lunedì 16 febbraio 2015

Il villaggio nero (Pt.5)

Vi è mai capitato di recarvi, in sogno, in un luogo talmente oscuro e misterioso da ritrovarvi, al risveglio, in preda all’angoscia e pieni di domande? Vi è mai capitato di vivere un’avventura allo stesso tempo insolita e verosimile, tanto da domandarvi poi se si è trattato di un sogno o di realtà? Un uomo sparisce dalla sua casa alle cinque di un pomeriggio qualunque per ritrovarsi catapultato in uno strano villaggio, tetro e desolato. Lì rimane alcune ore, ma alle cinque e dieci esatte, con sua enorme sorpresa, si risveglia nella sua poltrona. Tutto sembrerebbe indicare che abbia sognato, ma lui porta su di sé la prova che il suo è stato un viaggio fisico, reale, anche se al di fuori del piano della vita quotidiana – i segni di un morso sulla guancia… “Il villaggio nero”, Il racconto-simbolo che ha dato il nome alla raccolta, somiglia a una versione horror della storia di Alice nel Paese delle Meraviglie.
Accanto al tema del viaggio (per una volta non in treno), troviamo quello dell’ambiente inospitale e pervaso di un’aurea maligna e della figura femminile demoniaca, il tutto ammantato di un’atmosfera esotica che tiene incollati dalla prima all’ultima pagina sebbene la trama, da un certo punto in avanti, diventi tutto sommato prevedibile. Dopo la stanza grigia ecco ora il villaggio nero, ove il nero (senza troppe sorprese) è il colore della morte. Nel villaggio nero tutto è ammantato di nebbia, una nebbia di polvere, carbone e grumi di catrame: un luogo dove la vita sembra impossibile. L’atmosfera si fa da subito onirica, o piuttosto da incubo, tra le strette vie dove l’aria è soffocante, le case dall’aspetto funebre, grigie e dai tetti neri, e il lago che, con il suo alveo di pietra, l’acqua dal fetore mefitico e i grossi, sgradevoli uccelli appollaiati nei pressi, non fa che accentuare il senso di desolazione e di abbandono.
Se non fosse per un gruppo di persone incappucciate che agitano raganelle, l’intero villaggio sembrerebbe deserto. A un certo punto l’uomo incontra Mafrosia, la cui abitazione, con i suoi sontuosi e arabeggianti interni, sembra un’oasi di pace e sollievo dal grigiore esterno. La bella “odalisca”, che con il suo bacio lo lega a sé, riserva però un’amara sorpresa. Se solo lui si fosse soffermato a riflettere su quanto aveva visto nel villaggio, se solo non si fosse fatto ammaliare dall’aspetto della giovane donna ascoltando il proprio istinto, le cose sarebbero andate diversamente, e invece si ritrova a scappare forsennatamente per poi risvegliarsi, agitato, sulla sua poltrona… con un pugnale insanguinato in mano. Anche dopo essersi nuovamente al sicuro tra le mura di casa, quel segno sulla guancia non scompare e ciò non gli consente di dimenticare. Un amico psichiatra gli diagnostica un esaurimento nervoso ma, purtroppo per lui, il suo malessere ha una vera origine fisica. La vendetta di Mafra è solo all’inizio: forze oscure di un’altra realtà lo hanno scelto come capro espiatorio dell’intera umanità… 

Con un protagonista che può definirsi il perfetto alter ego dell’Autore (un uomo che non si piegò mai ai dettami e al gusto dei critici e del pubblico e che cercò la realizzazione tramite percorsi artistici (e non) non ortodossi), L’Area è un racconto magistrale, nonché uno dei punti più alti di questa raccolta, summa perfetta di tutta una serie di tematiche ricorrenti nella prosa di Grabiński. Lentamente, la narrazione svela sogni che si materializzano, entità che finiscono per rivoltarsi contro il loro stesso creatore, un individuo geniale ma tacciato di possedere una fantasia perversa e malata. Entità che, in questo caso, somigliano a dei terrificanti vampiri. Wrześmian è uno scrittore che si è ritirato dal mondo, non per l’esaurirsi della creatività ma, al contrario, nel tentativo di raggiungere un più alto livello espressivo, nella convinzione che le parole da sole non siano sufficienti a dare forma alla sua arte. La parola scritta ormai non gli bastava più: cercava un che di più diretto, un più grandioso materiale artistico con cui dare finalmente corpo alle sue idee.[…] Così, alla fine, aveva abbandonato la parola scritta, disprezzando il linguaggio come forma espressiva troppo grezza, mentre le sue aspirazioni si rivolgevano a un qualcosa di più diretto che, in arte, avrebbe tangibilmente superato qualsiasi precedente avanguardia.[…] Voleva risultati creativi che fossero del tutto indipendenti dai vincoli della realtà, creazioni che fossero libere come la loro fonte, la finzione narrativa; libere come la propria origine, l'illusione. Per farlo ha scelto una casa isolata, in una strada di periferia che si affaccia su campi incolti, là dove il suo volontario esilio farà sì che il mondo si dimentichi perfino della sua esistenza. Lì, per precisa scelta che si fa scelta obbligata, Wrześmian vive in completa solitudine cercando di dare corpo alle sue ossessioni. Prevedibilmente, ad attirare la sua attenzione è una casa disabitata da anni, una villa ad un piano che si trova proprio di fronte alle sue finestre, dall’altra parte della strada: un luogo che, nel suo tetro stato di abbandono, simboleggia il suo stesso stato d’animo. E allora è lì che il suo sguardo, il suo pensiero ed i suoi sogni si concentrano per settimane, per mesi, per anni, è lì che la sua creatività viene circoscritta e soffocata, finché qualcosa non comincia ad accadere: volti pallidi di notte si affacciano dalle finestre e lo fissano con aria ostile. Volti familiari distorti dal dolore e dalla follia. 

È l’Area: il territorio occulto che lui stesso ha creato e popolato, il territorio di cui è il re e a cui, solo, può accedere. E quei volti, le sue creazioni, i suoi figli, reclamano un tributo di sangue per tirarsi fuori da quella terribile semi-esistenza tra le mura della villa, il “contenitore” tra le cui pareti la sua immaginazione li ha confinati. Wrześmian deve sacrificarsi perché un essere nuovo, mostruoso possa emergere alla vita. È la dimostrazione del primato della mente sulla materia. Per uno come lui, in fondo, non può dirsi una sconfitta. 

L’engramma di Szatera, il terzo racconto che prendiamo oggi in esame, ha solide basi scientifiche, o perlomeno le aveva nel momento in cui fu scritto. Il termine engramma, in neurobiologia, indica una rete di connessioni neurali che consentirebbero alla nostra memoria di immagazzinare informazioni. All’inizio del secolo scorso si credeva che i ricordi e tutti i dati a nostra disposizione, in altre parole tutte le nostre esperienze, fossero localizzati in un’area specifica del cervello, e si cominciò a confutare questo concetto soltanto a partire dagli anni ’40 e ’50. Grabiński andò anche oltre immaginando engrammi esterni, come una sorta di prodotto psicocinetico della mente del suo protagonista, il capostazione Ludwik Szatera. Il tema scientifico però sembra più che altro un pretesto per parlarci di qualcos’altro, e difatti lo scatenarsi degli eventi è principalmente dovuto al soccombere di Szatera alle sue ossessioni. Questo personaggio è un altro emblematico riflesso dello stesso Grabiński, un solitario, nostalgico cultore di un passato più felice che non sa e non vuole adattarsi al grigiore della vita quotidiana, capace di gettare lo sguardo oltre l’umanamente percepibile (o di crearlo). L’intrecciarsi dell’amore per il passato con quello per una donna nel suo animo provoca un’ossessione amorosa scatenata da una tendenza necrofila latente (o forse il contrario). Ecco allora che la tentazione di plasmare la realtà a proprio uso e consumo si fa insopprimibile… Szatera è impiegato presso la stazione di Zaklicz, ma rimpiange i vecchi tempi in cui lavorava nella stazione merci di Kniejów, ora dismessa, e ogni notte, finito il suo turno, si reca nei suoi dintorni per crogiolarsi nei ricordi. Una notte accade l’impensabile: i segnali, i semafori, le lanterne di Kniejów sembrano tornare ad illuminarsi e a funzionare come sotto l’azione di una mano invisibile. Lo strano fenomeno si ripete per una settimana, notte dopo notte, per poi finire così com’è cominciato. Sono gli engrammi, gli echi di momenti passati che riaffiorano nel presente; Szatera si convince che questi fenomeni vengono attivati dai ricordi, che i sentimenti consentono ai passati avvenimenti, soprattutto quelli tragici, di restare intrappolati nelle pieghe del tempo attendendo l’occasione propizia per tornare indietro e, così, se evocati, poter rivivere, perché tutto ritorna. Comprende anche di essere uno dei pochi o forse l’unico a riuscire a percepirli e forse, addirittura, di essere lui stesso a provocarli. In qualche modo, gli engrammi lo rasserenano perché rendono meno monotona la sua esistenza. Questo racconto include una nota necrofila che non si dimentica eppure si mimetizza nella ricchezza della scrittura e nella profondità dei sentimenti che animano questa storia. Storia che forse Grabiński scrisse di e per se stesso, nel desiderio che anche il suo spirito potesse continuare ad essere in qualche piano dell’esistenza da dove i lettori possano, ogni volta, riportarlo alla vita.

6 commenti:

  1. "Il villaggio nero" sembra la tipica storia giapponese/coreana
    Il racconto "L’Area" l'ho subito associato a King e Lovecraft
    E ci mancava solo il racconto su base scientifica, ok, questa raccolta entra di prepotenza nella lista di libri da leggere *_*

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    1. Per certi versi, ora che ci penso, "Il villaggio nero" potrebbe effettivamente ricordare certe vecchie storie, come quella del Kuroneko, dove un viandante viene ospitato nella casa di due donne che si riveleranno non essere quello che sembrano.
      In realtà il racconto di Grabiński ha alcune differenze sostanziali: l'atmosfera è da subito molto più cupa, la sensazione è immediatamente onirica e il racconto si evolve infine ben oltre le aspettative iniziali...

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  2. Il villaggio nero sembra sufficientemente claustrofobico, quindi imperdibile! Soglie tra il di qua e l'altrove... :P Bello *__*
    Mi ha colpito L'area, per il tema dell'arte come creazione che in qualche modo prende coscienza di sé, è così?
    L'ultimo pare inquietante e tantissimo! Alterazioni della realtà, recupero del passato, ma a che prezzo? (C'è sempre un prezzo...)

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    1. L'arte che prende coscienza di sé oppure, meglio, l'arte che prende il sopravvento sull'artista. L'engramma di Szatera affronta invece un altro tema affascinante, quello dei fatti del passato che continuano a permeare gli ambienti nei quali sono accaduti. Praticamente siamo di fronte al prototipo di un un'idea vista in seguito in milioni di film e letta in milioni di libri...

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  3. A questo punto, lancio la mia proposta: unisci tutto in un unico dossier come hai già fatto con il bellissimo lavoro su "Phantasm".

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    1. Intanto ho inserito un piccolo bannerino nella colonna di destra.... vedremo poi se mi verrà in mente qualcos'altro ^_^

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