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sabato 28 marzo 2026

J-horror Theatre #5: Kaidan

Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nel cosiddetto fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”, rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno.

domenica 18 settembre 2016

American Rings

Ecco che è giunto il momento di affrontare una delle parti se vogliamo più spinose dell’intero speciale. E quando dico “spinose” intendo affermare che non sentivo davvero un gran bisogno di scriverlo, questo post. Se sono qui a farlo è solo perché uno speciale così lungo e approfondito non poteva dirsi completo se non citando, seppure brevemente, tutto ciò che è successo immediatamente dopo il travolgente successo del Ring di Hideo Nakata.
Immediatamente? Beh, non proprio, visto che ci vollero ben quattro anni affinché le case di produzione hollywoodiane si accorgessero del fenomeno Ring e se ne appropriassero.
Naturalmente, come accade sovente in questi casi, per Ring fu la consacrazione definitiva e il successo divenne planetario. Tra l’altro, è bene sottolineare che l’horror occidentale aveva trovato con Ring un nuovo canale dal quale attingere e con il quale potersi lasciare finalmente alle spalle i vecchi cliché del genere, quelli che da anni ormai avevano annoiato a morte anche i più irriducibili appassionati. Diciamocelo chiaramente: per quanto apprezzabili, se non in alcuni casi addirittura pregevoli, i numerosi tentativi di fare horror negli anni di fine millennio andavano poco più in là della riproposizione di situazioni viste e riviste un milione di volte, sfociando spesso in una sorta di horror-pop imbarazzante. Mi dispiacerebbe dover sminuire in poche righe il duro lavoro di centinaia di attori, registi e produttori, ma sarete certamente d’accordo con me quando dico che dodici film della serie “Venerdì 13”, dieci “Halloween”, nove “Hellraiser”, nove “Nightmare” e otto “Amityville” sono stati molto più che abbastanza.

domenica 24 aprile 2016

Hideo Nakata: Ring 2

Nel 1999, nemmeno un anno dopo il clamoroso successo di Ring, Hideo Nakata torna dietro al timone del franchise e ci regala un sequel davvero degno di questo nome (vi era stato precedentemente un altro discusso sequel sul quale, almeno per il momento, stenderei un velo pietoso). Il secondo capitolo inizia dove era terminato il primo: Ryuji Takayama è stata l’ultima vittima della maledizione di Sadako, perlomeno l’ultima vittima alla cui fine abbiamo assistito. In verità ce n'è stata un’altra, solamente accennata perché andata in scena dopo i titoli di coda: è il padre di Reiko Asakawa, il quale, per salvare la vita al nipotino, si sarebbe sacrificato all’ira di Sadako (un sacrificio involontario, dovuto alla decisione della sua affezionata figliola di dirottare su di lui la maledizione a sua insaputa). Tecnicamente, però, il nonno di Yōichi muore proprio all’inizio di questo sequel, o perlomeno la sua morte viene resa nota nelle primissime battute, il che colloca cronologicamente l’inizio del film a una settimana di distanza dal precedente. 
Il nuovo Ring, che si discosta definitivamente dal romanzo di Suzuki (ignorando bellamente il secondo volume della sua trilogia, per essere precisi), ci piomba addosso con una scena tra le più efficaci dell’intera saga: il sequel inizia all’interno della sala autopsie di un ospedale, dove alcuni medici stanno spingendo un lettino con i resti del cadavere di Sadako Yamamura perché ne avvenga l'identificazione. Veniamo quindi a conoscenza di un particolare agghiacciante: non solo Sadako era ancora viva quando venne gettata nel pozzo, ma rimase viva per ben trent’anni.

martedì 12 aprile 2016

Hideo Nakata: Ring

Per questo secondo adattamento del romanzo Ring, il regista Hideo Nakata e il suo sceneggiatore Takahashi Hiroshi scelgono di adottare un approccio molto diverso al materiale originale, realizzando in ultima analisi una storia che a tratti approfondisce molto di più il lato umano dei suoi personaggi. Non solo il personaggio di Reiko Asakawa, una donna, è in grado di trasmettere un livello di empatia maggiore della sua controparte maschile, ma c'è la scelta di spostare l’attenzione sul conflitto mai completamente risolto tra una moglie e il suo ex marito. In questo, l’apporto del piccolo Yōichi diviene fondamentale rispetto al passato in quanto l’amore per lui, anche se mai apertamente, è un malinconico aspetto di contesa fra i suoi genitori. Questo aspetto, l’oscillare fra il detto e il non detto, è peraltro molto giapponese, così come molto giapponesi sono alcune sfumature che si possono cogliere in dialoghi apparentemente semplici, come quello in cui il piccolo Yōichi chiede alla madre “Anche da bambini si può morire?”. Da noi in Occidente, a una domanda del genere chiunque avrebbe reagito negativamente, stroncando drasticamente il discorso sul nascere con un secco “No”. Reiko, al contrario, sceglie di rispondere “Solo se ci si ammala gravemente”, dimostrando in questo una sensibilità, nei confronti del suo piccolo e nei confronti dell’esistenza stessa, che vanno ben oltre la nostra capacità di intendere la morte. La morte, ma questa ovviamente è una mia opinione, dovrebbe poter convivere con noi, in maniera del tutto naturale, sin dalla nostra infanzia: solo in questo modo se ne può esorcizzare la paura, solo in questo modo saremo in grado di affrontarla serenamente il giorno che ci toccherà cederle le armi.

domenica 3 aprile 2016

Oltre lo schermo

“The Ring” (Ringu, リング) non è stato solo uno dei tanti franchise di successo, quello che ha portato nelle sale cinematografiche una decina di pellicole tra sequel, prequel, remake e reboot, ma ha innescato un fenomeno virale che è proseguito per molti anni e che, sebbene ridimensionato dal tempo, continua ancora oggi in tutto il mondo. Ma quale singolare meccanismo si nasconde dietro lo scatenarsi di un fenomeno virale come può essere quello di una nuova moda cine-horror? La qualità oggettiva di un prodotto, il semplice intervento del caso oppure una combinazione delle due cose? Magari è necessario anche un pizzico di fortuna e il sapersi far venire l'intuizione giusta al momento giusto. Probabilmente la risposta è un giusto mix di tutte queste cose, ma anche la sagacia e la lungimiranza di coloro che, in un modo o nell’altro, hanno contribuito alla nascita e alla crescita di tale fenomeno. Questo risultato, è bene sottolinearlo, non è limitato al solo franchise di Ring, per quanto questo possa essere di vasta portata, bensì è da estendersi a tutto il filone J-horror che, proprio iniziando da Ring, si è rapidamente allargato a macchia d’olio invadendo in maniera sistematica, per un intero decennio, tutto l’Occidente. Senza nulla togliere agli altri, sono due in particolare i nomi a cui il mondo deve riconoscere la genesi di Sadako e di tutti i personaggi che in seguito saranno in qualche modo ricollegabili alla protagonista di Ring: Kōji Suzuki (鈴木 光司) e Hideo Nakata (中田 秀夫).
Il primo nasce a 13 maggio 1957 a Hamamatsu, nella prefettura di Shizuoka, situata nella regione di Chūbu, un centinaio di chilometri ad est di Osaka, il secondo nasce il 19 luglio 1961 ad Okayama, capitale dell’omonima prefettura, situata nella regione del Chūgoku (San'yō), un centinaio di chilometri ad ovest di Osaka… No, no, non vi preoccupate… stavo solo scherzando. Queste sono informazioni che chiunque può andarsi a leggere su Wikipedia.
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