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mercoledì 27 novembre 2013

A porta inferi redux

Redux, dal latino "reducere", che significa più o meno richiamare alla memoria, riportare a galla, far risalire. È proprio questo infatti lo scopo del post di oggi: dare nuova luce ad un vecchio post dimenticato o, meglio, passato da queste parti oltre due anni fa e rimasto praticamente inosservato. D'altra parte quelli erano tempi di magra per The Obsidian Mirror: zero lettori fissi, zero commenti e pochi contatti, peraltro assolutamente casuali. 
Naturalmente non voglio riscrivere qui ciò che è già stato scritto: tra le altre cose sarebbe anche inutile, visto che quel vecchio post rimane accessibile e facilmente rintracciabile. Voglio tuttavia segnalare che una nuova versione di "A Porta Inferi" esce oggi come Guest Post sul blog di Romina Tamerici, all'interno della rubrica "Lo dicono tutti".
Il termine "Redux", se vogliamo dirla tutta, è spesso adottato nel cinema per indicare una nuova interpretazione di un'opera già esistente, di solito con l'integrazione di scene tagliate dal montaggio originale (l'esempio più noto è senza dubbio Apocalypse Now Redux, il capolavoro che Francis Ford Coppola ripropose nel 2001 aggiungendo 49 minuti al cut originale del 1979). Ebbene anche "A porta inferi" rientra in questo caso: oltre ad un nuovo montaggio sono presenti alcuni nuovi spunti non inseriti nel post originale, una sorta di "Director's cut", per continuare ad usare termini cinematografici. Ma ora bando alle ciance: se volete saperne di più vi invito a passare sul blog di Romina Tamerici. Ci vediamo di là.

lunedì 11 febbraio 2013

Che fece per viltade il gran rifiuto

Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l'ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto.
Dante ha appena superato con Virgilio la porta dell'Inferno e ha raggiunto l'Antinferno, il luogo dove sono le anime degli ignavi, coloro «che visser sanza 'nfamia e sanza lodo», non facendo propriamente il male ma nemmeno operando il bene, così che tanto la misericordia divina li sottrae all'Inferno quanto la giustizia li esclude dal Paradiso. Poiché Dante non indica espressamente il nome di quell'anima, già i primi commentatori della Divina Commedia si posero il problema di dare un'identità al personaggio: in grande maggioranza essi si trovarono d'accordo nell'identificarlo in Pietro Angelerio da Morrone, l'eremita eletto papa il 5 luglio del 1294 e che assunse il nome di Celestino V: salito al soglio pontificio il 29 agosto successivo, egli rinunciò al papato dopo 107 giorni.
Celestino V, sguardo sereno ed altero, entrò nella sala del Concistoro, si avviò verso il trono tenendo stretta una pergamena arrotolata e rivolto ai Cardinali lì riuniti disse: "Molti di voi si stupiranno della mia decisione ormai irrevocabile di rinunciare al pontificato". Detto questo srotolò la pergamena e ne lesse il contenuto ai presenti, senza tradire la minima emozione: "Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe (di questa plebe), al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all'onere e all'onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale."
Detto questo si alzò dal trono, raggiunse il centro della sala e qui, tra lo stupore generale, seduto a terra, cominciò a spogliarsi delle vesti papali. Tolse dal capo la tiara e la depose sul pavimento, si tolse l’anello, si spogliò del piviale rosso, della stola e della cotta. Si alzò in piedi e rivestì il suo vecchio e logoro saio. Austero, sereno e a fronte alta, Celestino attraversò la sala e se ne andò. Ma quello fu solo l’inizio.

mercoledì 27 luglio 2011

A porta inferi

Mi è venuta in mente in questi giorni una cosa che mi diceva sempre mia madre quando dicevo o facevo una stupidata e voleva mandarmi a quel paese. Mi diceva “Ma va’ a Porta Infari”. Ho voluto cercare di capire cosa intendesse e ho raccolto qualche notizia qua e là. Innanzitutto la mia memoria mi ingannava o forse era mia madre a storpiare la parola “Inferi” con “Infari”. La frase avrebbe dovuto essere infatti “Ma và a Porta Inferi”.

Porta Inferi è naturalmente la soglia infernale (diciamo quindi che più che "a quel paese" mia madre intendeva "mandarmi al diavolo") e per trovarne dei riferimenti bisogna avventurarsi nell'intricato mondo della religione cattolica, dove si scoprono sempre tante cose interessanti.

Chi ha letto il mio post di qualche mese fa, dedicato all'allucinante storia di Papa Formoso, potrà leggere dell'ironia nella frase precedente. Io effettivamente non sono uomo di fede. Solo solamente una persona curiosa, a cui basta un piccolo spunto per prendere e partire, per approfondire e capire (o perlomeno cercare di farlo). In questo caso mi devo avventurare in alcuni passi biblici che, se letti con occhi analitici (privi cioè delle classiche fette di salame) possono rivelare cose... interessanti. Sì, lo so, ho già usato prima l'aggettivo "interessante". Avrei potuto usarne un altro ma preferisco così.
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