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venerdì 2 maggio 2025

The Lady in the Sea of Blood

Non so nemmeno perché mi sto mettendo a scrivere di ‘sta roba. Forse solo perché ho un post da pubblicare oggi, e non avendo nulla di pronto scrivo qualcosa che richiede il minimo impegno; conto infatti di scrivere questo post in una decina di minuti, considerato che non mi occorre nemmeno perdere tempo con il film in oggetto, talmente superflua ne è la visione. 
In realtà qualche minuto ce lo persi qualche tempo fa, ma lo feci in maniera smart. Detto in altri termini, un cortometraggio di trenta minuti scarsi guardato ai tempi con velocità 8x (ma a posteriori avrei potuto osare anche di più) mi ha rubato giusto il tempo di un caffè espresso, ed è esattamente il tempo che ho sacrificato io. 
Partiamo dal titolo, “The Lady in the Sea of Blood” (血の海の美女), che riassume perfettamente il contenuto di questa assurda creazione: c’è appunto una donna e c’è un mare di sangue. Sarebbe bastato che nel titolo il regista avesse aggiunto “in the bathroom”, specificando appunto l’ambiente dove si svolge l’intera vicenda, e non ci sarebbe stato più nulla da spoilerare. 
La locandina è quanto di più truculento un essere umano possa concepire, e ammetto di essere stato combattuto fino all’ultimo sul fatto di postarla qui sul blog oppure andarci giù pesante con la censura. Alla fine ho optato per lasciarla così com’è (nessuna censura da queste parti), ma credo che dovrò trovare una soluzione diversa quando (e se) deciderò di spammare l’esistenza di questo post sui social.  

venerdì 11 aprile 2025

Eat the Schoolgirl

Torna dopo una lunghissima assenza un nuovo appuntamento con la famigerata rubrica Obsploitation Extreme, un agghiacciante spazio dedicato a recensioni di film destinati ai soli titolari di stomaci d’acciaio. Da non confondere con la rubrica quasi gemella “Obsploitation Vomit”, che ne è la variante più malsana, “Obsploitation Extreme” ha ospitato in passato cosettine leggere come "A serbian film" (per citare uno dei titoli più famosi) e varie forme di marciume ero- guru. 
È proprio verso quel tipo di marciume che ci dirigiamo oggi, con l’intento di capire se c’è un limite al peggio oppure se il peggio deve ancora arrivare. Ma partiamo dal regista. Il regista è nientemeno che Naoyuki Tomomatsu, autore di quel “Rape Zombie: Lust of the Dead” che abbiamo recensito a fine marzo proprio qui sul blog
Avevo accennato, in quell’articolo, al fatto che mi sarebbe piaciuto parlare un giorno anche dei suoi titoli più famosi, per cui mi sono detto “perché non farlo subito?” Mi sono quindi messo a spulciare nella sua filmografia alla ricerca di qualcosa su cui provare a imbastire un articolo decente, quando l’occhio mi è caduto malignamente su uno dei primissimi titoli della sua produzione. E quella è stata la mossa che ha svoltato, almeno per oggi, il destino del blog.

venerdì 28 marzo 2025

Rape Zombie: Lust of the Dead

Non so che dire. Era un bel po’ che non mi accomodavo davanti allo schermo davanti a un bel film di zombi. Questo principalmente per il fatto che non ho più grandi speranze di trovare materiale abbastanza buono là fuori che possa spingermi serenamente a premere il tasto play. 
Voglio dire, non che mi dispiaccia, nelle sere in cui la mia priorità è spegnere il cervello, assistere all’ennesima carneficina non-morta, ma un minimo di novità ogni tanto mi piacerebbe che ci ci fosse. Non dico di originalità, perché quella ormai non la vedo probabile, ma perlomeno un particolare, anche secondario, che mi strappi un’emozione, fosse anche una risata, e che mi faccia dire che non tutto quello che ho visto è da buttare nel cesso. 
Negli ultimi anni ho tirato lo scarico innumerevoli volte e senza alcun rimorso, eccezion fatta per un paio di pellicole a tema zombi di provenienza asiatica che sono state in grado di aggiungere un pizzico, ma giusto un pizzico, di sale sull’insalata. Penso alla zombi-comedy giapponese “Zombie 100. Cento cose da fare prima di non-morire” (Zom 100: Bucket List of the Dead, 2023), tanto per fare l’ultimo esempio in ordine cronologico, ma potrei citarne altre.

lunedì 5 febbraio 2024

The Locker (Shibuya Kaidan)

Quando, un paio d’anni fa, vergai una specie di recensione per un improbabile B-movie intitolato “Non aprite quell’armadio”, conclusi dicendo, tra il serio e il faceto, che non mi sarebbe dispiaciuto un giorno scrivere uno speciale sugli armadi “maledetti” nel cinema (e se non proprio maledetti, perlomeno con uno sconfinamento nel fantastico). Ciò di cui parleremo oggi potrebbe a buon titolo rientrare in quello speciale, visto che parliamo di armadietti, gli stessi che usiamo nelle scuole e nelle palestre e che talvolta troviamo, per riporvi oggetti metallici, all’ingresso delle banche. 
In Giappone sono evidentemente molto più diffusi che dalle nostre parti ed ecco quindi la necessità di realizzare una trama orrorifica incentrata proprio su quegli sgraziati contenitori metallici. Se fossero stati distribuiti sul mercato italico, quei film (parleremo oggi anche del sequel) si sarebbero ritrovati appiccicati addosso titoli assurdi come “Non aprite quell’armadietto” o “L’armadietto che uccide”, ma per fortuna la cosa non è accaduta e oggi possiamo goderci, seppure con le difficoltà della lingua, titoli più incisivi come “The Locker” o evocativi come l’originale “Shibuya Kaidan”. Si tratta di due film di durata contenuta (entrambi 71 minuti) lanciati sul mercato contemporaneamente il 7 febbraio 2004 e proiettati nelle sale con la formula “double-bill” (due film al prezzo di uno). 

lunedì 22 maggio 2023

Tokyo Express

Tre sono le cose che, a mio parere, caratterizzano i migliori noir. Primo: il rigore nella cura dei dettagli, meravigliosamente assemblati come tessere di un mosaico cretese. Secondo:  la capacità introspettiva. Terzo: l’ambientazione, fosse pure la Bassa padana, deve catturare l’attenzione; se, per il lettore, non è esotica, deve perlomeno sembrarlo, perché, inutile dirlo, c’è un intrinseco legame tra i personaggi (e i loro gesti, moventi, sospetti) e l’ambiente.
Seichō Matsumoto, il “Simenon giapponese”, sa certo destreggiarsi molto bene fra questi tre aspetti ma, quanto al secondo punto, direi che in generale gli autori giapponesi, a prescindere dal genere, sono maestri nell’introspezione psicologica. 
Nei giorni scorsi ho terminato il suo “Ten to Sen” a tempi di record come non mi capitava da tempo, e oggi sono già qui a parlarne. In Italia, la prima edizione Mondadori si intitolava “La morte è in orario”, mentre quella Adelphi del 2018 è stata rinominata “Tokyo Express”, gergo militare (così i marines statunitensi definivano la stupefacente precisione della marina militare giapponese durate la Seconda Guerra Mondiale) che allude all’ingranaggio criminale così ben oliato che nel libro rende le indagini lunghe e farraginose. Io per abitudine avrei definito una tale perfezione un funzionamento da orologio svizzero (e vedrete poi proseguendo nella lettura quanto il paragone sia azzeccato), ma, sì sa, i giapponesi sono un po’ gli svizzeri d’Oriente, quindi va bene lo stesso. 

martedì 9 agosto 2022

Long Dream

We are such stuff as dreams are made on, and our little life is rounded with a sleep. (William Shakespeare, The Tempest IV.i.148–158) 

Quanto dura un sogno? Questa è la domanda che mi pongo ed è anche quella che si è posto una ventina di anni fa il mangaka Junji Ito, autore della graphic novel che è stata in seguito d’ispirazione a Higuchinsky, lo stesso regista che solo qualche mese prima aveva diretto l'adattamento di "Uzumaki" dello stesso Ito. Parleremo anche del film tra poco ma, per farlo, occorre avventurarsi in una lunga premessa1.

Non starò ad annoiarvi con barbosi concetti freudiani, quelli secondo i quali i sogni sono “una via diretta all'inconscio”, ma un po’ di roba tecnica è comunque necessaria. Tanti anni fa, agli albori del blog, ebbi modo di parlare di sogni lucidi e di scambiare commenti, non ricordo se qui o altrove, con blogger parimenti interessati all’argomento. Una delle domande più comuni, oltre alle classiche “quando si sogna” e “come faccio a capire che sto sognando”, era strettamente legata alla durata apparente di un sogno.

lunedì 13 giugno 2022

The Shock Labyrinth

A poche settimane di distanza dal post su "Marebito", senza ombra di dubbio il punto più alto della carriera "extra-grudge" di Takashi Shimizu, torniamo con quello che a tutti gli effetti rappresenta l'espressione più bassa del suo cinema, ovvero quel "Shock Labyrinth" (2009) giunto in Italia due anni più tardi con l'opinabile titolo di "The Shock Labyrinth: Extreme 3D", forse a sottolineare il fatto che di estremo c'è il livello di noia che, mi viene da aggiungere, un imbarazzante 3D riesce ulteriormente ad amplificare. Sarà bastata sicuramente questa introduzione a convincere la maggior parte dei lettori del blog ad abbandonare la lettura; a quei pochi che sono rimasti, la mia promessa è di essere breve e di concentrarmi solo sugli aspetti più interessanti.
La trama ruota attorno a un gruppo di amici d'infanzia che condividono un tragico e oscuro segreto legato a un episodio del passato di cui pare abbiano perso tutti l'esatta memoria. L'antefatto vede il gruppo intrufolarsi in un edificio abbandonato, sito all'interno di un luna park, alla ricerca di brividi facili.

martedì 26 aprile 2022

Marebito

Si tratta forse di un particolare noto a pochi, ma in Giappone le fondamenta dell’estetica horror contemporaneo vennero gettate da Chiaki J. Konaka, scrittore e sceneggiatore giapponese noto per essere il creatore di Digimon Tamers e Ultraman Gaia, nonché per le sue opere ricche di elementi lovecraftiani (vedi anche il post del film recensito qualche tempo fa). Lo fece nel suo libro “Horā Eiga no miryoku: fondamentaru horā sengen” (The fascination of horror films: manifesto of fundamental horror), scritto con l'aiuto di Kiyoshi Kurosawa (il regista di "Kairo", 2001) e dell’animatore Akira Takahashi (padre degli anime City Hunter, Death Note, Inuyasha, ecc.). In quel testo, di cui parleremo in maniera più approfondita in un prossimo futuro, si sarebbe rivisto Takashi Shimizu, uno dei registi più iconici del cinema giapponese moderno. Cosa potrebbe saltare fuori da un incontro tra Shimizu e Konaka? E cosa potrebbe aggiungere a questo mix, già sufficientemente esplosivo, un nome leggendario come quello di Shin'ya Tsukamoto, padre del manifesto cyberpunk Tetsuo? La risposta ha otto lettere: Marebito.

sabato 11 dicembre 2021

Unholy women #3: The Inheritance

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Premetto che Kowai Onna l'ho visto tre volte, di cui l'ultima pochi giorni fa, prima di mettermi a scrivere questi post, ma questo terzo segmento, The Inheritance (うけつぐもの, Uketsugu Mono), per me era praticamente inedito, essendomi le volte precedenti clamorosamente addormentato solo pochi istanti dopo il suo inizio. Ciò fa di The Inheritance un episodio noioso? Non necessariamente, visto che il sottoscritto non si è mai distinto per la resistenza prolungata di fronte a uno schermo. Comunque, è ancora troppo presto per dirlo.
Ancora una volta si cambiano completamente le carte in tavola: dopo un canonico J-horror con un'antagonista inarrestabile e un bizzarro-movie degno del miglior Tsukamoto, eccoci servita niente meno che una storia di spettri degna della più classica tradizione giapponese, quella dei vecchi film in bianco e nero con samurai, per intenderci. Le aspettative sono a questo punto enormi, e la fiducia risiede nel fatto che, per una regola non scritta, i film in tre episodi sono montati in modo che il segmento più debole sia quello centrale; ciò affinché lo spettatore, quando lascerà la sala al termine della proiezione, porti con sé un buon ricordo complessivo. Considerato che Hagane era, a mio parere, un po' più debole di Rattle Rattle (anche se non di molto), il terzo segmento sarà come minimo da dieci. Veramente sarà così? Vedremo.

domenica 5 dicembre 2021

Unholy women #2: Hagane

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

La triste esistenza del timido meccanico Sekiguchi Mikio cambia improvvisamente quando il suo capo gli propone di uscire con la sua attraente sorella Hagane. E si vede offrire anche in prestito l'automobile sportiva di un cliente, per scarrozzarla in giro e non sfigurare. Che la ragazza sia attraente non ci sono dubbi, almeno a giudicare dalla fotografia che il suo capo è stato lesto a mostrargli per dissipare qualunque dubbio, ma, come spesso capita negli appuntamenti al buio, non sempre la realtà è quello che sembra. Spesso l'apparenza inganna, e neanche un dritto come Bruce Willis ne uscì indenne quando si ritrovò in una situazione del genere con una tipetta nient'affatto male come Kim Basinger (Blind Date, 1987)... ma questa è ovviamente un'altra storia. 
Qui siamo in Giappone, e in Giappone anche le cose apparentemente più semplici, o le cose che in Occidente ormai quasi tutti fanno a occhi chiusi senza nemmeno pensarci, possono trasformarsi in esperienze bizzarre. 

lunedì 29 novembre 2021

Unholy women #1: Rattle Rattle

Erano anni che giravo intorno alla questione se parlare o meno, sul blog, di Kowai Onna (コワイ女), un interessante esempio di moderno horror giapponese il cui titolo si potrebbe tradurre, a beneficio di chi ama la precisione, come "Donne terrificanti". Nella realtà la traduzione scelta per il mercato internazionale, che al momento, se non mi è sfuggito qualcosa, si limita a una sola apparizione in DVD per il mercato tedesco, è decisamente meno banale. Mi viene anzi da dire che "Unholy Women" (donne infelici) sia in grado di centrare meglio il punto in quanto, come credo di aver ripetuto mille altre volte parlando di horror giapponesi, all'origine del perturbante c'è sempre il dolore. Kayako e Sadako, le iconiche protagoniste di Ju-On e Ring rispettivamente, sono forse l'esempio più facile da individuare nella sterminata produzione giapponese (e non parlo solo di cinema). Abbiamo avuto modo di conoscere assieme, qualche anno fa, la leggenda da cui ebbe origine la seconda delle due e non credo serva dilungarsi ancora oggi sull'argomento, sebbene la "creatura" (non so davvero come altro chiamarla) del primo episodio di "Unholy Women" esteticamente richiami proprio quel genere di J-horror.

domenica 7 marzo 2021

Teke Teke

Un anno dopo il lungo speciale su Botan Dōrō, la lanterna delle peonie, torna sulle pagine virtuali di Obsidian Mirror un nuovo appuntamento con la classicissima rubrica Hyakumonogatari Kaidankai (百物語怪談会), ovvero “Cento storie del mistero”, progetto ormai di lunga data che si prefigge l'obiettivo di pubblicare una serie di cento articoli dedicati al sovrannaturale della tradizione giapponese.
Si potrebbe opinare, e immagino che qualcuno lo farà, sulla reale opportunità di inserire quella che è a tutti gli effetti una leggenda urbana in una serie come questa, ma considerato che il Teke Teke (テケテケ) è un personaggio che ha raggiunto livelli di notorietà tali da apparire ormai destinato alla memoria perpetua, mi sono detto "perché no?". In fondo, il Teke Teke non è meno creepy di quanto non possa esserlo un qualunque yōkai della millenaria tradizione giapponese e, per inciso, il suo aspetto bizzarro gli consente di reggere benissimo il confronto con uno Hyakume (百目) dai cento occhi, o con un Kasa-obake (傘おばけ), il celebre spettro a forma di ombrello. Il vantaggio, o lo svantaggio a seconda da che parte lo guardi, è che una leggenda urbana è generalmente storia recente e, in quanto tale, ha le sue buone probabilità di derivare da avvenimenti reali. In altre parole, se avete in programma un viaggio in Giappone, sarà molto più probabile imbattersi in un Teke Teke che in qualcos'altro. 

giovedì 12 novembre 2020

La ruggine ha l'odore del sangue

Kanji Nakajima. Tra quella schiera di film che potrei rivedere un milione di volte senza la certezza di aver afferrato la loro vera essenza, i suoi sono al primo posto. Il suo non è obiettivamente un cinema di facile comprensione, ma non si può dire che sia del tutto ermetico o, peggio, astruso, dunque la colpa dev’essere mia. Proverò comunque a riordinare i pensieri, a metterli nero su bianco perché anche voi, se già non lo conoscete, possiate apprezzare i lavori di questo grande e misconosciuto regista.
Tra i suoi primi due film, “Iron” (Fe, 1994) e “The box” (Hako, 2003), ci sono diversi punti in comune che un po’ tutti hanno notato; spesso, infatti, li ho visti recensiti assieme. Il primo di questi è che sarebbero entrambi parabole ecologiste, in cui la tecnologia si contrappone alla natura e apporta desolazione, ma ai miei occhi i paesaggi ibridi di Nakajima, in parte naturali e in parte artificiali, possiedono una propria strana bellezza.
Abbiamo, all’apparenza, due trame piuttosto semplici e con uno sviluppo breve. In “Iron”, ogni giorno un anziano pittore si sistema di fronte a una fabbrica allo scopo di realizzare il suo ultimo dipinto, e ogni giorno la sua tela rimane bianca. L’uomo attende infatti da tempo immemorabile un’epifania che gli restituisca l’ispirazione perduta.

mercoledì 7 ottobre 2020

A Garden Without Birds

Una decina di giorni fa, come avrete senz’altro notato, questo blog ha compromesso la sua anima dedicando, per la prima volta nella sua storia, tempo e spazio a una commedia italiana. È opportuno quindi recuperare un po’ di quella dannazione che ci spetta di diritto tornando a parlare di horror estremo. Contenti? 
L’asticella stavolta è anche posizionata piuttosto in alto rispetto ai miei standard: per dirla in due parole, siamo dalle parti di “Naked Blood” di Hisayasu Satō (recensito qui), ma con un regista che, a una prima impressione, parrebbe non essersi scomodato più di tanto nell’inventarsi una trama a sostegno delle immagini. Tutto sommato non sarebbe nemmeno una scelta sbagliata, se lo scopo del film non fosse altro che far affiorare un senso di schifo nello spettatore. Ma su questo punto torneremo prima della fine. Il mio consiglio, per voi che vi affrettate sempre a seguire i miei “consigli per gli acquisti”, è quello di tenere un sacchetto a portata di mano e utilizzarlo in caso di necessità. Un consiglio più onesto che dovrei darvi sarebbe in realtà quello di chiudere questa pagina web e tornare un’altra volta, anche se ciò renderebbe vano il mio lavoro. Your choice!

giovedì 20 agosto 2020

Insumasu o ouu Kage

In occasione del 130° anniversario della nascita del Gentiluomo di Providence, colui che come nessun altro riesce a rendere insonni le mie notti da trent'anni a questa parte, il blog solleva la serranda e apre ufficialmente il programma della nuova stagione.
Migliaia, come minimo, saranno i blog che oggi faranno lo stesso in tutto il mondo, dai blog specializzati nella letteratura fantastica ai blog generalisti, a conferma che l'eredità culturale che Howard Phillips Lovecraft, pace all'anima sua, ha lasciato alle nuove generazioni è immensa. 
Non credo serva spendere troppe parole sul personaggio, considerato che, oggi più che mai, la sua opera è divenuta oggetto di venerazione. E non credo nemmeno di sbagliami troppo se affermo che almeno uno dei suoi racconti sia presente nelle case di tutti, spesso in posizione strategica. Occorre però forse ricordare che quello sconosciuto gentiluomo del New England morì in solitudine, senza un soldo e quasi completamente ignorato dai suoi contemporanei. Ma erano evidentemente altri tempi, e il mondo allora non era ancora pronto a sopportare la sua particolare concezione dell'orrore, orrore che oggi amiamo definire "cosmico", non tanto perché caratterizzato da un intero pantheon di creature divine o semi-divine (terrestri, extraterrestri o extra-dimensionali) che regolano il suo universo fantastico, quanto per il carattere "universale" delle sue visioni.

martedì 24 marzo 2020

Ikigami, annunci di morte

Viviamo in un periodo strano, uno di quei periodi che mai avremmo immaginato potessero realizzarsi. Costretti agli arresti domiciliari da un nemico invisibile, passiamo le nostre giornate a interrogarci se quanto sta accadendo là fuori sia davvero reale o se, al contrario, sia frutto della nostra immaginazione, o peggio il risultato di un qualche complotto ordito ai nostri danni da improbabili burattinai di regime. Qualunque sia la verità, per la prima volta nel corso della nostra esistenza siamo costretti in massa a fare qualcosa che non vogliamo fare. Tutto ciò non è nemmeno lontanamente paragonabile a ciò che i nostri nonni vissero ottant'anni fa, quando fuori dalle porte di casa fioccavano le bombe, anziché dei semplici starnuti, ma il clima di incertezza è probabilmente identico. Finirà? Non finirà? Quel che è certo è che ce ne stiamo chiusi in casa e, tra un'attività e l'altra, abbiamo la possibilità di recuperare letture che probabilmente sarebbero rimaste per chissà quanto tempo ad accumular polvere sugli scaffali. Molti di noi lavorano da casa, questo è vero, e la maggior parte del tempo i soliti impegni continuano a essere prioritari, ma l'innegabile vantaggio è che siamo riusciti a tagliare i tempi morti dei trasferimenti, che nel mio caso incidono parecchio.  

lunedì 10 febbraio 2020

Kaidan Botan Dōrō (Pt.2)

Botan Doro by Yoshimi Maruyama
LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI 

“Vivere momento per momento, volgersi interamente alla luna, alla neve, ai fiori di ciliegio e alle foglie rosse degli aceri, cantare canzoni, bere sake, consolarsi dimenticando la realtà, non preoccuparsi della miseria che ci sta di fronte, non farsi scoraggiare, essere come una zucca vuota che galleggia sulla corrente dell’acqua: questo, io lo chiamo ukiyo”. - Asai Ryōi, Racconti del mondo fluttuante (Ukiyo monogatari, 浮世物語, 1661).

Le storie di fantasmi erano già un soggetto molto popolare nel folclore, nel romanzo e nel teatro giapponesi, ma fu solo durante l’epoca Tokugawa (1603-1868) che esse conobbero una nuova ripresa, emergendo come un genere letterario ben definito e ispirandosi alla letteratura popolare cinese di epoca Ming sullo stesso argomento, importata e tradotta in Giappone. L’epoca Tokugawa, che aveva segnato l’inizio di un lungo periodo di pace dopo più di un secolo di guerre feudali, fu particolarmente fertile per la vita culturale del paese e i suoi centri nevralgici, Ōsaka prima e, in seguito, Edo (oggi Tōkyō), prosperavano nel rinnovato entusiasmo per le arti e per le lettere.

giovedì 6 febbraio 2020

Kaidan Botan Dōrō (Pt.1)

Non fu un caso se, nell’ultimo articolo apparso su questo blog sotto l’etichetta “Kaidan”, mi presi la briga di dedicare ampio spazio a un personaggio decisamente di rilievo per il progetto che mi ero preso l’impegno di portare avanti.
Patrick Lafcadio Hearn, irlandese, di madre greca, è stato senza dubbio il più celebre narratore occidentale di storie di fantasmi giapponesi, ed è proprio dai suoi scritti che il mio piccolo lavoro di blogger trae ispirazione. Già a partire dal 1887, come già ebbi modo di dire, Lafcadio Hearn iniziò a sviluppare una vera e propria ossessione per la letteratura del paese che lo aveva adottato, in particolare raccogliendo frammenti di leggende, vecchie storie di fantasmi e di esseri soprannaturali, e mettendole insieme per l'entusiasmo dei lettori del magazine americano sul quale scriveva.
Stiamo parlando di un sacco di tempo fa, come avrete notato, ma non credo di andare molto lontano dalla verità affermando che, se non fosse stato per il certosino lavoro di raccolta che fece Lafcadio Hearn nel corso della sua esistenza, il mondo occidentale oggi non potrebbe vantare la stessa familiarità (o presunta tale) che ha con i fantasmi giapponesi. Quelle saghe cinematografiche divenute virali negli anni Novanta, quali “The Ring e “The Grudge”, giusto per citare i casi più emblematici, probabilmente non sarebbero state in grado di varcare i loro confini e, di conseguenza, il mondo non avrebbe potuto scrivere quel pezzo di storia del cinema horror che, a posteriori, si può ben definire fondamentale.

giovedì 6 giugno 2019

Prima neve sul Fuji (Pt.2)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI 

Un altro romanziere, Kazumi, è il protagonista di “Yumiura”. Una donna gli fa visita e gli dice di averlo conosciuto a Yumiura, dove abitava prima di sposarsi, circa trent’anni prima, snocciolando nomi e date e molti altri dettagli. Addirittura, all’epoca Kazumi le avrebbe chiesto di sposarlo, e dopo tanto tempo la donna lo ricorda ancora con molto affetto, al punto da aver intrapreso quel viaggio proprio allo scopo di poterlo rivedere e parlare con lui. Kazumi invece non ricorda affatto quella donna, e consultando un atlante non riesce nemmeno a trovare alcuna traccia di una città chiamata Yumiura nel Kyūshū. Certo, ciò che la donna racconta potrebbe essere una fantasia o il frutto di una mente malata… oppure, quello dei ricordi è un labirinto che divide le persone, e nel quale certi fatti ci sono o non ci sono accaduti a seconda che li ricordiamo o meno. Forse ciò che non conserviamo nella memoria non è mai avvenuto, ed è questo il motivo per cui non è mai possibile condividere con altri il nostro personale mondo dei ricordi. 

domenica 2 giugno 2019

Prima neve sul Fuji (Pt.1)

Il post di oggi vuole onorare un impegno preso con me stesso (ma anche con voi) molto tempo fa e poi rimasto disatteso senza un vero perché. Oggi dunque vi parlerò di “Prima neve sul Fuji”, una raccolta di racconti di Yasunari Kawabata risalente al 1958, ma resa disponibile ai lettori italiani soltanto nel 2000 da Mondadori. 
Avendo ripreso in mano questo volume a distanza di anni dalla prima lettura, mi sono reso conto che alcuni di questi racconti erano ancora ben impressi nella mia mente mentre due o tre li ricordavo appena, e fin qui nulla di strano, se non fosse che in tutti, oltre a una prosa lieve e scorrevole, sono centrali i rapporti umani e i sentimenti, non per forza amorosi, mescolati a temi come la comunione con la natura, il trascorrere del tempo, la vecchiaia e la morte, l’espressione artistica (alcuni dei personaggi principali sono scrittori e probabili alter ego dell’Autore); e questo rende ognuno di loro, anche quelli secondo me meno riusciti, a suo modo diverso e unico. Inoltre credo, anche se forse questo è un altro pensiero banale, che il ritratto dell’umanità che emerge da questi racconti sia universale ma allo stesso tempo sottolinei quelle che per noi sono le maggiori peculiarità giapponesi. 
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