venerdì 12 aprile 2024

Fuori speciale: uno sguardo all'America con Nando Mericoni

“Fuori speciale” è una serie di articoli che vengono scritti di getto nel periodo di pubblicazione dello speciale “La grande abbuffata”. Pur non essendone parte integrante, ciò che viene qui trattato ruota intorno all’argomento principale senza spezzarne il filo logico. Si tratta, in estrema sintesi, di piccoli approfondimenti che non hanno trovato posto nella struttura principale. “Fuori speciale”, in uscita tutti i venerdì, non è una lettura necessaria alla comprensione degli articoli de “La grande abbuffata” (che usciranno invece il lunedì), è viceversa una lettura che può essere ignorata o rimandata, a vostro piacimento. 

***

Ve l’aspettavate o non ve lo aspettavate? Quel che intendo dire è che, probabilmente, dopo l’articolo di venerdì scorso su uno dei film più celebri del grande Totò, un piccolo sospetto che saremmo piombati anche su Alberto Sordi a qualcuno sarà pure venuto. È anche vero, tuttavia, che di film italiani, specie se commedie, su questo blog non se ne sono mai visti molti (praticamente nessuno, direi), per cui sentir parlare qui oggi di uno dei film più “caciaroni” della nostra tradizione può risultare una sorpresa per molti. 
D’altra parte “Un americano a Roma”, diretto da Steno e uscito nelle sale nel 1954 (neanche a farlo apposta lo stesso anno di “Miseria e Nobiltà”), è il titolo che più di ogni altro mi consente di allacciarmi al discorso di lunedì, nel quale, come ricorderete, avevo accennato ai casi di due influencer recentemente scomparsi. 
Riflettendo infatti sul fenomeno, mi è venuto spontaneo collegare le cause di questi avvenimenti con il nostro testardo perseverare nel voler copiare pedissequamente tutto ciò che di peggio proviene dagli Stati Uniti, da alcuni visti come il “regno del male” ma per molti, ancora oggi, un esempio da imitare. 
Non sono stupito che da oltreoceano arrivino programmi spazzatura come “Man Vs Food”, anzi mi stupirei del contrario, visto che da quelle parti tutto è esagerato, dalle caraffe di caffè (offerte con l’opzione “free refill”) alle confezioni “formato famiglia” di aspirine vendute nei supermercati. 

Stefano Vanzina
(in arte, Steno) fu uno dei primi ad accorgersene, probabilmente fin dai giorni in cui le truppe americane occuparono Roma nel 1944, portando con sé una lunga serie di “elementi totemici” provenienti da una cultura per noi esotica, quali blue jeans, chewing-gum e cereali a colazione. Steno se ne accorse e realizzò una parodia, peraltro innocente, dei costumi e della mentalità dei ragazzi italiani degli anni Cinquanta, che vedevano negli americani un esempio da emulare, mimandone costumi, abitudini e gusti in fatto di musica, abbigliamento, automobili e quant’altro. 
Un comportamento, quello dei nostri nonni, quasi inevitabile, considerato quanto in quegli anni il prestigio americano fosse ai massimi livelli. A loro fu infatti raccontato che l’America era il paese a cui l’Italia doveva la propria libertà e il proprio affrancamento dal regime fascista; il che era vero solo in parte, visto che nemmeno un secolo più tardi qualsiasi italiano con un minimo di capacità d’analisi è in grado di capire che il suo paese è precipitato da una forma di asservimento a un'altra, certamente meno feroce ma più subdola in quanto mascherata da democrazia. 
La generazione del dopoguerra impazzì però per qualsiasi cosa di provenienza americana (anzi, “amerecana”), perché nel suo immaginario l’America era un paese giovane e vincente, una terra lontana che prometteva sogni e speranze. E Nando Mericoni (*), il personaggio interpretato da Alberto Sordi, rappresenta perfettamente quella mentalità. Nando ama così tanto l'America e gli americani che parla costantemente in una spassosissima versione italianizzata dell'inglese americano: “You take la tua street e segui sempre la tua main e nun te poi sbaglié! All right, all right! [...] Attention, nun annà a destra perché c'è er burone d'a Maranella, all right, all right, amerecà”. Appare chiaro come Alberto Sordi, e questa è l’ovvia chiave di lettura, non si stesse prendendo gioco degli americani, quanto degli italiani che li scimmiottavano. 

Il fenomeno, va sottolineato, non era affatto nuovo. L’americanizzazione del costume di vita in Italia va collocata molto tempo prima, addirittura alla fine dell’Ottocento, quando fiumi di italiani sbarcarono in terra americana per “cercare fortuna”, ma anche per tentare di capire com’era fatto quel mondo che, sebbene non più nuovissimo, era tuttavia il più moderno esistente. Attraverso le narrazioni di quei primi nostri pionieri, veicolate anche da articoli, saggi o autobiografie, si formò a poco a poco il primo nucleo di idee sull’America, in gran parte stereotipate, che crearono un’immagine dell’America i cui tratti fondamentali rimangono pressoché inalterati anche oggi. 
Grazie a quei racconti, certamente non privi di fantasia, è rimasta infatti in molti italiani una voglia d’America assurda, un desiderio di emulazione che forse nemmeno Steno avrebbe immaginato possibile. 
E così, un secolo più tardi nuovi fiumi di italiani si riversano in America con lo stesso sguardo negli occhi: sono i turisti, emigranti non più per bisogno ma per piacere estemporaneo, magari non esattamente a buon mercato, ma certamente a lungo sognato. Lo sguardo di questi ultimi, colti nel momento dell’inevitabile rientro, non si discosta però poi molto da quello di Sordi nella scena principe di “Un americano a Roma”: imitando John Wayne, Nando Mericoni entra nella sua cucina insistendo per mangiare cornflakes con ketchup invece della pasta di “mamy” (“Macaroni? Questa è robba da carettieri! I nu’ mangio macaroni, io so’ amerecano!”), per poi finire travolto dal suo genuino DNA italiano che, sarà quel che sarà, ma in quanto a gastronomia due o tre cose da insegnare ce le ha (“Macaroni! M’hai provocato e io te distruggo! I me te magno!”).

(*) Per inciso Nando Mericoni, romano di Trastevere e innamorato di tutto ciò che è americano, aveva debuttato sullo schermo nel 1953, protagonista di un divertente duetto con Peppino De Filippo, in "Un giorno in pretura", film a episodi in cui Mericoni interpreta l'ultimo episodio. L'abbigliamento scelto per la sua prima apparizione, jeans e maglietta bianca, suo tratto distintivo, non cambierà più, ma si aggiungeranno il giubbotto di pelle nera e il cappello da poliziotto americano. In totale le apparizioni del Mericoni sono tre, se non si considera la raccolta antologica "Risate all'italiana" dove viene ripreso l'episodio del primo film. Dopo "Un americano a Roma", seconda apparizione del trasteverino, Nando, ormai invecchiato, ritorna nel 1975 con il film a episodi "Di che segno sei?" di Sergio Corbucci, interpretando ancora una volta l'ultimo episodio.



4 commenti:

  1. Altra scena iconica del cinema nazionalpopolare italiano che nessuno nato in questo paese da famiglia autoctona è in grado di non conoscere o di non aver mai visto.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Uno spaghetto tira l'altro, e dopo quello di Totò non poteva mancare quello di Sordi. La cosa interessante è che di questi due film siano proprio queste due scene ad essere diventate iconiche, e non altre che magari sono anche meglio riuscite.

      Elimina
  2. Ho visto la scena mille volte ma temo di non aver mai visto il film intero. Devo rimediare, anche perché la tua presentazione con tanto di contesto storico mi ha incuriosito non poco!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Quest'unica scena è entrata nella storia e contemporaneamente è uscita dal contesto generale di quel film. Capita solo ai più grandi, come Sordi o Totò.

      Elimina

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...