveva da qualche tempo e che mi portò tre anni fa a un intervento in anestesia generale che mai avrei immaginato di dover affrontare. Sì, cominci a fare i conti con quello che fino a quel momento era solo qualcosa di esterno, che non ti apparteneva. Invece ci appartiene eccome questa cosa così fragile come la vita umana. Quella che vediamo scivolare via dai nostri cari - mi unisco anche sotto questo aspetto alla tua esperienza personale, avendo perso mio padre per una grave malattia. Noi siamo dentro questo presente che dovrebbe indurci a prendere in considerazione anche ciò.
    Riguardo al 22... non ti seguo. Sorry. :)

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    1. Svegliarsi da un'anestesia generale, con il fisico dolorante e con qualcuno che ti grida in faccia di riprenderti è un po' come nascere una seconda volta. Finora avevo provato solo l'altro aspetto, quello di chi attende per ore in una sala d'aspetto in attesa di notizie confortanti. Nemmeno quello è piacevole, ma arriva il momento in cui ti scontri appunto con quella fragilità che pensavi di non avere.
      Lontani sono ormai di tempi in cui, giovanissimo, potevo permettermi di dormire poche ore per notte, mangiare qualsiasi schifezza e bere gli intrugli più inverosimili. Adesso, e da ora in avanti ancor di più, devo fare i conti con ciò che il mio fisico è in grado di accettare senza protestare.
      Riguardo al 22, beh, sono appunto mie seghe mentali. Stavo giusto cercando un significato ad una coincidenza che probabilmente è solo tale. In fondo sono uguale a mio padre: i suoi fratelli più grandi sono mancati tutti a 73 anni e lui, di quel 73, era terrorizzato. Inutilmente terrorizzato, come poi ebbe modo di verificare...

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    2. Figurati che quando mi sono svegliata io dall'anestesia, c'erano infermiere sorridenti che dicevano "Ma... sta parlando dell'Attimo fuggente?". :-D Evidentemente nel sonno indotto blateravo di teatro, era il periodo di quel mio spettacolo...

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    3. OMG!, non sapevo che sotto anestesia si potesse parlare... spero di non aver rivelato nulla di sensibile, tipo il pin del mio bancomat...

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  4. Io da bambino gli ospedali li ho conosciuti, quindi ti capisco...Però pensa che adesso è finita, che c'è gente che ti vuole bene (e mi riferisco principalmente a Simona il grande amore della tua vita che io ho avuto il piacere di conoscere).Pensa anche che adesso hai una occasione di ricominciare tante cose e perché no di goderti tante piccole cose che magari prima davi come scontate.
    Un abbraccio.

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    1. Pensare positivo è l'unica soluzione. Tutto sommato la vita mi ha regalato un sacco di soddisfazioni, a cominciare dall'incontro con Simona, e non vedo perché improvvisamente dovrebbe cambiare. Cercherò di tenerlo bene a mente. Grazie!

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  5. Deve essere stata un'infanzia difficile, diamine. Io nel giro di due anni ho visto morire entrambe le nonne e uno zio che era come un nonno per me (quelli effettivi purtroppo erano già deceduti in anni di cui non posso avere alcuna memoria) ma il papà, diamine, vedere soffrire il papà è terribile. Comunque queste tue confessioni sono molto belle da leggere, raccontano l'uomo che si nasconde dietro il blogger ed è un uomo che ci fa piacere conoscere.

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    1. Infanzia difficile? Beh, credo che le infanzie difficili siamo altre, quelle di quei bambini che vivono in famiglie disagiate, per esempio. Io ho avuto la fortuna di crescere all'interno di una famiglia strepitosa, anche se con qualche acciacco di troppo. Le vere difficoltà le ha vissute mia mamma, costretta a correre di qua e di là con i mezzi pubblici (nessuno in famiglia aveva la patente) e con una disabilità che non le consentiva di fare troppe capriole...

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  6. Stento quasi a credere che tu non sia mai stato ricoverato in ospedale per più di cinquant'anni.
    Complimenti.
    Io ci son stata moltissime volte e, di tutte, avrei fatto volentieri a meno, eccetto che quando ho dato alla luce mio figlio.
    Comunque non essere superstizioso.
    Facciamo che 22 alla seconda siano gli anni che ti restano da vivere. Che dici, ti bastano? ;)
    Coraggio, e buona ripresa.
    Ti abbraccio.

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    1. Cinquant'anni senza mai finire in un letto d'ospedale è stata una grande fortuna, me ne rendo conto. Tutti i miei amici d'infanzia ci sono finiti, vuoi per una frattura, vuoi per le tonsille. Al massimo io, anche nel mio periodo più "scatenato", ho rimediato giusto qualche sbucciatura...
      Ventidue al quadrato? Aspetta che faccio il conto.... ok, possono bastare ^_^

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  7. Intanto sono contento che ne sei uscito, ed in bocca al lupo per il recupero!
    Purtroppo ho avuto esperienze molto simili, ed entrambe sono finite male, purtroppo non si può fare nulla.
    Si soffre, ma ci si prova a rialzarsi ed andare avanti, anche se un po' più soli.

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    1. Ci passiamo tutti prima o poi, anche se vorremmo tanto evitarlo. L'importante è essere ancora qui. Non importa per quanto.

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  8. In bocca al lupo per la convalescenza, Obs!
    A me gli ospedali fanno ansia solo per l'idea di entrarci.
    L'anestesia totale, poi..hai detto bene, quando ti svegli è come rinascere. Ma è il prima che fa paura, il cadere nell'oblio senza la rassicurante attività onirica :(

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    1. Non ho avuto modo di riflettere sul "prima". Mi hanno sdraiato sul lettino, fatti respirare un qualcosa e un secondo dopo ero già sveglio e dolorante, con una sensazione orrenda di dover scappare in bagno. Non ci ho messo molto a capire poi il perché di quella sensazione...

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  9. Io invece ci ho avuto a che fare abbastanza presto, sia in prima persona che per assistere altre persone... tanto che non mi è mai parso un luogo terribile: è come quando ti compri la macchina nuova, prima o poi occorre fare il tagliando ma l'importante è ripartire!
    In bocca al lupo.
    Sauro

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    1. ...con la sola differenza che il tagliando, così come la revisione, è un appuntamento programmato.

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  10. Auguri per la tua rapida ripresa e per tutto il resto, TOM. L'elenco delle persone che ho perso fisicamente nella mia ormai lunghetta vita riempie quasi un elenco telefonico, quindi evito di dilungarmi oltre. Con gli ospedali ho anch'io un bruttissimo rapporto e già andarci in visita è un tormento indescrivibile. Per fortuna (e incrocio le dita) per cose che mi riguardano direttamente l'ultima volta ci sono entrato a sei anni (maledetto gelato!).

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    1. Pensavo che i miei 52 anni e 9 mesi consecutivi senza sdraiarmi in un letto d'ospedale fossero un piccolo record, ma mi pare che tu stia facendo anche meglio. Complimenti! (Anche se un Ivano che si fa fregare da un gelato, beh, non ce lo vedo proprio).

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  11. Beh ...dai l’importante è esserne uscito quasi intero da poterlo raccontare !
    Hai provato pure l’ebbrezza del catetere vescicale... c’è chi trova quella pratica pure eccitante!🤣
    Stammi bene e guarisci in fretta , ciao

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