On the first part of the journey
I was looking at all the life
There were plants and birds and rocks and things
There was sand and hills and rings
[…]
La rubrica Obsploitation può anche essere molto diversa da come l'ho presentata sino a ora. Se sulla sua superficie si possono scorgere strutture spesso elementari, talvolta rudimentali nella loro consistenza, altre volte l'occhio allenato può scorgere elementi inespressi, proiezioni della mente che riescono ad intaccare appena la sua superficie, senza tuttavia mai comprometterla. Non intendo, con questo, mettermi a parlare di filosofia: non è quella la mia materia di studio. Nemmeno intendo dispensare saggezza: non sono ancora abbastanza vecchio per aver imparato la grande lezione della vita. Ciò che faccio è osservare, riflettere e farneticare su un blog, di fronte ad un pubblico che, mano al telefono, si chiede se sia il caso di chiamare un terapeuta. Ho usato il termine "osservare" non per caso, visto che oggi siamo qui a inaugurare "Obsploitation Visions".
In "Visions" è principalmente il cinema, con le sue immagini, il seme da cui si origina quella babele di pensieri che, senza indugio, già da oggi mi ritrovo a mettere su carta. Immagini, nient'altro che immagini. Chiare, distinte, ma anche fortemente simboliche. Ed è da un lavoro enigmatico, esoterico e iniziatico come “The Capsule” (2012), della regista greca Athina Rachel Tsangari, un arthouse di soli 35 minuti, che ho deciso di partire.
In "Visions" è principalmente il cinema, con le sue immagini, il seme da cui si origina quella babele di pensieri che, senza indugio, già da oggi mi ritrovo a mettere su carta. Immagini, nient'altro che immagini. Chiare, distinte, ma anche fortemente simboliche. Ed è da un lavoro enigmatico, esoterico e iniziatico come “The Capsule” (2012), della regista greca Athina Rachel Tsangari, un arthouse di soli 35 minuti, che ho deciso di partire.
