Mi accingo alla visione di Dachra essenzialmente per un motivo: la sua provenienza. Mi intriga
parecchio l’idea di accomodarmi sul divano, specialmente in una sera in cui, una volta tanto,
non sono devastato dalla stanchezza, per assistere al primo horror tunisino della mia lunga
carriera di appassionato del genere. Non ho alcuna idea di cosa mi attenda, anche se, in un
angolo della mia testa, quell’assonanza con il titolo del celebre romanzo di Bram Stoker mi fa
sospettare l’ennesimo adattamento della solita storia. Errore gravissimo, perché qui di vampiri
non c’è alcuna traccia e quell’assonanza, scoprirò in seguito, è soltanto casuale.
Meglio così,
forse; anzi, sto per assistere a un horror che affonda le sue radici nel folclore più sconosciuto
del paese nordafricano. Non sarebbe affatto male, rifletto, visto che ne so così poco di folclore
che non sia europeo o, al limite, asiatico.
Premo quindi il tasto play con tale grande speranza.
È solo quella rapida scritta che appare sullo schermo dopo un minuto, e che mi consegna
l’abusato slogan “basato su una storia vera”, che mi fa temere un secondo errore di
valutazione.
Due ore più tardi, mentre con un occhio già abbondantemente chiuso mi sollevo dal divano, mi
sorprendo a ragionare su ciò a cui ho appena assistito.
