domenica 6 maggio 2018

Il dolore di essere Masoch (Pt.2)

Sucker for Pain
Il dolore di essere Masoch

2. Venere dal deserto 

Fa caldo nel deserto egiziano del 300 dopo Cristo, dalla cui sabbia rovente fuoriesce un cenobita: che sia un delizioso rimando alla futura saga filmica di Hellraiser e ai suoi cenobiti infernali? Ovviamente no, è semplicemente il nome di un uomo che si è ritirato a vivere in una piccola comunità religiosa. Ma Pafnuzio non è più un cenobita, il suo percorso non seguirà le orme del futuro Sant’Agostino, perché Pafnuzio è impazzito della più folle delle pazzie: Pafnuzio si è innamorato, e si è innamorato di Taide. Una peccatrice. Peggio: un’attrice. 
Questa storia ce la racconta nel 1890, con ancora Sacher-Masoch in vita, il grande romanziere Anatole France in uno dei suoi capolavori forse oggi più dimenticati: Taide (Thaïs). Pafnuzio non prova amore per Taide, prova passione, ossessione («Sai tu che cosa vedevo in questo manoscritto dettato dal più grave degli stoici? Precetti di virtù forse e crude massime? No. Vedevo sull’austero papiro danzare mille e mille piccole Taidi»), follia, totale perdita di qualsiasi ragionamento logico a causa di amore (od ossessione amorosa), e quando per la prima volta vede la donna a teatro recitare nel ruolo di Polissena, in una versione dell’Iliade, France non trova miglior modo di descrivere il piacere che prova Pafnuzio:
«Il dolore era bello sul viso di Taide.» 
È la descrizione di un’ottima prova attoriale nel ruolo di Polissena? France ci sta raccontando che Pafnuzio giudica Taide un’ottima attrice capace di ben rappresentare il dolore di un personaggio? O forse ha trovato un modo potente per ricordarci che il desiderio può passare anche per il dolore? Siamo nel 1890, vent’anni dopo la celebre opera di Sacher-Masoch, ed è ormai chiaro quel messaggio che un altro francese, Pascal Laugier, ha dovuto ricordarci nel 2008, con il film Martyrs: l’agonia porta all’estasi tipica dei santi, a quegli occhi volti al Cielo di chi vede martirizzata la propria carne. È un rapporto inscindibile fra spiritualità ed agonia che porta a ben altre considerazioni, perché non solo nell’estasi mistico-dolorosa si roteano gli occhi. France lascia sotto traccia qualcosa che Sacher-Masoch fa intendere in modo più preponderante: al divino si arriva anche con l’orgasmo, la cui mimica facciale è indistinguibile dall’agonia.

Esmeralda (Maureen O'Hara)
Taide diventerà santa, sia per la Chiesa cattolica che ortodossa, ma per ora si limita a fingere quel dolore che Pafnuzio avverte in tutt’altro modo, cioè come orgasmo. Ed è un’altra egiziana, molto più avanti nel tempo, che farà impazzire un altro uomo religioso: Esmeralda, uno dei tantissimi personaggi del romanzo corale Notre-Dame de Paris (1831) di Victor Hugo. (Classico della narrativa mondiale che non ha nulla a che vedere con le biasimevoli riduzioni che ne sono state tratte per il cinema, o peggio per l’infanzia.) 
Curatori moderni ci spiegano in nota che Esmeralda in realtà viene chiamata “egiziana” perché all’epoca si è convinti che quella sia la patria degli zingari, ma è una precisazione del tutto inutile e che soprattutto rischia di spezzare il collegamento che Hugo crea con i deserti da cui è nata la religione: quel culto che viene accantonato da Claude Frollo, arcidiacono di Notre-Dame. È lui che, anticipando la scena della Taide di France, dimentica ogni insegnamento religioso quando fissa la bruna sedicenne Esmeralda danzare, mentre altri la paragonano ad una ninfa o ad una dea. Il peccato è negli occhi di chi guarda, così come il dolore è nel cuore di chi lo brama: 
«Ogni tanto un sorriso e un sospiro si incontravano sulle sue labbra, ma il sorriso era più doloroso del sospiro.» 
Più la religione si allontana dai climi caldi in cui è nata più si trasfigura, mentre prima questo processo era proprio solo dei martiri: 
«Un martire è un essere eccezionale, sopravvive alla sofferenza, sopravvive alla privazione di tutto, lo si carica dei mali della Terra e si abbandona. Trascende: capisci questa parola? Si trasfigura.» 
Così spiega la torturatrice del citato film Martyrs alla protagonista, che dovrà passare per mille inferni di dolore fino a raggiungere l’estasi propria di chi è vicino al Cielo, pur rimanendo sulla terra. Come si vede ormai anche il martirio è una pratica totalmente trasfigurata, come ci continua a spiegare la torturatrice: «La gente non ha più intenzione di soffrire. Il mondo è fatto in questo modo: ci sono soltanto vittime, i martiri sono molto rari.» 
In questo mondo senza più martiri e privo della capacità di soffrire, la religione perde forza man mano che si allontana dalla sua culla calda. E quando arriva nel cuore gelido dell’Europa... non stupisce che abbia bisogno di una pelliccia.



3. Venere in pelliccia 

Severin è un uomo fuori dal suo tempo. Tutto ciò che viene dopo Goethe gli è alieno, quindi il suo mondo, il suo tempo, il suo cuore... tutto è fermo all’età classica, quando si viveva a stretto contatto con gli dèi e si interagiva con loro. Severin vive in un clima troppo freddo per il caldo cristianesimo.
Da piccolo si reca di nascosto nello studio paterno per andare ad ammirare una Venere di gesso davanti alla biblioteca, «e mi inginocchiavo davanti a lei rivolgendole le preghiere che mi avevano insegnato, il Pater noster, l’Ave Maria e il Credo». Il giovane ha imparato i riti della religione del suo tempo ma li applica agli dèi del passato. Non si pensi ad un tenero ricordo del comportamento curioso di un bambino davanti alla statua di una dea: «Mi prostrai dinanzi a lei e le baciai i piedi freddi, come avevo visto fare ai nostri contadini con il loro Salvatore morto.» È l’inizio di una trasfigurazione del culto religioso cattolico che permea l’intera storia.

Sebbene non la citi, Severin è talmente amante dei classici che non può non conoscere Galatea, visto che sembra citarne il destino: l’amore inarrestabile dell’uomo che la scolpì – quel Pigmalione che conoscerà nuova fama nel Novecento grazie al commediografo George Bernhard Shaw e al consequenziale film My Fair Lady – rese la statua di gesso viva. In realtà in quel caso fu un intervento divino, ma il concetto è lo stesso: sin da bambino il protagonista decide di scolpire la sua donna...

Venere in pelliccia non parla di sesso e gli accenni alle frustate sono talmente sottili che non meritano l’ingiusta fama di cui il romanzo gode, così come la deonomastica non ha fatto un buon servizio a Severin/Masoch: solamente ad uno sguardo superficiale – e soprattutto maligno, se non addirittura pruriginoso – il protagonista può apparire un uomo che prova piacere sessuale dal dolore. Sia perché di dolore non ce n’è molto, visto che Severin anela l’umiliazione e la sottomissione psicologica, sia perché a guidare il gioco è sempre e solo Severin stesso. In Venere in pelliccia la vittima è proprio Venere.

Raccontando la storia di due nobili che si incontrano, si innamorano e iniziano una vita basata su dei “contratti”, secondo i quali la donna si impegna ad umiliare in ogni modo possibile l’uomo – che sempre si lamenta di quell’umiliazione ma è avvertibile il suo piacere nel subirla – in realtà Masoch ci parla di misoginia allo stato puro: ci parla di un uomo che impone fortemente la propria personalità su una donna approfittando del punto debole di lei, cioè dell’amore che prova per lui. Wanda è innamorata di Severin e vuole compiacerlo in ogni modo, anche trasformandosi in qualcosa che lei non è ed anzi va contro ogni fibra del suo essere: una dominatrice, una mistress.
Severin scolpisce martellata dopo martellata la sua Venere, usando la carne di Wanda al posto del gesso, costruisce la sua donna ideale per provare piacere ad essere sottomesso da lei quando in realtà è lui che la sta sottomettendo. È lui che conduce sempre il gioco, imponendo contratti e pretendendo comportamenti del tutto alieni al carattere della compagna. E l’opera raggiunge un livello di perfezione tale che, come ogni opera perfetta, sfugge al controllo del creatore. «Così deve essere, voglio vederti tremare davanti a me, consumarti ai miei piedi. Io non sono l’eroina di un romanzo tedesco, sono il tuo ideale, Venere in pelliccia.» Questa è la crudele epifania di Wanda.

Venere in pelliccia di Roman Polański (2013), con Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric
Nello stesso 1870 in cui a Parigi debutta Coppelia, una delle storie “figlie” de L’uomo di sabbia di Hoffmann e una delle varie trame in cui la donna artificiale sfugge al controllo maschile, Masoch scrive del suo Severin che una volta completata la costruzione della donna perfetta, che sappia infliggergli esattamente il tipo di sofferenza che lui brama, questa si rivolta. Wanda d’un tratto non è più una donna innamorata che si finge Venere per far piacere all’amato: l’esperienza vissuta le ha fatto scoprire la sua vera natura... e lei è davvero la donna che Masoch immaginava e ha fatto di tutto per plasmare. E questo vuol dire che non ha più bisogno di lui... 
Il protagonista di Venere in pelliccia non è una vittima, ma un martire volontario che costruisce con le proprie mani un culto religioso che preveda il suo martirio e un ministro addetto all’esecuzione di quel rito. «Al tempo dei primi imperatori lei sarebbe stato un martire», gli dice Wanda: «oggi invece è il mio schiavo...» 
Come dicevo, il dolore rimane sempre dietro il sipario, durante tutto il romanzo, ma sono le affermazioni stesse di Severin a fondare le basi per il mito del masochismo: 
«[I martiri] erano uomini sovrasensuali, che trovavano un piacere nella sofferenza, che cercavano le torture più spaventose, perfino la morte, come altri cercano la gioia, e io sono uno di loro, un sovrasensuale, mia principessa. La vita è sofferenza, il piacere una sua temporanea sospensione, che sempre condurrà a nuove torture. Non è dunque preferibile cercare il piacere nella sofferenza, come i fachiri dell’India, e così trionfare sulla vita e sulla morte?» 
In un altro tempo e in un altro luogo, Albert Camus userà la stessa equazione. Non siamo veri padroni di qualcosa se non siamo liberi di distruggerla, così come Wanda è padrona del suo amante perché può distruggerlo in ogni istante, di contro come Severin, che per essere padrone del proprio piacere ha creato una dominatrice in grado di distruggerlo. 
Un racconto così tagliente, così denso e disponibile a varie interpretazioni, alla fin fine è stato sbrigativamente associato a perversioni sessuali o anche solo ad una storiella pruriginosa da bisbigliare nell’orecchio. E dopo cento anni ha avuto un “onore” del tutto unico: finire nelle mani di cineasti italiani.



12 commenti:

  1. Grazie per la bella impaginazione e ovviamente per l'ospitalità ^_^

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    1. Impaginare è un lavoro davvero time-consuming, credimi, ma alla fine è davvero piacevole mettere il fiocchetto ai vostri regali!

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  2. Molto interessanti i rimandi ad altre opere ormai classiche e coeve al racconto di Masoch. "Thaide" non l'ho letto ma mi incuriosce. Egoisticamente ci scorgo anche un accenno al rapporto religione / sofferenza che sarà al centro del mio intervento, quindi un legame col mio post che seguirà mercoledì.

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  3. In questi giorni arrivo lungo ad ogni post ma invio a Lucius i soliti, scontati, complimenti.
    Analisi e paragoni molto interessanti.

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  4. "Una peccatrice. Peggio: un’attrice."

    No, vabbè, io dopo questa me ne vado! XD

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    1. ahaha ovviamente il senso della battuta è riferito all'ambiente dove si svolge la vicenda, in cui per un'integralista come Pafnuzio una donna che reciti davanti a degli uomini è considerato un abominio :-P

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  5. Sto leggendo a capitoli e in base al tempo che ho.
    E forse le cose mi sfuggono , porta pazienza.
    Da quello che scrivi il Martire cerca la sofferenza per trascendere nell’estasi.
    E come il masochista lo fa volontariamente ...che poi il fine sia sessuale o mistico interessa ben poco.
    È un atto desiderato .
    Ammetto l’ignoranza ( forse nel capitoli successivi troverò la risposta) ma nella storia che so io nel cristianesimo il martirio era una punizione inflitta.
    Non capisco la dualità con il masochismo.
    Come da quello che ricordo io di Martyrs ,la protagonista martorizzata è costretta dalla vecchia torturatrice e dall’organizzazione che le gira attorno a descrivere l’aldila..che poi non sapremo mai quale risposta ha sussurrato all’orecchio della megera che la interrogava.
    È una vittima che diventa martire ...non è un controsenso?
    Comunque interessante la descrizione “della Venere in pelliccia “ non la conoscevo.
    Ciao.


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  6. La torturatrice del film "Martyrs" infatti si lamenta che esistano vittime e non più martiri: cioè gente che viene costretta a perseguire un fine che invece nella storia del Cristianesimo è stato cercato volutamente. I martiri cristiani sono anche quelli che, sebbene potessero evitare la sofferenza, sebbene avessero la possibilità di sfuggire alla morte, per non rinunciare a Cristo hanno accettato la sofferenza e il martirio. Da vittime martirizzate, si sono trasformate in martiri.
    Questo è il discorso del Severin romanzesco, sebbene non stia minimamente parlando della sofferenza fisica: lui ambisce al martirio psicologico per raggiungere quell'estasi tale che è indistinguibile fra orgasmo ed agonia. Poi nel romanzo ovviamente non c'è nulla del genere, siamo lontani dalla cruda sofferenza del film francese - grasso che cola se ci scappano un paio di frustate - ma il concetto è che Severin sente di essere un martire, cioè qualcuno che cerca volutamente la propria agonia/orgasmo. Che poi fosse anche il pensiero di Masoch è pura illazione: non lo sapremo mai.
    Il termine psicologico "masochismo" è una parola inventata più di un secolo fa in un momento in cui si cercava di riordinare le idee: non è assolutamente detto che si riferisca a ciò che veramente pensava Masoch né che abbia alla fin fine attinenza con l'universo sconfinato dei piaceri sessuali provocati da dolore autoindotto. Sarebbe un termine da affinare, un concetto da aggiornare: con la sessualità di moda lo fanno, giungendo a dire che non è più corretto dire che l'essere umano ha due sessi (maschio e femmina) ma, se non sbaglio, siamo arrivati a sei. E siamo in continua crescita...
    Ecco, in un mondo con sei tipi diversi di generi sessuali, ognuno con migliaia di gusti diversi, una semplice vaga parola come "masochismo" può solo limitarsi ad una valenza generica: significa qualcuno che prova piacere nella sofferenza autoindotta. Che tipo di piacere, quanto intenso, che tipo di sofferenza, in qualità modalità... tutto è un'incognita che non è stata affrontata, almeno a quanto ne sappiamo noi non addetti ai lavori. Esattamente come "feticista" è un termine solo generico, esistendo un'infinita gamma di particolari che provocano eccitamento sessuale in un'altrettanta infinita gamma di persone.

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  7. Buonissima anche la seconda porzione, l'ho proprio gustata. Tutto molto molto interessante e ricco di spunti e diramazioni. E condivido totalmente l'asserzione a proposito delle versioni edulcorate di "Notre-Dame de Paris", specie quella del cartone animato di W.D. dove l'arcidiacono si trasforma in giudice!

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    1. Ti ringrazio ed è un piacere scoprire che non sono il solo a provare fastidio per i pessimi trattamenti cinematografici subiti da uno dei grandi capolavori della letteratura di tutti i tempi. La potenza drammatica di Hugo temo sia impossibile da rendere al cinema, anche perché le stringenti regole morali di quest'ultimo medium stridono parecchio con le tematiche con cui Hugo teneva inchiodati nell'Ottocento i lettori di feuilleton...

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