Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. Le fu permesso di far guerra contro i santi e di vincerli; le fu dato potere sopra ogni stirpe, popolo, lingua e nazione. L'adorarono tutti gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto fin dalla fondazione del mondo nel libro della vita dell'Agnello immolato. Vidi poi salire dalla terra un'altra bestia, che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, che però parlava come un drago. Essa esercita tutto il potere della prima bestia in sua presenza e costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d'uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.
Era il 1977 quando il regista romano Alberto De Martino fece uscire nelle sale la sua personalissima visione dell’olocausto. Di quale olocausto stiamo parlando? Ma di quello nucleare, naturalmente. Alla fine degli anni Settanta (giusto per inserire il tutto in un minimo di contesto storico) il mondo era particolarmente attento al nucleare: la crisi energetica del 1973 aveva portato l’Occidente alla ricerca di nuove fonti di energia alternative al petrolio, come il gas naturale e l'energia atomica, per cercare di limitare l'uso del greggio e quindi anche la dipendenza energetica dai Paesi appartenenti all'Opec. Il concetto di energia atomica non poteva però non richiamare, agli occhi dell’opinione pubblica, l’immagine delle bombe sul Giappone e dei test nucleari compiuti nell’immediato dopoguerra presso l'atollo di Bikini, nelle isole Marshall. È in questo contesto che si inserisce Holocaust 2000, capostipite di un filone cinematografico anti-nucleare che raggiungerà il suo culmine due anni dopo con il masterpiece Sindrome cinese (The China Syndrome) di James Bridges, con Jane Fonda, Jack Lemmon e un giovanissimo Michael Douglas.