In una stanza disperatamente vuota una donna culla su una sedia a dondolo una bambina di pochi mesi. Ha l’impressione di avere commesso qualcosa di terribile, ma non ne è certa, tutti i suoi ricordi sono sfocati. Contempla la piccola quasi si aspettasse da lei una risposta, una rivelazione. Poi, un bagliore: ha quarantadue anni, ha abbandonato il bel marito che l’ha lasciata per un’altra e si è rintanata lì, in un appartamento spoglio, in un quartiere dov’è una straniera. Il giorno prima ha ucciso a coltellate il suo analista, incapace di alleviare le crisi di terrore di cui soffre, in segreto, da tre anni. Di quel che è stata – ambiziosa direttrice della comunicazione, moglie e figlia devota – non le resta che un nome, Viviane Élisabeth Fauville, regale e fragile relitto di un’esistenza inappuntabile, della scrupolosa obbedienza alle leggi dell’abitudine e della necessità. Certa solo del delitto che ha commesso, e del colpo di grazia che non potrà tardare, Viviane esce dai binari che guidavano il suo destino, si addentra in una Parigi oscura e parallela, affonda in un gorgo di insostenibile angoscia – sino all’esplosivo epilogo.
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venerdì 23 maggio 2025
lunedì 10 aprile 2023
Un giorno questo dolore ti sarà utile
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Letteratura,
Peter Cameron,
Solitudine
“Volevo solo un posto dove stare solo. Per me è un bisogno primario, come l’acqua e il cibo, ma ho capito che non lo è per tutti. […] Io mi sento me stesso solamente quando sono solo. Il rapporto con gli altri non mi viene naturale, mi richiede uno sforzo.” (Peter Cameron, Someday This Pain Will Be Useful to You)
Ritorniamo a parlare di Peter Cameron a solo pochi mesi dalla recensione, qui sul blog, di “Cose che succedono la notte”, romanzo del 2020 che avevo letto più che altro, e non faccio fatica ad ammetterlo, perché ipnotizzato dal titolo.
Sapevo benissimo, mentre lo leggevo con rara avidità, che il mio destino di lettore si sarebbe presto incrociato con quello che universalmente è acclamato come il suo capolavoro. Sto parlando di “Someday This Pain Will Be Useful to You”, che Adelphi ha tradotto, in maniera indiscutibilmente letterale, come “Un giorno questo dolore ti sarà utile”.
Molti autori, inclusi i contemporanei, si sono posti il problema di confrontarsi con protagonisti alienati. L'alienazione totale è sempre difficile da descrivere, anche se Beckett ci era andato piuttosto vicino, e il giovane James Sveck, protagonista di questo classico di Cameron, non fa eccezione.
lunedì 18 agosto 2014
The Man and his Bird
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Anatoly Solin,
Animazione,
Russia,
Solitudine
Regista, sceneggiatore, direttore artistico, animatore, vignettista,
insegnante. Anatoly Solin (1939-2014) aveva alle spalle una carriera
quarantennale eppure, nonostante ciò, di lui in rete non si trovano che poche
righe: nessuna biografia, nessuna intervista, niente di niente. Solo un breve
accenno ai suoi trascorsi artistici sulla wikipedia russa. Nemmeno oggi, a pochi
giorni dalla sua scomparsa, troviamo un granché. Solo un telegrafico comunicato
dell’agenzia Tass nel quale si mantiene il riserbo anche sulle cause della
morte.
Diciamo pure che tutto ciò non mi stupisce: Anatoly Solin
non è mai stato un personaggio facile, soprattutto in considerazione del fatto che
i suoi lavori più significativi sono stati realizzati in un’epoca in cui il suo
paese era ben attento a che nulla di ciò che accadeva oltre cortina trapelasse
in Occidente. Nemmeno opere di animazione quali "Le avventure del Barone
di Munchausen", "Due aceri", "Grazie, cicogna" e "Come
una volpe raggiunse la lepre" riuscirono mai ad avere una benché minima
visibilità. E ciò è altrettanto vero oggi, nonostante siano passati quasi
vent’anni dalla disgregazione di quella che una volta si chiamava Unione
Sovietica. Un gran peccato, davvero. Un peccato soprattutto perché Anatoly
Solin fu amato da almeno tre generazioni di bambini.
domenica 15 giugno 2014
Jezabel
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Irène Némirovsky,
Letteratura,
Solitudine
Quello riportato sopra è l’incipit di “Jezabel”, il romanzo che Irène Némirovsky pubblicò nel 1936, pochi anni appena prima della sua morte, avvenuta nel 1942 per tifo nel campo di concentramento di Auschwitz. Qui c'è già tutto ciò che serve per inquadrare la protagonista: una donna che “sembrava giovane”, una donna “ancora bella”. Le parole “giovane” e “bella” ricorreranno infinite volte nel romanzo, come un'ossessione, come un mantra. Perché di ossessione parla, fondamentalmente, questo libro.
Gladys Eysenach, la nostra Jezabel, ha ricevuto in dono da madre natura una bellezza perfetta e, come a volte accade alle persone troppo belle, ha basato la sua vita interamente su di essa.
Allungò le mani verso il fuoco, poi si alzò. Il pianoforte aveva il coperchio sollevato, e Gladys suonò qualche nota. Sì, la musica, la poesia, i libri... ma lei sapeva bene che erano solo un altro strumento di seduzione, perché anche il volto più bello può stancare, perdere di attrattiva in un momento di noia o di sazietà, ma sapeva pure che per lei, come per la maggior parte delle donne, musica, poesia e libri non significavano niente, non le davano niente... Qualche verso appassionato e melanconico, una bella frase musicale sono omaggi fatti all'uomo, a lui solo, e quando l'uomo se n'è andato non resta niente.
lunedì 12 maggio 2014
L'ultimo treno della notte
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Benjamin Lebert,
Letteratura,
Solitudine
Non so come sia per te, ma il mio problema sono le ragazze. Ho sempre voluto stare con una ragazza. E non ci sono mai riuscito. La cosa peggiore erano tutte quelle feste della scuola. Io che le guardavo, loro che ballavano. Non con me però. A molte scendevano giù continuamente le spalline del vestito, e gli idioti che erano con loro le tiravano su con un sorriso malizioso. Quello era il mio più grande desiderio, sistemare le spalline del vestito a una ragazza. Ma non è mai successo. E le ragazze erano tutte così stupende. Come se brillassero. E avevano quell’odore, come se prima di venire alla festa fossero state in un altro universo, in un altro mondo, sdraiate su un prato dal profumo soprannaturale. Io ero lì ed eco così lontano da tutto. Anche se fisicamente ero così vicino. Le persone nella sala erano racchiuse in una bolla invisibile. E io ero fuori. A pensarci sembra un po’ strano. Sarei potuto andare da una di quelle ragazze, per esempio per toccarle la schiena. Ma non le avrei toccato veramente la schiena. Solo la bolla, capisci?
Era da molto tempo che non mi capitava di leggere un libro tutto d’un fiato. Sapete, quei libri che una volta iniziati non ne vogliono proprio sapere di farsi riporre sul comodino. Mi è capitato nuovamente poche settimane fa con questo “L’ultimo treno della notte”, scritto nel 2005 dall’allora ventitreenne scrittore tedesco Benjamin Lebert. Trovai questo libro molto tempo fa su una bancarella dell’usato e, se ci penso adesso, non so dire come fu che lo portai in cassa e lo pagai. Credo che la molla sia stata una frase letta aprendo il libro a caso, una frase che mi colpì molto e che diceva: “Odio il buio. Il buio illumina sempre le cose più orribili.” Personalmente non odio il buio. Anzi, lo trovo, come dire, confortante. Immerso nel buio riesco a guardare dentro di me e a trovare, non dico delle risposte, quelle no, perché nella vita non esistono risposte, ma perlomeno delle indicazioni.
sabato 1 settembre 2012
Carta velina intinta nella porpora
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Specchi
Come un papavero tra le pagine di un libro, il piccolo libro di Marcella Andreini ha la stessa essenza della carta velina intinta nella porpora. Delicata ma allo stesso tempo sanguigna. Apparentemente fragile e innocua, ma sgocciolante di spunti e riflessioni che solo una profonda passione per la vita può trasmettere. Sono affascinato da quante righe mi sono scoperto a leggere e rileggere più volte, per cercare di capire, per fare miei i pensieri di un’altra persona. Sono inciampato per caso nel blog dell’Autrice e da allora non me ne sono più allontanato. Tanti pensieri, apparentemente slegati l’uno dall’altro, ma accomunati da un unico comun denominatore: la curiosità.
Ho ricevuto “Volevo solo essere adorata” in omaggio. Graditissimo omaggio, posso confermare oggi a posteriori, dopo averlo letto. Urge quindi scrivere un post prima che ne svaniscano i sapori. Da che parte cominciare? Direi dalla trama che, così come la leggo sulla quarta di copertina, è davvero semplice: due studentesse che abitano nella stessa strada si conoscono perché le loro finestre sono l’una di fronte all’altra. In breve tempo nasce un’amicizia profonda, ed è soprattutto Emilia ad arricchire il rapporto, grazie ad un’intelligenza vivace, a una geniale vena artistica, a uno spirito ricco ma incapace di adeguarsi a una vita mediocre. Una quarta di copertina che non rivela quindi nulla del contenuto del libro. Ma non potrebbe essere altrimenti, dico io. Questo non è un libro che si può riassumere in due parole, non è nemmeno un libro che possiede una trama nel senso comune del termine. Accadono, questo è vero, delle cose che messe in fila una dietro l’altra si potrebbero superficialmente definire con il termine “trama”, ma non è questo il punto. Il punto è che “Volevo solo essere adorata” è un libro nel libro: la trama è un espediente per mettere nero su bianco i propri pensieri, le proprie emozioni, i propri dolori, le proprie perdite, la propria solitudine.
domenica 29 gennaio 2012
Norwegian Wood
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Norwegian Wood (This Bird Has Flown) è una canzone dei Beatles, scritta da John Lennon, ed inserita nell'album Rubber Soul del 1965 (quello di Michelle, per intenderci). La canzone del quartetto di Liverpool ha ispirato il titolo di un romanzo di Haruki Murakami (村上 春樹) del 1987, Noruwei no mori (ノルウェイの森, Norwegian Wood, appunto). Il romanzo ha ispirato un film, scritto e diretto da Tran Anh Hung nel 2010 e presentato in concorso alla 67ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.
Lasciate perdere i Beatles (a meno che non siate dei fan, ma se lo siete sono problemi vostri e mi dispiace per voi). Lasciate perdere il film (assolutamente superfluo).
Lasciate perdere i Beatles (a meno che non siate dei fan, ma se lo siete sono problemi vostri e mi dispiace per voi). Lasciate perdere il film (assolutamente superfluo).
Per citare il commento del traduttore, Norwegian Wood è un grande romanzo sull'adolescenza, sul conflitto tra il desiderio di essere integrati nel mondo degli "altri" per entrare vittoriosi nella vita adulta e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi, costi quel costi. Il protagonista, Toru Watanabe, è continuamente assalito dal dubbio di aver sbagliato o poter sbagliare nelle sue scelte di vita e di amore, ma è anche guidato da un ostinato e personale senso della morale e da un'istintiva avversione per tutto ciò che sa di finto e costruito. Diviso tra due ragazze, Naoko e Midori, che lo attirano entrambe con forza irresistibile, Toru non può fare altro che decidere. O aspettare che la vita (e la morte) decidano per lui.
mercoledì 28 dicembre 2011
Go Go Second Time Virgin
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Surrealismo
Mio padre si suicidò con la sua amante. Mia madre si suicidò quando avevo nove anni. So che le persone si amano e si uccidono. Ma perché mia madre si impiccò? Lo capii a dodici anni. Mia madre era solo triste e sola. Ha detto che avrebbe ucciso se stessa per la rabbia che provava per papà. Sembrava che fosse un doppio suicidio.Riuscire a descrivere il degrado morale della società in poco più di un’ora. Metterci dentro solitudine, rassegnazione, violenza, abusi, immoralità, ferocia, sesso e morte. Lo ha fatto Kōji Wakamatsu (若松孝二) con il suo Go, Go, Second Time Virgin (ゆけゆけ二度目の処女 Yuke Yuke Nidome no Shojo), girato in soli quattro giorni nel 1969, con un budget ridottissimo, su un set ristretto quale può essere il tetto di un palazzo di sette piani, uguale a tanti altri, nella periferia di Tokyo.
E’ su questo tetto che viene trascinata e stuprata da un gruppo di teppisti la nostra protagonista, Poppo (interpretata da Mimi Kozakura). Ma non è lo strupro la vera violenza che subisce Poppo. Lo strupro è solo un passaggio obbligato che si ripete nel destino della giovane. “E’ la seconda volta che vengo stuprata. Anche mia madre fu stuprata da una gang, e da quello stupro nacqui io” dice Poppo ad un certo punto.
mercoledì 7 settembre 2011
Empty Rooms
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Solitudine
Empty Room (空き部屋, Akibeya) conosciuto anche con il titolo di Apartment Wife: Moans from Next Door (団地妻 隣りのあえぎ, Danchi-zuma: tonari no aegi) fa parte di quel filone di film softcore giapponesi denominati Pinku Eiga, di cui ho già parlato tempo fa nella mia recensione di Watcher in the Attic di Noboru Tanaka.
Oltre 5000 pellicole di questo genere sono state girate dagli anni '60 ad oggi, di cui solo una dozzina importante in DVD nei mercati di lingua inglese. Questo dà un po' il senso delle dimensioni del fenomeno.
In realtà, in questo caso, classificare il lavoro del cinquantenne regista Toshiki Satō (サトウトシキ) come Pinku Eiga è un po' limitativo. Affronta temi importanti come la solitudine, la mancanza di coraggio a troncare una relazione ormai esaurita, la violenza domestica, l'amore clandestino, i sensi di colpa. Il tutto in un'ambientazione molto spoglia, claustrofobica, angosciante, degradante. Il sesso è ovviamente presente, a volte addirittura un poco esplicito, sebbene mai effettivamente fastidioso.
lunedì 25 aprile 2011
Una stanza chiusa a chiave
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Yukio Mishima
L’occasione di un viaggio. Erano anni che questo piccolo volumetto faceva capolino nella mia libreria. Come lui, d’altra parte, centinaia di altri volumi che ho comprato nella speranza di avere il tempo di leggere.
Vado a consultare la data di pubblicazione: 1993. Diciotto ani sono passati da quando ho comprato questo libro… Comprato? Forse no.
In copertina trovo scritto: “Edizione speciale l’Unita multimedia”. Credo sia un libro distribuito assieme ad un quotidiano a costo zero o comunque per poche lire. Il prezzo sul retro è stato cancellato. Forse un regalo? Chissà. Diciotto anni sono tanti per ricordare. Ad ogni modo l’occasione di un viaggio lo ha spinto in valigia. Si tratta di un breve racconto, consumabile nel paio d’ore in cui sarei stato costretto nello scomodo posto centrale di un volo Milano-Berlino. Yukio Mishima (三島由紀夫), pseudonimo di Hiraoka Kimitake (平岡公威) è tuttora uno tra gli autori giapponesi più letti. Complessivamente ha realizzato un totale di 400 opere letterarie che variano tra i generi più disparati: dal romanzo a forme di teatro tradizionale giapponese fino al saggio.
In copertina trovo scritto: “Edizione speciale l’Unita multimedia”. Credo sia un libro distribuito assieme ad un quotidiano a costo zero o comunque per poche lire. Il prezzo sul retro è stato cancellato. Forse un regalo? Chissà. Diciotto anni sono tanti per ricordare. Ad ogni modo l’occasione di un viaggio lo ha spinto in valigia. Si tratta di un breve racconto, consumabile nel paio d’ore in cui sarei stato costretto nello scomodo posto centrale di un volo Milano-Berlino. Yukio Mishima (三島由紀夫), pseudonimo di Hiraoka Kimitake (平岡公威) è tuttora uno tra gli autori giapponesi più letti. Complessivamente ha realizzato un totale di 400 opere letterarie che variano tra i generi più disparati: dal romanzo a forme di teatro tradizionale giapponese fino al saggio.
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