Kim Dong-bin è un regista coreano che in carriera non ha fatto moltissimo, praticamente quattro cose in croce a distanza di un lustro una dall’altra. Della sua opera d’esordio (Ring Virus, 1999), abbiamo casualmente già parlato in passato anche qui sul blog (era, per farla breve, quel superfluo remake sudcoreano di “Ring” di Hideo Nakata). L’ultimo suo lavoro, passato anche questo quasi inosservato, è stato invece "The Sleepless” (2012), uno dei tanti film in cui assistiamo a un piccolo gruppo di persone che si svegliano in una stanza chiusa senza alcun ricordo di come sono arrivate lì.
Ma non è questo ciò di cui volevo parlare oggi, bensì del lungometraggio più noto di Kim Dong-bin, noto al punto che ho scoperto qualche giorno fa che è stato addirittura inserito nel nostro catalogo Prime Video, un luogo dove molto raramente film asiatici che non siano i soliti tre trovano terreno fertile.
Eppure questo titolo, tutto sommato nemmeno tra i migliori del vasto panorama horror coreano, è riuscito a farsi spazio con le unghie e con i denti, merito forse di un selezionatore attento a un certo tipo di cinema o, più ragionevolmente, merito dei bassi costi dei diritti d’autore legati a questo film.

