lunedì 7 maggio 2018

Il dolore di essere Masoch (Pt.3)

Sucker for Pain
Il dolore di essere Masoch

4. Venere in celluloide 

Probabilmente l’Italia è stato l’ultimo Paese in Europa a tradurre Venere in pelliccia, malgrado le altre opere del suo autore siano state tranquillamente pubblicate sin dall’Ottocento: la colpa è delle varie società moralistiche e censorie che si sono alternate nel nostro Paese? Mi permetto di dubitarne. Il problema è che nel nostro Paese probabilmente era impossibile portare quel racconto prima di un autore che l’ha studiato dopo: Sigmund Freud. 
Freud si occupa di masochismo già agli inizi del Novecento per poi riprendere più volte il tema, intendendolo però sempre come un sadismo rivolto verso se stesso. «Spesso si può riconoscere che il masochismo non è nient’altro che una prosecuzione del sadismo rivolto contro la propria persona, la quale fin dall’inizio tiene il luogo dell’oggetto sessuale» (da “Le aberrazioni sessuali”, primo dei “Tre saggi sulla teoria sessuale”, 1905).
Nel 1924 cambia idea in occasione del saggio “Il problema economico del masochismo” (Das ökonomische Problem des Masochismus), e il perché lo spiega il curatore Cesare Musatti: 
«La svolta avvenuta nel pensiero di Freud con Al di là del principio di piacere del 1920, e la determinazione di una pulsione di morte accanto alle pulsioni libidiche, gli imponevano la considerazione di pulsioni aggressive rivolte verso lo stesso soggetto, in una corsa all’annientamento, o alla riduzione degli squilibri energetici, prodotti dall’apparire stesso della vita [...]. Questa concezione implicava una ristrutturazione profonda della dinamica pulsionale, che viene svolta nella presente opera, nella quale Freud afferma l’esistenza di un masochismo primario.» 
A parte qualche pubblicazione specialistica che presentava le sue conferenze, Freud arriva in Italia sul finire degli anni Venti ma in realtà il successo editoriale parte dal secondo dopoguerra, quando Laterza pubblica Totem e tabù. La Astrolabio di Roma comincia a sfornare testi freudiani a pioggia, poi arrivano la milanese Dall’Oglio (1950), le torinesi Boringhieri (1951) ed Einaudi (1951): curiosamente il centro-nord depreda un autore che prima della guerra era edito solo da case specialistiche del sud Italia.

È il 1962 quando la Mondadori pubblica Tre saggi sulla teoria della sessualità, proprio mentre i “bollenti” anni Sessanta sono pronti ad esplodere con la loro rivoluzione sessuale. Ci sarà tempo negli anni Settanta perché la romana Newton Compton in pratica “inventi” i libri di saggistica in edizione economica – i “pocket” fino a quel momento prediligevano la narrativa – e renda Freud accessibile ad ogni classe di lettori e ad ogni tipo di portafoglio: nell’estate del 1964 la curiosità di una larga fetta di pubblico per la sessualità – argomento non più limitato all’ambito specialistico – finalmente consente alla Vallecchi di portare Venere in pelliccia nelle librerie italiane al prezzo di 1.800 lire, un prezzo corposo visto che gli Oscar Mondadori costavano circa 350 lire. È facile abbia avuto molta più diffusione la ristampa del 1966 targata Editoriale Corno, casa dalla distribuzione capillare e nota per i fumetti. (È la casa che ha portato i supereroi Marvel in Italia.) 
Il ’68 e la rivoluzione sessuale arrivano in perfetto orario perché Sacher-Masoch sia disponibile a testimoniare uno degli infiniti ed eterei aspetti della sessualità – sebbene non fosse intenzione dell’autore – ma anche pronto ad essere trasfigurato per esigenze pruriginose. 
Nel settembre del 1975 esce nelle sale italiane un film dichiaratamente pruriginoso, Le malizie di Venere, con in locandina un avviso chiarificatore: 
«Questo film non è una riedizione: non è mai stato presentato in Italia con il presente o altri titoli: la censura ha concesso il visto per l’edizione integrale solo da poche settimane». 
Di scritte del genere abbondano le locandine italiane dell’epoca, sempre pronte al “marketing selvaggio” e a sventolare orgogliosamente veri (o presunti) problemi censori perché è chiaro che questo attira spettatori. Proprio nell’aprile del 1975 le locandine del violento L’ultimo treno della notte (scopiazzamento di Wes Craven a sua volta scopiazzamento di Bergman) sciorinavano i problemi ricevuti con la censura. Stavolta però c’è davvero un motivo importante per presentare un tale avviso. (E non è il problema del visto censura, che addirittura risulta assente dall’Archivio del Cinema Italiano.)
Già nell’estate del 1973 girò la notizia che l’attrice Laura Antonelli fosse scontenta del fatto che arrivasse nei cinema italiani una pellicola che aveva interpretato in gioventù, quand’era ancora ignota al grande pubblico, per il mercato tedesco dalla censura più di maniche larghe. In un’intervista del 1975 sempre la Antonelli racconta che dell’originale girato i produttori hanno estratto solo quella mezz’ora in grado di passare la censura italiana e le hanno costruito intorno tutt’altro film.

Nel 1970 ricorreva il centenario della pubblicazione di Venere in pelliccia quindi è comprensibile che una co-produzione italo-austriasco-tedesca affidasse ad un regista, in questo caso Massimo Dallamano, il compito di trasformare per la prima volta la storia in un film, optando per ambientarla in tempi contemporanei invece che nell’Ottocento. Il risultato però a quanto pare era pensato esclusivamente per il mercato tedesco, e così quando anni dopo – probabilmente per sfruttare il successo ottenuto dalla Antonelli con Malizia (1973) – i distributori italiani hanno voluto sfruttare un film già pronto con il “fenomeno sexy” del momento, hanno pensato bene di stravolgere la trama per giustificare gli ingenti tagli alla pellicola originale. 
La CineKult (Cecchi Gori) ha recuperato il tutto in DVD ed ha pensato bene di utilizzare il doppio titolo: Venere in pelliccia / Le malizie di Venere (Director’s Cut)
Un primo piano di un saggio di Freud apre un film che non ha molto a che vedere né con lo psicologo né con il testo di Sacher-Masoch, a parte la trama per sommi capi: è un tipico film erotico italiano dove la bella di turno – in questo caso una 27enne Laura Antonelli – si spoglia in continuazione e si lancia in finte copule, mentre i comprimari fanno altrettanto. Ed essendo il film girato fra il ’68 e il ’69, ben poco del giovane corpo della Antonelli viene lasciato all’immaginazione: siamo lontani dalla castissima “commedia pecoreccia” italiana censuratissima. 
Al contrario del testo originale, qui viene utilizzata in modo preponderante, anche se di grana grossa, la mania del momento: cioè la psicoanalisi. Il film vorrebbe analizzare Severin, il suo passato, il suo rapporto con la madre, con la frusta e con la pelliccia. Tutti spunti che si prestano a semplici intervalli fra un nudo della Antonelli e l’altro. 
Non migliora la situazione la trasformazione in Le malizie di Venere, dove l’epurazione della maggior parte dei primi piani del corpo nudo della protagonista lascia spazio ad un processo in tribunale in cui si ricostruisce una vicenda che ha portato ad un omicidio: il processo è il nuovo girato del 1975, i flashback sono il girato originale del 1968-69. 

Siamo lontani dal “gioco” di Masoch, l’uso privato della religione pubblica e la costruzione della donna perfetta in grado di rispondere alle proprie esigenze sessuali. Ormai l’Italia è in preda alla passione per la psicoanalisi e quindi Masoch non è più un uomo bensì un caso clinico, da studiare ed analizzare. 
Che malgrado i rimaneggiamenti dei distributori l’interesse del pubblico per questa disciplina sia alto lo testimonia chiaro e forte una pubblicazione che arriva con sette decenni di ritardo. Difficile dire quanti nel 1967 ebbero modo di leggere un memoriale edito dalla romana Le Edizioni Blu, ma è sicuro che dopo il film con la Antonelli e una distribuzione più capillare garantita dalla Adelphi, molti italiani avranno apprezzato Le mie confessioni, il testo con cui Aurora Rümelin racconta la vita con suo marito Leopold. Il testo con cui la donna inventa una realtà di finzione e suggella il gioco firmandosi Wanda von Sacher-Masoch. La venere in pelliccia esce dal libro e racconta la sua vera storia. 
Pubblicato per la prima volta in Germania nel 1906 e subito dopo in Francia, questo memoriale è l’esatta versione speculare della rigorosissima biografia stilata in seguito da Bernard Michel, il quale andò nei luoghi dove visse Leopold, rintracciò discendenti superstiti e studiò la corrispondenza – scoprendo che sebbene scrivesse di passioni fra nobili il nostro Leopold non disdegnava avventure con le popolane! – no, Wanda non ha bisogno di tutto questo: lei ha la forza della fiction dalla sua parte. 
«Per me l’essere maltrattato da mia moglie costituisce una vera voluttà. Ebbene, maltrattami, e ti prometto su quello che c’è di più sacro, ti do la mia parola d’onore che d’ora in poi nei miei libri non compariranno più donne crudeli.» 
Wanda non ha bisogno di fornire prove che quanto sta mettendo in bocca al suo Leopold sia vero, le basta narrare della vita coniugale con un uomo totalmente schiavo di un vizio che lei sopporta stoicamente. 
«Gli diedi alcune leggere frustate. Ciò non gli bastava, e siccome gli assicuravo che io non potevo colpire più forte, disse che voleva assolutamente essere picchiato “il più forte possibile”, e che Marie [la serva] lo avrebbe fatto meglio di me.» 
Non importa se la donna stia realmente “confessando” la vera intimità di un masochista, e non importa che non ci sia più nessuno che possa smentirla: la potenza di questo memoriale sta tutta nella potenza della fiction e nella pruriginosità degli argomenti trattati. 
«Giunti alla fine delle Confessioni di Wanda ci accorgiamo di avere di fronte l’unico profilo di quella singolarissima, e troppo poco conosciuta, figura che fu Leopold von Sacher-Masoch e al tempo stesso l’autoritratto di una donna ambigua e vitale, ipocrita e sfrontata, realmente vittima e realmente carnefice, degna reincarnazione della femmina mitica del masochismo: la Venere in pelliccia.» 
Con questo commento a febbraio del 1977 la Adelphi presenta il memoriale di Wanda e subito il produttore Franco Cancellieri acquista i diritti cinematografici: nell’ottobre 1978 viene annunciato il film Le confessioni di Masoch, presentato al Festival del Cinema di Venezia venerdì 29 agosto 1980 con il titolo ridotto nel semplice Masoch, dal 4 settembre successivo nelle sale italiane. 
La giornalista Lietta Tornabuoni ha seguito sin dal ’79 la lavorazione del film e su “La Stampa” del 30 agosto 1980 racconta la reazione del pubblico alla prima visione. 
«Alla prima proiezione di Masoch, alla mostra del cinema, la gente comincia a ridere abbastanza presto. Ridono quando Masoch, sotto le frustate della moglie, rantola: “Come soffro! Come soffro, e come godo!”. [...] Ridono nel vedere Masoch legato nudo e appeso per le mani a un gancio, con una frusta infilata nel sedere dalla parte del manico, dimenarsi ai colpi di scudiscio della moglie come un grosso cane che scodinzoli. Ridono soprattutto le donne.» 
La giornalista ci racconta che il regista Franco Brogi Taviani, il minore dei celebri fratelli cineasti, prende queste risate come nervosismo per l’argomento trattato: c’è da augurarselo. 
Cosa è ormai rimasto di Leopold von Sacher-Masoch? Un nome altisonante affibbiato ad un bambinone interpretato da Paolo Malco con dei baffi alla Tom Selleck. Il personaggio fa i capricci, gioca con i soldatini – altro che i molti duelli che il vero Leopold sostenne! – punta i piedi e si lamenta quando la moglie fa rumore con le pentole e non lo lascia scrivere in pace, ma soprattutto prega in ginocchio, frignante, che la sua Wanda (Francesca De Sapio) lo frusti. Ogni aspetto della complessa sessualità di Severin è scomparso, così come quello che è maggiormente preponderante: il doloroso piacere che nasce dall’umiliazione. Nel film l’unica umiliazione nasce dal ridicolo in cui il personaggio ama soggiacere. 
L’unica consolazione è che probabilmente Masoch trarrebbe piacere dall’umiliante film che porta il suo nome... 

Dall’interesse suscitato per la Venere in pelliccia nel suo centenario sono nati vari adattamenti in giro per il mondo, dove vari Paesi hanno voluto reinterpretare a proprio modo il tema stando sempre attenti a non rispettare l’originale. La passione per la psicoanalisi e il richiamo del masochismo sono elementi troppo forti per non sfruttarli nelle varie opere. La manomissione del testo di Sacher-Masoch arriva fino ad un testo teatrale di grande successo firmato dal drammaturgo statunitense David Ives: non importa cosa dica il testo originale, ciò che importa è come si ponga un autore contemporaneo nel cercare di gestirlo. Il risultato è il premiato testo teatrale Venere in pelliccia, pubblicato in italiano da Rizzoli nel 2013. 
Nel 2011 Ives immagina il regista Thomas Novachek disperato perché non riesce a trovare un’attrice abbastanza “donna” da sostenere la parte di Wanda. 
«Macché. Niente. Nessuno. Da diventare matti, è una congiura. Le donne così non esistono. [...] Nel libro Wanda ha 24 anni, sant’Iddio. A quei tempi una donna di ventiquattro anni era sposata. Aveva cinque bambini e la tubercolosi. Era una donna. Oggi la maggior parte delle ventiquattrenni parlano come bambine di sei anni sotto elio.» 
Al che nel teatro vuoto dove si sono svolti i provini per la rappresentazione della Venere in pelliccia di Sacher-Masoch piomba una donna. Di nome Wanda. 
«Capisce cosa voglio dire? Mi chiamo persino come lei! Quante ragazze in questa città si chiamano Wanda con la V? Qui a New York tutti dicono “Uanda”, io invece sono sempre stata Wanda, all’europea. Comunque, sono perfetta per la parte e quel cazzo di treno rimane bloccato nel tunnel mentre quel tizio cerca di farmisi.» 
Con la potenza d’un ciclone si presenta un’attrice palesemente non adatta per il ruolo di una fine nobildonna che imbastisca con Severin un sottilissimo gioco al massacro, ma ogni insistenza del regista Thomas è inutile: alla fine concede un veloce provino alla rozza donna... e l’attrice si trasforma in una perfetta Wanda. Quella Wanda. Inizia con Thomas un lento gioco che ricalca alla perfezione quello del racconto originale, in un inseguirsi di realtà e finzione che ricorda il Masoch italiano del 1980: un gioco dove era impossibile separare i personaggi dagli interpreti.

Masoch di Franco Brogi Taviani(1989), con Paolo Malco, Francesca De Sapio e Fabrizio Bentivoglio
Anche stavolta il punto di vista di Sacher-Masoch è ignorato, perché la contemporaneità esige la condanna a priori di ogni maschilismo – o supposto tale – e quindi il povero Leopold viene condannato... lui che non ha mai fatto male ad una donna, anzi voleva farsene fare! Un uomo che andrebbe accusato di aver trasformato una mite nobildonna in una dominatrix, è accusato di essere un porco, un maschilista e di scrivere sconcezze. Idee che Roman Polanski raccoglie e nel 2013 presenta una personalissima reinterpretazione del testo teatrale, firmata a quattro mani con lo stesso David Ives e farcita di rimandi all’universo cinematografico del regista parigino. 
Dopo l’anteprima di Venere in pelliccia di Polanski, il giornalista Marco Giusti lo definisce addirittura «uno dei pochi film non misogini visti a Cannes». Sospendiamo il giudizio su tutti questi fantomatici “film misogini” presentati al festival francese. 
Il regista parigino riempie lo schermo di sé, scegliendo un suo clone per il ruolo del regista (un Mathieu Amalric in stato di grazia) e la sua storica moglie nel ruolo di Wanda (una bravissima Emmanuelle Seigner): quello che va in scena è una splendida ed ipnotica rappresentazione di un Polanski che si mette alla berlina e si sostituisce a Masoch, sebbene il regista sottolinei che il masochismo non gli sia mai interessato. Non stiamo parlando di pratiche sessuali bensì di accuse di maschilismo che in tempi contemporanei ogni regista famoso (e quindi potente) rischia di ricevere.
Polanski/Thomas finge di lasciarsi sottomettere dalla sua Venere ma in realtà sembra rispettare l’originale: è tutto un suo gioco, è il regista che costruisce un’attrice che lo accusi e lo umili così da dare soddisfazione a tutte le attrici che accusano di essere umiliate dai registi. Seguendo questa interpretazione – non certo ufficiale – Polanski è il primo a mettere in scena il vero Masoch, che domina per il piacere di essere dominato. 

5. Conclusione 

Baudrillard ce l’ha insegnato, la realtà nasce sempre dall’immagine che abbiamo di essa, cioè dalla finzione. Per noi oggi dunque Masoch è come l’ha giudicato Krafft-Ebing, trasformandolo nel deonimo “masochismo”, è come l’ha raccontato Aurora/Wanda e come l’ha ritratto il cinema: è tutto, tranne ciò che è stato realmente. 
Chi è stato realmente Masoch non lo saprà mai nessuno, visto che di lui abbiamo solo immagini fuorvianti. Di sicuro è stato un uomo che amò immaginare la sua donna perfetta, capace di soddisfarlo nelle sue richieste sessuali, e la cercò nelle tante amanti che ebbe, di ogni estrazione sociale, con cui stilava contratti per i quali le donne potevano fare ciò che volevano di lui e chiedergli di fare qualsiasi cosa, in certi limiti. Fu uno scrittore di successo, un sanguigno che sfidava facilmente a duello, un nobile del suo tempo che portava nel sangue vestigia di nobili etnie europee, scegliendo di volta in volta per quale provare più appartenenza. La beffa finale è che si sentiva tedesco... mentre i tedeschi nel primo Novecento bruciarono i suoi libri considerati viziosi.

Venere in pelliccia di Roman Polański (2013), con Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric


6. Bibliografia 

Anatole France, Taide (Thaïs, 1890), traduzione di Francesco Chiesa, “Biblioteca Romantica” n. 17, Mondadori 1932 
Sigmund Freud, Opere complete, a cura di Cesare L. Musatti, Bollati Boringhieri 2013 
Edoardo Giusti ed Elide Bianchi, Devianze e violenze. Valutazione e trattamenti della psicopatia e dell’antisocialità, Sovera Edizioni 2010 
Marco Giusti, Vedo... l’ammazzo e torno. Diario critico semiserio del cinema e dell’Italia di oggi, ISBN Edizioni 2013 
Elena Guicciardi, Frustami, o cara, da “la Repubblica”, 27 aprile 1989 
James Hillman, Il mito dell’analisi (The Myth of Analysis. Three Essays in Archetypal Psychology, 1979), traduzione di Aldo Giuliani, Adelphi 1979/2014 
Victor Hugo, Notre-Dame de Paris (id., 1831), traduzione di Sergio Panattoni, Garzanti 1996 
David Ives, Venere in pelliccia (Venus in Fur, 2011), traduzione di Masolino d’Amico, BUR (RCS Libri) 2013 
Douglas Robinson, Aleksis Kivi and/as World Literature, Brill 2017 
Lietta Tornabuoni, L’ambiguo carnefice di Masoch, da “La Stampa”, 25 settembre 1979 
Lietta Tornabuoni, Tutte quelle terribili «vamp» armate d’amore e di frusta, “La Stampa”, 30 agosto 1980 
Bruno Ventavoli, Sacher-Masoch, idealista deluso dalle donne, da “La Stampa”, 16 aprile 1995 
Richard von Krafft-Ebing, La psicopatia sessuale (Psychopathia sexualis, 1886), PubMe 2017 
Leopold von Sacher-Masoch, Venere in pelliccia (Venus im Pelz, 1870), traduzione di Giulio De Angelis e Maria Teresa Ferrari, “Oscar Classici” n. 678, Mondadori 2013 
Wanda von Sacher-Masoch (Aurora von Rümelin), Le mie confessioni (Confessions de ma vie, 1907; nuova edizione 1967), traduzione di Gisèle Bartoli con la collaborazione di Claudia Beltramo Ceppi, Adelphi 1977 

7. Filmografia 

Martyrs (id., maggio 2008), regia e sceneggiatura di Pascal Laugier. Nelle sale italiane dal 12 giugno 2009 e in home video dal 27 ottobre 2009, sempre distribuito da CDE 
Masoch, regia e sceneggiatura di Franco Brogi Taviani, produzione e distribuzione Difilm Lorange - Visto censura 75263 del 16 giugno 1980 
Venere in pelliccia / Le malizie di Venere (Director’s Cut), regia di Massimo Dallamano, sceneggiatura di Fabio Massimo. In home video per DVD CineKult (Cecchi Gori). 
Venere in pelliccia (La Vénus à la fourrure), regia di Roman Polanski, sceneggiatura di Roman Polanski e David Ives, da un testo teatrale di quest’ultimo ispirato al racconto omonimo di Sacher-Masoch. Nelle sale italiane dal 14 novembre 2013 e in home video dal 17 aprile 2014, sempre distribuito da 01 Distribution

21 commenti:

  1. Grazie dell'interessante percorso, Lucius! Si potrebbe anche affiancare il nome di Michelangelo a quello di Pigmalione... scolpendo la sua Wanda, Severin non ha solo scolpito il suo ideale di donna ma ne ha tratto fuori la forma nascosta (alla stessa Wanda) nel blocco di marmo grezzo.
    E pensa che io di "Venere in pelliccia" ho proprio l'antica edizione Corno del 1966. Insieme alla raccolta di racconti di Masoch "Falso ermellino".

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    1. Ah, quella Corno sì che è una chicca da collezione! Più nota per i fumetti, la casa ha presentato una grande varietà di libri che andrebbero riscoperti: in lunghi anni di bancarelle ho messo insieme un po' di numeri della collana con cui faceva concorrenza al Giallo Mondadori ;-)
      Direi che quello di Michelangelo è un effetto collaterale non calcolato: mi sembra che Severin non fosse interessato a scolpire la "vera" Wanda bensì la Wanda che voleva lui, ecco perché ho usato il paragone con Pigmalione. Invece alla fine l'effetto è stato diverso.

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  2. Già mi manca il povero Masoch: mi consolo nell'attesa delle nuove puntate del ciclo ^_^

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    1. Mancherà anche a noi il povero Masoch. Non ci resta che recuperare i libri e i film che hai citato in questo lungo percorso...

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  3. Ciclo di post interessantissimi per la quantità di rimandi letterari e cinematografici.
    Io posso solo umilmente aggiungere, come riferimento culturale coevo, i disegni di Bruno Schulz relativi a "Undula", la dominatrix (vera o inventata?) alla quale ha dedicato alcuni dei suoi disegni "masochisti".

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  4. E con questo posso veramente dire di conoscere e comprendere meglio le opere e le idee di Masoch.
    Complimenti all'Etrusco.

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    1. Per carità, è giusto un omaggio per cercare di dare un po' di risalto ad un autore sepolto dal suo deonimo ;-)

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  5. Ho letto tutto lo speciale di fila, avendo perso l’appuntamento giornaliero e devo dire che, soprattutto nella seconda parte, mi si è aperta una nuova finestra nella considerazione dell’idea di masochismo (quando si parlava del fatto che la vittima non è poi così vittima perché è parte attiva nella creazione del suo carnefice).
    Di sicuro, ogni persona è un mistero, ogni mente ha i suoi angoli bui e non conosceremo mai il risvolto esatto della medaglia di tutto questo ‘gioco’ che Masoch ha voluto creare e/o rappresentare, ne abbiamo solo una sua fotografia, un suo frammento.
    Grazie Lucius per avercene parlato!

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    1. Grazie a te, di cuore, per la testimonianza e la lettura ;-)
      La psicologia ha creato un proprio vocabolario ma certo è difficile identificare con precisione quel profondo mistero che è la sessualità, figuriamoci comprenderla a pieno! Troppo spesso poi il masochismo e "Venere in pelliccia" finiscono vittime di macchiette, facile umorismo e luoghi comuni, quando invece basta leggere il testo per avvertire concetti che scavano nel profondo e sensazioni difficilmente etichettabili.
      Dire che Severin amava essere frustato è farne una parodia, perché appunto il masochismo ritratto nel romanzo è proprio come accennavi tu: è la vittima che si fa carnefice di se stessa, plasmando una persona altra per propri fini di soddisfazione. Non necessariamente sessuale. Quando Severin racconta le umiliazioni a cui Wanda lo sottopone non si parla mai di sesso: la realizzazione dell'umiliazione è già in sé appagamento.
      Speriamo che un giorno il povero Masoch conoscerà un romanzo, un film o un testo teatrale che sappia rivalutare la sua figura, molto lontana dal luogo comune che troppo spesso è abbinato al suo deonimo

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  6. Tanto di cappello al nostro Etrusco per il gran lavoro di ricerca su un personaggio così famoso ma allo stesso tempo così poco conosciuto.
    Sulla questione dei deonimi, sapevo dell'incolpevole Lapalisse ma ritenevo fosse in fondo solo un caso isolato (una specie di Fantozzi, per usare un altro deonimo).
    A questo punto non mi resta che andare a verificare se Cicerone fosse stato veramente una guida turistica...

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    1. ...o se Platone fosse davvero uno che mai una gioia.

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  7. Ottimi post questi di Lucius. Ne esce un ritratto sul sadomasochismo per certi versi inedito e originale. Complimenti per il lavoro certosino!

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  8. Capisci che Polanski è il modo migliore di chiudere in bellezza! ^_^

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  9. Ciao , complimenti per questo trittico che hai dedicato al masochismo.
    Giunto alla fine posso solo lasciarti delle mie personali riflessioni.
    Come scrivi te del vero senso del termine è restato ben poco.
    Una grande fiction delle intenzioni che si protrae da più di un secolo oramai.
    E’ triste che nella cultura contemporanea la parola abbia perso il suo significato primitivo diventando principalmente metafora di perversioni prevalentemente sessuali ad uso e consumo di una società che tende a dimenticare o non considerare quello che il termine masochista realmente significa.
    Restano degli adattamenti cinematografici poco fedeli all’opera originale letteraria da cui sono tratti e comunque distanti da pensiero di Leopold.
    Te scrivi che di fronte alla prima di Masoch il pubblico per lo più a riso.
    Li capisco aldilà del film.
    Il masochismo inteso come perversione sessuale fa ridere.
    E tolto dal circuito del porno (ancora fiction) ..può veramente solo far ridere.
    Alla fine il pensiero di Sacker -.Masoch era quello di auto infliggersi o farsi infliggere da terzi delle punizioni fisiche e umiliazioni come mezzo per raggiungere il piacere.
    Se gli associ un corrispettivo religioso il masochismo finalizzato all’estasi mistica o al sacrificio per difendere la fede diventa martirio.
    Descrizione romantica del termine che a posteriori nel succedersi dei tempi trascende anche qua dalla sua accezione primitiva perdendo quel significato mistico religioso e diventando dopo difficile distinguerlo dal sadismo.
    Cioè quando il martirio (se vogliamo continuare a chiamarlo così ) viene perpetuato ad altri , pensa alle persecuzioni ai cristiani o ai campi di concentramento nazisti o ai kamikaze in generale, non è piu’ quel martirio auto inflitto che ho descritto sopra .o almeno io non lo riconosco più.
    Di sadici è pieno il mondo , di masochisti forse no.
    Mi resta solo da leggere l’opera di Masoch che ha fatto da catalizzatore al pensiero con quella sua Venere in pelliccia che tu hai così chiaramente raccontato e descritto.
    I film potrei anche evitarli visto che sono fiction .
    Massimiliano

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    1. Temo che non esista un senso "primitivo" della parola masochismo, nata proprio per indicare il piacere sessuale derivante dal subire volutamente stimoli dolorosi. (L'entità dei quali è tutta da stabilire.) Purtroppo Masoch è stato usato per quella parola solamente perché era - e temo sia ancora - quello che ha dato più risalto alla pratica del cercare dolore, esattamente come "sadismo" si chiama così perché nessuno meglio del Marchese ha reso celebre il concetto. I campi di sterminio e il dolore inflitto ad altri non ha nulla a che vedere con il sadismo, che è un termine nato per la sessualità, anche se in seguito è stato anche usato fuori contesto. A meno che i gerarchi nazisti non provassero piacere sessuale nel gestire i campi di sterminio, quell'orrore può assumere tanti nomi negativi di cui "sadismo" probabilmente è il meno adeguato.
      Krafft-Ebing non pensava minimamente al martirio cristiano quando ha coniato "masochismo", perché appunto nessuno ha affiancato questi due concetti prima di Masoch (in modo molto blando) e il film "Martyrs" (in modo potente). E' un tema aperto, molto delicato e di sicuro non "ufficiale", proprio perché affermare che la ricerca del martirio possa avere connotazioni di piacere sessuale non è certo qualcosa che un religioso veda di buon occhio. Ignoro se esistano seri studi in proposito, spero di sì.
      Mi spiace che continui a parlare di "perversioni sessuali": il fatto che non ci piaccia qualcosa non vuol dire che sia sbagliata, o che sia una perversione. Proprio per combattere contro questo tipo di pregiudizi Krafft-Ebing e gli altri studiosi di psicologia sul finire dell'Ottocento hanno "battezzato" pratiche sessuali considerate fino ad allora deviate e pervertite, che cioè esulavano da ciò che la società considerava "normale". Quindi identificare il masochismo con una perversione è proprio una contraddizione: la parola è nata "contro" il concetto di perversione!
      Per finire, non so perché ti faccia ridere il masochismo, né credo si possa affermare che sia meno frequente del sadismo senza avere sotto mano delle statistiche: trattandosi di pratiche sessuali sono private per definizione, quindi non è detto che ne abbiamo l'esatta percezione.

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  10. Ciao .
    Che fosse un termine solo riferito alla sfera sessuale il sadismo me lo dici te adesso.
    Non lo sapevo.
    Pero' è anche vero che contestualmente a quello che si è affrontato fin'ora in questo speciale il sadismo e il masochismo vanno ben oltre al limitato campo della sfera sessuale.
    Quando ho scritto di sadici storici ho pensato a Mengele ma puoi aggiungere anche Shirō Ishii ,Gilles de Rais...ma ce ne sono una miriade.
    Piu'di criminali sadici non so come altro definirli.
    Ho sempre messo la parola perversione tra virgolette il più delle volte ,soprattutto riferita a perversioni sessuali.
    Anche se qua il limite del tollerabile è molto labile.
    Quindi nel battezzare le pratiche sessuali "normali"ne esce che
    la pedofilia è una perversione il masochismo no , ad esempio.
    Il masochismo mi fa ridere perchè trovo ridicolo che una persona mentalmente stabile provi piacere nel farsi del male.
    Se farsi del male volontariamente poi porta inevitabilmente alla morte posso provare tutto tranne che pietà.
    Mi ripeto , il termine masochistico il suo significato è quello che hai scritto te parlando di leopold Masoch ma nel tempo ha perso per me quel significato "originale" diventando per forza il rovescio della medaglia a cui spesso è associato , il sadismo.
    E' difficile pensarli separati.
    Non puoi negare che se parli di sadomasochismo quello che viene alla mente in primis siano frustini abiti in pelle borchie e manette e comunque pratiche limitate che tu lo voglia o meno alla sfera sessuale.
    Può piacere come no , personalmente quella mostrata nei film porno essendo fiction la posso considerare anche eccitante.
    Se mi fai vedere un un film come IM KELLER di Seidl dove fanno vedere con la pretesa di essere un documentario (anche questo tutto da verificare)quello che fanno gli austriaci nelle loro cantine o comunque nel loro privato .
    Le loro più strane perversioni e fra le tante mi fai vedere una situazione sadomaso con lo schiavo con mascherina antigas , nudo che pulisce con la lingua tutto il bagno della sua padrona e poi come massima vetta di piacere si fa appendere per i testicoli ...permettimi di provare ilarità come minimo.
    Martire e religione ..si hai ragione .
    Ho commentato un tuo pensiero su Martyr , non ho mai pensato che ci fosse un relazione con il piacere sessuale.
    Tutto qua.
    Cazzo! al quarto quinto commento so con chi sto "parlando"...ho cercato chi sei nel web, ho un pezzo da novanta...minchia!
    E' un onore mi prostro umilmente.

    Ciao e grazie per le tue risposte.

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  11. Ahahha se sono un pezzo da 90, hai diritto a 89 di resto :-P
    Scherzi a parte, non sono nessuno, altro che 90, sono solo un appassionato.
    I casi estremi fanno legislazione a parte, comunque una cosa è provare piacere nell'infliggere dolore (sadismo) un'altra è infliggerlo perché si pensa sia giusto (supremazia della razza e altre cose poco simpatiche) e un'altra ancora è farlo perché è il sistema che lo considera giusto. Sarebbe bello dire che i nazisti erano tutti malati mentali, sadici deviati: questo ci rassicurerebbe, perché noi non lo siamo. Invece Hannah Arendt ha indignato il mondo mostrando "La banalità del male": il nazismo era un sistema, una burocrazia che si occupava di vite umane come altre burocrazie si occupano di penne e matite negli uffici. Sono pratiche da evadere. E questo spaventa, perché siamo tutti così.
    Vale lo stesso discorso per il celebre esperimento dei guardiani e dei prigionieri: tutti noi siamo aguzzini, se messi nelle condizioni di esserlo. Questo fa paura e infatti nella narrativa e nella cultura popolare si fa di tutto per negarlo: i nazisti erano il diavolo, quindi noi che non lo siamo ci sentiamo al sicuro. Purtroppo non è così.
    La galassia della sessualità è sterminata, e quello che fanno due adulti maggiorenni e consenzienti è affar loro. Devianza prevede che ci sia una via maestra da cui si devia, e l'unica cosa chiara nella sessualità è che non esiste alcuna via maestra. Sono fortunati i religiosi, perché per loro esiste un solo sesso: quello che porta alla procreazione. Tutto il resto è peccato e non lo devi neanche pensare. Facile, no?
    Un mio vecchio amico un giorno mi rivelò che il suo massimo piacere era fare il solletico ad una donna: era un piacere così forte che addirittura giungeva a superare quello di un "normale" rapporto sessuale, tanto che gli era capitato di ricevere critiche dalla partner, che non trovava per nulla appagante quella pratica. Vogliamo chiamarlo un comportamento deviato? Perché? A me sembra un semplice gusto, una pratica innocua attuata da due adulti consensuali: non la condivido, non capisco che piacere si possa provare, ma capisco l'idea di fondo, cioè fare di tutto per ricevere il massimo del piacere da un partner consenziente. Dov'è il limite con la devianza? E' davvero difficile stabilirlo, l'unico modo è ricorrere alla "morale": se qualcosa devia dalla moralità comune è una devianza. E chi dice che la morale comune abbia ragione? Per gli antichi Greci fino alla maggiore età un ragazzo poteva benissimo avere rapporti sessuali all'interno di un percorso educativo con un maestro più grande di lui: era perfettamente naturale e consentito per quella morale, a noi invece fa orrore: così come fanno orrore i riti di passaggio delle società che affondano le radici nei riti tribali, roba che noi "civili" abbiamo rinnegato e condannato. Ogni popolo ha la sua morale, quindi la devianza cambia di cultura in cultura.
    Tutt'altro discorso per un comportamento illegale: quello va evitato e condannato a prescindere se sia una deviazione o meno. Anche un atto sessuale canonico e "normale" è illegale e moralmente condannabile se attuato con chi non sia consenziente.
    Per finire, non ho certo l'ardire di sapere qualcosa di psicologia della sessualità, mi limito solamente a prendere atto che c'è un universo della sessualità umana che passa da chi annusa i piedi a chi si fa frustare indossando una maschera anti-gas: trovo inutile giudicare, l'importante è che siano tutti consenzienti. Come cantavano i Cugini di Campagna, peccare insieme non è punito se si vuole bene :-D

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  12. Ma non cantavano Anima mia torna a casa tua...:)
    Va ben adesso stai girando molto più in largo di tutti i post dedicato a Hellraiser.
    Non l’ho specificato ma era sotto inteso che quando vivi un rapporto di sesso consenziente non esistono limiti per cercare la soddisfazione fisica e mentale.
    Se poi certe pratiche mi fanno ridere..che te importa?
    Lasciamelo fare !
    È inevitabile giudicare , è umano .. è quasi un diritto come votare :)
    Esistono poi giudizi positivi o negativi dettati dalla morale se ti fa piacere pensarlo.
    È chiaro che tutto è opinabile e soggettivo.
    Però lasciami il diritto di scegliere almeno o di giudicare sennò saremmo tutti una massa di
    di pecoroni lobotomizzati.
    Comunque apprezzo il tuo minimalismo nelle risposte...scherzo mi piace chi scrive tanto!
    Però ora vorrei rivedermi i tre Hellraiser che ho a casa nello stesso ordine che li ho visti a suo tempo .Terzo primo e secondo.
    Li rivedrò certamente con occhi diversi.
    Buona serata.
    Massimiliano

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  13. Grazie per questa carrellata e per il grande lavoro che c'è dietro questi articoli! Povero Sacher-Masock, però, che fine indecorosa ha fatto il suo pensiero e anche il suo personaggio.
    Tuttavia quel film "Masoch" di Franco Brogi Taviani ha vinto molti premi, se non ho visto male sulla locandina. E' proprio vero, comunque, che la sessualità, specialmente se sfumata, è difficilissima da rappresentare sia visivamente che a livello letterario senza cadere nel ridicolo.

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    1. Sono contento ti sia piaciuto questo viaggio: mi sono divertito ed appassionato tantissimo a scriverlo ;-)
      I premi vinti dal film "Masoch" temo siano dovuti più che altro all'estrema novità dell'argomento, fra il grande pubblico, senza poi parlare del fatto che probabilmente i festival amano certi film su argomenti scomodi. Visto oggi, però, soprattutto dopo aver letto la "Venere in pelliccia" è davvero uno spettacolo ben triste.
      Ogni tanto qualcuno prova a descrivere una delle infinite sfumature della sessualità ma deve combattere con un muro di moralismo che scoraggia dal continuare. Anni fa un fatto di cronaca spinse un'autrice e poi una regista a creare una storia deliziosa e delicata sulla necrofilia, "Kissed" (1996), ma ovviamente sull'argomento si preferisce il cattivo gusto e la battuta facile. Curiosamente associazioni e giornali fanno a gara ad aumentare i sessi - siamo a 56, se non sbaglio! - facendo finta di dare importanza a tutti ma poi quando è il momento di raccontare una storia "seria" di sessualità, allora no: o è una commedia volgare, o meglio niente.

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