lunedì 21 settembre 2026

Suicide Club

Nel corso della sua storia il Giappone ha sviluppato con la morte volontaria un rapporto complesso e per certi versi contraddittorio. Da un lato il suicidio è stato a lungo circondato da una dimensione simbolica, morale e perfino estetica che ha lasciato profonde tracce nella letteratura, nel teatro e nell'immaginario collettivo del Paese; dall'altro esso continua a rappresentare una ferita sociale aperta, un fenomeno che periodicamente riaffiora nel dibattito pubblico come sintomo di un disagio più vasto e difficile da circoscrivere. 
Quando nel 2001 Sion Sono realizza "Suicide Club" (anche noto come "Suicide Circle"), il Giappone è reduce da un decennio di stagnazione economica e di profonde trasformazioni culturali. La promessa di prosperità illimitata degli anni precedenti si è incrinata, mentre internet, la cultura pop e i nuovi modelli di comunicazione iniziano a modificare il modo in cui gli individui percepiscono se stessi e il proprio rapporto con gli altri. In questo contesto, l'immagine di cinquantaquattro studentesse che si tengono per mano e si gettano sotto un treno non costituisce semplicemente uno shock visivo destinato a catturare l'attenzione dello spettatore: è una dichiarazione di intenti. 
Sarebbe tuttavia un errore leggere il film come una riflessione sul suicidio in senso stretto. Come spesso accade nel cinema del regista giapponese, il fatto narrativo costituisce soltanto il punto di partenza di una riflessione più ampia, destinata a espandersi in molte direzioni senza mai offrire allo spettatore un approdo sicuro. Più che interrogarsi sulle ragioni che spingono qualcuno a morire, Sono sembra interessato a capire cosa significhi vivere in una società nella quale i legami umani diventano sempre più fragili e sfuggenti. 
Horror, satira sociale, mystery, pamphlet contro la cultura pop, meditazione esistenziale o semplice provocazione: a venticinque anni dalla sua uscita, "Suicide Club" continua a sfuggire a qualsiasi definizione univoca. Ed è probabilmente proprio questa sua natura irrisolta, sospesa fra significato e allucinazione, a renderlo ancora oggi uno dei film più discussi e controversi del cinema giapponese contemporaneo. 

La vicenda prende avvio quando una delle più trafficate stazioni ferroviarie di Tokyo diventa teatro di un evento destinato a sconvolgere l'intero paese. Cinquantaquattro studentesse delle scuole superiori, apparentemente senza alcun legame tra loro, si tengono per mano e si gettano sotto un treno in arrivo. Il massacro segna soltanto l'inizio di una lunga sequenza di suicidi collettivi che nel giro di pochi giorni si diffonde come un'epidemia attraverso il Giappone. A indagare sul caso è il detective Kuroda, affiancato da alcuni colleghi incapaci quanto lui di trovare una spiegazione razionale a quanto sta accadendo. Non emergono rivendicazioni, non esiste una motivazione politica, non sembrano esserci organizzazioni terroristiche o sette religiose coinvolte. L'unico elemento ricorrente è la comparsa di una misteriosa pagina web che registra in tempo reale il numero delle vittime attraverso una sequenza di punti rossi e bianchi il cui significato rimane inizialmente oscuro. 
A complicare ulteriormente il quadro intervengono una serie di telefonate enigmatiche, un gruppo di bambini che sembrano sapere più di quanto dovrebbero e soprattutto le canzoni di una popolare idol band chiamata Dessart, la cui presenza aleggia sulla vicenda come un'ombra inquietante. 
Man mano che l'indagine procede, tuttavia, diventa sempre più evidente che il mistero non è destinato a trovare una soluzione convenzionale: ogni nuova pista si apre infatti su interrogativi ancora più profondi, mentre la narrazione abbandona progressivamente i territori del poliziesco per inoltrarsi in quelli dell'allegoria, del simbolismo e dell'incubo.

Chi cerca una trama lineare rischia quindi di trovarsi spiazzato. Sion Sono semina indizi, costruisce connessioni apparenti e introduce elementi che sembrano destinati a convergere in una spiegazione finale per poi sottrarli improvvisamente allo spettatore. È una strategia che ha fatto discutere molti critici e che ancora oggi divide il pubblico tra chi considera "Suicide Club" un'opera straordinariamente audace e chi invece lo ritiene volutamente criptico oltre ogni necessità. Personalmente credo che giudicare il film sulla base della sua capacità di risolvere il mistero significhi fraintenderne completamente le intenzioni. 
Il vero oggetto dell'indagine non sono infatti i suicidi, bensì il vuoto che li precede. Kuroda cerca una causa, un colpevole, una logica nascosta dietro gli eventi, ma Sono sembra suggerire che la domanda corretta sia un'altra: non "perché stanno morendo?", bensì "che cosa manca nelle loro vite perché una simile tragedia possa accadere?". È una differenza sottile ma fondamentale, e costituisce il punto in cui il film smette di essere un horror e diventa una riflessione sull'identità, sull'appartenenza e sulla fragilità dei legami umani nella società contemporanea.

Se la sceneggiatura procede secondo una logica volutamente frammentaria e sfuggente, lo stesso si può dire dell'apparato visivo. "Suicide Club" non è un film particolarmente raffinato dal punto di vista tecnico, né credo ambisca a esserlo. La fotografia di Noboru Shinoda appare spesso fredda, spoglia, quasi televisiva, soprattutto nelle sequenze ambientate negli uffici della polizia o negli anonimi spazi urbani attraversati dai personaggi; una scelta che a qualcuno potrà sembrare povera o datata, ma che a mio parere contribuisce a rafforzare il senso di alienazione che permea l'intera opera.
Tokyo non viene mai mostrata come la metropoli luminosa e futuristica che il cinema occidentale ama raccontare: è invece una città grigia, impersonale, attraversata da individui che sembrano muoversi l'uno accanto all'altro senza entrare realmente in contatto.
Quando invece il film abbandona il realismo per addentrarsi nei territori del simbolismo, l'immagine assume improvvisamente una qualità quasi allucinatoria. Sion Sono alterna scene di quotidianità apparentemente ordinaria a improvvise esplosioni di violenza grottesca, creando un contrasto che destabilizza continuamente lo spettatore. Emblematica, in questo senso, è la sequenza iniziale nella stazione di Shinjuku: il sangue che invade la banchina non viene mostrato soltanto come conseguenza fisica della tragedia, ma diventa una sorta di macabra pennellata astratta, un'immagine impossibile da dimenticare che annuncia immediatamente l'intenzione del regista di operare più sul piano simbolico che su quello realistico.


Ancora più interessante è il lavoro svolto sul versante musicale: uno degli aspetti più inquietanti di "Suicide Club" risiede infatti nel contrasto costante tra ciò che vediamo e ciò che ascoltiamo: alla brutalità di molte situazioni fanno spesso da contrappunto melodie leggere, canzoni pop apparentemente innocue e motivetti orecchiabili che sembrano provenire da un universo completamente diverso. Al centro di questo dispositivo troviamo, come accennato in precedenza, le Dessart, idol adolescenti che incarnano alla perfezione l'immaginario della cultura pop giapponese dei primi anni Duemila.
Sarebbe fin troppo facile leggere la loro presenza come una semplice critica all'industria dell'intrattenimento; certo, il film suggerisce più volte come i media e la cultura delle celebrità possano influenzare i comportamenti collettivi, ma credo che il discorso di Sono sia più ampio. Le Dessart rappresentano piuttosto un bisogno, offrono ai loro fan qualcosa a cui appartenere, un'identità condivisa, un linguaggio comune; in altre parole, offrono una connessione, ma che tale connessione sia autentica o illusoria è precisamente una delle domande che il film pone allo spettatore. Non è un caso che molte delle scene più surreali siano costruite proprio attorno alla musica: pensiamo alle apparizioni di Genesis o ai numeri musicali che interrompono improvvisamente la narrazione. In un film tradizionale questi momenti apparirebbero fuori posto, ma in "Suicide Club" sembrano  emergere naturalmente dalla stessa logica onirica che governa il racconto. La musica non accompagna semplicemente le immagini: le commenta, le contraddice e talvolta sembra addirittura deriderle. 
È proprio nell'incontro fra queste componenti, una fotografia volutamente ordinaria e una colonna sonora straniante, che il film riesce a generare il proprio caratteristico senso di disagio. Lo spettatore non viene spaventato attraverso i meccanismi classici dell'horror, ma attraverso una continua sensazione di disallineamento, dove qualcosa non torna mai del tutto: le immagini sembrano troppo normali per ciò che raccontano, mentre la musica appare troppo leggera per ciò che accompagna. E in quello scarto, in quella persistente sensazione che il mondo rappresentato abbia smesso di funzionare secondo regole comprensibili, si nasconde forse il vero orrore immaginato da Sion Sono.

Chi fosse interessato ad approfondire alcuni dei temi emersi nel film potrebbe inoltre trovare interessanti altri articoli pubblicati in passato su queste pagine. Penso anzitutto a "The Suicide Manual", riflessione sul fenomeno dei manuali del suicidio e sul rapporto tra cultura giapponese e morte volontaria, ma anche alla serie di articoli battezzati "Karma, colpa e fine vita", nei quali il tema viene affrontato attraverso opere come "Plan 75" e "La ballata di Narayama", esplorando il complesso intreccio tra etica, società e tradizione. Un collegamento meno immediato ma altrettanto significativo può essere individuato nei vari capitoli della serie coreana "Whispering Corridors", che utilizzano l'horror scolastico per interrogarsi sulle dinamiche di gruppo, sulla pressione sociale e sul disagio giovanile. Anche "The Sylvian Experiment", pur muovendosi in territori differenti, condivide con il film di Sion Sono l'interesse per quei meccanismi invisibili che condizionano il comportamento umano e mettono in discussione l'autonomia dell'individuo.
Percorsi diversi, opere diversissime tra loro, ma accomunate da un medesimo interrogativo: che cosa spinge un individuo a recidere il legame con il mondo, con gli altri o persino con se stesso? "Suicide Club" non offre una risposta, forse non ci prova nemmeno, ma nel formulare la domanda riesce ancora oggi a conservare una forza perturbante che il tempo non sembra aver minimamente scalfito.



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