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venerdì 18 ottobre 2024

Fuori Speciale: vampiri psichici

“Fuori speciale” è una serie di articoli che vengono scritti di getto nel periodo di pubblicazione dello speciale “La grande abbuffata”. Pur non essendone parte integrante, ciò che viene qui trattato ruota intorno all’argomento principale senza spezzarne il filo logico. Si tratta, in estrema sintesi, di piccoli approfondimenti che non hanno trovato posto nella struttura principale. “Fuori speciale”, in uscita tutti i venerdì, non è una lettura necessaria alla comprensione degli articoli de “La grande abbuffata” (che usciranno invece il lunedì), è viceversa una lettura che può essere ignorata o rimandata, a vostro piacimento. 

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Forse l’avrò già detto in passato, ma per quanto mi riguarda la figura del vampiro, al cinema o in letteratura, è certamente una delle più affascinanti. Se da una parte zombi, cannibali, killer mascherati e lucertoloni giganti trasmettono solo ansia, e tra le righe mettono in guardia dai prodotti più negativi della nostra civiltà (le guerre, le carestie), il vampiro è l’essere che non muore, la cui esistenza è legata agli eterni tempi di vita e di morte e, di conseguenza, rappresenta per il lettore o per lo spettatore un continuo stimolo filosofico.

domenica 15 novembre 2015

La maschera della morte gialla

La mia recente digressione nel mondo di Edgar Allan Poe non era programmata, ma prima o poi sarebbe dovuta in qualche modo arrivare, visto l’evidente nesso che “La maschera della morte rossa” ha con gli Yellow Mythos chambersiani. Non credo serva ricordare che di questo si è parlato giusto pochi giorni fa, ad ogni modo, visto che l’argomento è stato interrotto per dare visibilità a un’iniziativa di guest blogging, riprendo oggi dal punto in cui mi ero interrotto. 
Il racconto uscito dalla penna di Poe nel 1842 è certamente uno dei suoi più famosi, se non addirittura il più famoso in assoluto. Ricordo perfettamente che era addirittura presente nella mia antologia scolastica ai tempi del biennio delle superiori (se non addirittura delle medie). Credo a questo punto di non esagerare nel dire che fu proprio la lettura di quel racconto, avvenuto in un periodo indiscutibilmente importante per la mia formazione, ad aver trasformato il fanciullo di allora nell’uomo che conoscete. Nonostante quel senso di meraviglia e di follia che la morte rossa mi aveva trasmesso durante la lettura, ricordo che la mia mente di fanciullo non riusciva a metterne a fuoco il significato, non poteva fare a meno di chiedersi cosa diavolo ci facesse un racconto del genere in un’antologia scolastica. In sostanza, non ero riuscito ad arrivare al punto: cosa rappresentava tutto ciò? In parte, quella domanda è ancora in cerca di una risposta. Più che altro la domanda oggi è diventata “perché quel racconto e non un altro di Poe?”.

martedì 10 novembre 2015

La maschera della morte rossa

Solo qualche settimana fa, in coda a uno dei miei tanti articoli facenti parte della serie dedicata ai miti “in giallo”, un lettore mi pose nei commenti la seguente domanda: “Esiste qualcosa che non debba la sua origine al mitico Bierce? Anche quello che non sembra suo... è suo!”. Una domanda ben più che legittima, visto che tutto ciò che abbiamo affrontato finora sembra derivare da un paio di racconti dello scrittore americano, nella fattispecie “Un cittadino di Carcosa” (1887), di cui abbiamo parlato qui, e “Haita, il pastore” (1891), di cui parleremo spero a breve. Robert W. Chambers, come sappiamo, prese poi spunto da Ambrose Bierce e, solo pochi anni più tardi, utilizzò i suoi personaggi e i suoi scenari per realizzare l’ossatura della sua raccolta “Il re in giallo” (1895). Tutti i testi che abbiamo finora preso in esame provengono da quei primi lavori, ivi compreso il celeberrimo “Colui che sussurrava nelle tenebre” (Howard Phillips Lovecraft, 1930), l’unico racconto scritto dal “Solitario di Providence” nel quale è esplicita l’influenza dei suoi illustri predecessori. Va però ricordato, per dovere di completezza, che “Il ritratto di Dorian Gray” (Oscar Wilde, 1890) precede, seppure di soli cinque anni, il lavoro di Chambers, e fu proprio dal romanzo dello scrittore irlandese che, come sappiamo, quest’ultimo trasse l’idea del libro giallo maledetto (ne abbiamo parlato qui e qui). Di conseguenza, alla domanda se “esiste qualcosa che non debba la sua origine a Bierce” la risposta non può che essere affermativa.
Robert W. Chambers ha in buona sostanza saccheggiato almeno due autori, tra l’altro entrambi suoi contemporanei. È tutto? Ovviamente no, altrimenti non sarei qui a scrivere un post che si intitola “La maschera della morte rossa”, non vi pare?
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