lunedì 21 settembre 2026

Suicide Club

Nel corso della sua storia il Giappone ha sviluppato con la morte volontaria un rapporto complesso e per certi versi contraddittorio. Da un lato il suicidio è stato a lungo circondato da una dimensione simbolica, morale e perfino estetica che ha lasciato profonde tracce nella letteratura, nel teatro e nell'immaginario collettivo del Paese; dall'altro esso continua a rappresentare una ferita sociale aperta, un fenomeno che periodicamente riaffiora nel dibattito pubblico come sintomo di un disagio più vasto e difficile da circoscrivere. 
Quando nel 2001 Sion Sono realizza "Suicide Club" (anche noto come "Suicide Circle"), il Giappone è reduce da un decennio di stagnazione economica e di profonde trasformazioni culturali. La promessa di prosperità illimitata degli anni precedenti si è incrinata, mentre internet, la cultura pop e i nuovi modelli di comunicazione iniziano a modificare il modo in cui gli individui percepiscono se stessi e il proprio rapporto con gli altri. In questo contesto, l'immagine di cinquantaquattro studentesse che si tengono per mano e si gettano sotto un treno non costituisce semplicemente uno shock visivo destinato a catturare l'attenzione dello spettatore: è una dichiarazione di intenti. 
Sarebbe tuttavia un errore leggere il film come una riflessione sul suicidio in senso stretto. Come spesso accade nel cinema del regista giapponese, il fatto narrativo costituisce soltanto il punto di partenza di una riflessione più ampia, destinata a espandersi in molte direzioni senza mai offrire allo spettatore un approdo sicuro. Più che interrogarsi sulle ragioni che spingono qualcuno a morire, Sono sembra interessato a capire cosa significhi vivere in una società nella quale i legami umani diventano sempre più fragili e sfuggenti. 
Horror, satira sociale, mystery, pamphlet contro la cultura pop, meditazione esistenziale o semplice provocazione: a venticinque anni dalla sua uscita, "Suicide Club" continua a sfuggire a qualsiasi definizione univoca. Ed è probabilmente proprio questa sua natura irrisolta, sospesa fra significato e allucinazione, a renderlo ancora oggi uno dei film più discussi e controversi del cinema giapponese contemporaneo. 

La vicenda prende avvio quando una delle più trafficate stazioni ferroviarie di Tokyo diventa teatro di un evento destinato a sconvolgere l'intero paese. Cinquantaquattro studentesse delle scuole superiori, apparentemente senza alcun legame tra loro, si tengono per mano e si gettano sotto un treno in arrivo. Il massacro segna soltanto l'inizio di una lunga sequenza di suicidi collettivi che nel giro di pochi giorni si diffonde come un'epidemia attraverso il Giappone. A indagare sul caso è il detective Kuroda, affiancato da alcuni colleghi incapaci quanto lui di trovare una spiegazione razionale a quanto sta accadendo. Non emergono rivendicazioni, non esiste una motivazione politica, non sembrano esserci organizzazioni terroristiche o sette religiose coinvolte. L'unico elemento ricorrente è la comparsa di una misteriosa pagina web che registra in tempo reale il numero delle vittime attraverso una sequenza di punti rossi e bianchi il cui significato rimane inizialmente oscuro. 
A complicare ulteriormente il quadro intervengono una serie di telefonate enigmatiche, un gruppo di bambini che sembrano sapere più di quanto dovrebbero e soprattutto le canzoni di una popolare idol band chiamata Dessart, la cui presenza aleggia sulla vicenda come un'ombra inquietante. 
Man mano che l'indagine procede, tuttavia, diventa sempre più evidente che il mistero non è destinato a trovare una soluzione convenzionale: ogni nuova pista si apre infatti su interrogativi ancora più profondi, mentre la narrazione abbandona progressivamente i territori del poliziesco per inoltrarsi in quelli dell'allegoria, del simbolismo e dell'incubo.

Chi cerca una trama lineare rischia quindi di trovarsi spiazzato. Sion Sono semina indizi, costruisce connessioni apparenti e introduce elementi che sembrano destinati a convergere in una spiegazione finale per poi sottrarli improvvisamente allo spettatore. È una strategia che ha fatto discutere molti critici e che ancora oggi divide il pubblico tra chi considera "Suicide Club" un'opera straordinariamente audace e chi invece lo ritiene volutamente criptico oltre ogni necessità. Personalmente credo che giudicare il film sulla base della sua capacità di risolvere il mistero significhi fraintenderne completamente le intenzioni. 
Il vero oggetto dell'indagine non sono infatti i suicidi, bensì il vuoto che li precede. Kuroda cerca una causa, un colpevole, una logica nascosta dietro gli eventi, ma Sono sembra suggerire che la domanda corretta sia un'altra: non "perché stanno morendo?", bensì "che cosa manca nelle loro vite perché una simile tragedia possa accadere?". È una differenza sottile ma fondamentale, e costituisce il punto in cui il film smette di essere un horror e diventa una riflessione sull'identità, sull'appartenenza e sulla fragilità dei legami umani nella società contemporanea.

Se la sceneggiatura procede secondo una logica volutamente frammentaria e sfuggente, lo stesso si può dire dell'apparato visivo. "Suicide Club" non è un film particolarmente raffinato dal punto di vista tecnico, né credo ambisca a esserlo. La fotografia di Noboru Shinoda appare spesso fredda, spoglia, quasi televisiva, soprattutto nelle sequenze ambientate negli uffici della polizia o negli anonimi spazi urbani attraversati dai personaggi; una scelta che a qualcuno potrà sembrare povera o datata, ma che a mio parere contribuisce a rafforzare il senso di alienazione che permea l'intera opera.
Tokyo non viene mai mostrata come la metropoli luminosa e futuristica che il cinema occidentale ama raccontare: è invece una città grigia, impersonale, attraversata da individui che sembrano muoversi l'uno accanto all'altro senza entrare realmente in contatto.
Quando invece il film abbandona il realismo per addentrarsi nei territori del simbolismo, l'immagine assume improvvisamente una qualità quasi allucinatoria. Sion Sono alterna scene di quotidianità apparentemente ordinaria a improvvise esplosioni di violenza grottesca, creando un contrasto che destabilizza continuamente lo spettatore. Emblematica, in questo senso, è la sequenza iniziale nella stazione di Shinjuku: il sangue che invade la banchina non viene mostrato soltanto come conseguenza fisica della tragedia, ma diventa una sorta di macabra pennellata astratta, un'immagine impossibile da dimenticare che annuncia immediatamente l'intenzione del regista di operare più sul piano simbolico che su quello realistico.


Ancora più interessante è il lavoro svolto sul versante musicale: uno degli aspetti più inquietanti di "Suicide Club" risiede infatti nel contrasto costante tra ciò che vediamo e ciò che ascoltiamo: alla brutalità di molte situazioni fanno spesso da contrappunto melodie leggere, canzoni pop apparentemente innocue e motivetti orecchiabili che sembrano provenire da un universo completamente diverso. Al centro di questo dispositivo troviamo, come accennato in precedenza, le Dessart, idol adolescenti che incarnano alla perfezione l'immaginario della cultura pop giapponese dei primi anni Duemila.
Sarebbe fin troppo facile leggere la loro presenza come una semplice critica all'industria dell'intrattenimento; certo, il film suggerisce più volte come i media e la cultura delle celebrità possano influenzare i comportamenti collettivi, ma credo che il discorso di Sono sia più ampio. Le Dessart rappresentano piuttosto un bisogno, offrono ai loro fan qualcosa a cui appartenere, un'identità condivisa, un linguaggio comune; in altre parole, offrono una connessione, ma che tale connessione sia autentica o illusoria è precisamente una delle domande che il film pone allo spettatore. Non è un caso che molte delle scene più surreali siano costruite proprio attorno alla musica: pensiamo alle apparizioni di Genesis o ai numeri musicali che interrompono improvvisamente la narrazione. In un film tradizionale questi momenti apparirebbero fuori posto, ma in "Suicide Club" sembrano  emergere naturalmente dalla stessa logica onirica che governa il racconto. La musica non accompagna semplicemente le immagini: le commenta, le contraddice e talvolta sembra addirittura deriderle. 
È proprio nell'incontro fra queste componenti, una fotografia volutamente ordinaria e una colonna sonora straniante, che il film riesce a generare il proprio caratteristico senso di disagio. Lo spettatore non viene spaventato attraverso i meccanismi classici dell'horror, ma attraverso una continua sensazione di disallineamento, dove qualcosa non torna mai del tutto: le immagini sembrano troppo normali per ciò che raccontano, mentre la musica appare troppo leggera per ciò che accompagna. E in quello scarto, in quella persistente sensazione che il mondo rappresentato abbia smesso di funzionare secondo regole comprensibili, si nasconde forse il vero orrore immaginato da Sion Sono.

Chi fosse interessato ad approfondire alcuni dei temi emersi nel film potrebbe inoltre trovare interessanti altri articoli pubblicati in passato su queste pagine. Penso anzitutto a "The Suicide Manual", riflessione sul fenomeno dei manuali del suicidio e sul rapporto tra cultura giapponese e morte volontaria, ma anche alla serie di articoli battezzati "Karma, colpa e fine vita", nei quali il tema viene affrontato attraverso opere come "Plan 75" e "La ballata di Narayama", esplorando il complesso intreccio tra etica, società e tradizione. Un collegamento meno immediato ma altrettanto significativo può essere individuato nei vari capitoli della serie coreana "Whispering Corridors", che utilizzano l'horror scolastico per interrogarsi sulle dinamiche di gruppo, sulla pressione sociale e sul disagio giovanile. Anche "The Sylvian Experiment", pur muovendosi in territori differenti, condivide con il film di Sion Sono l'interesse per quei meccanismi invisibili che condizionano il comportamento umano e mettono in discussione l'autonomia dell'individuo.
Percorsi diversi, opere diversissime tra loro, ma accomunate da un medesimo interrogativo: che cosa spinge un individuo a recidere il legame con il mondo, con gli altri o persino con se stesso? "Suicide Club" non offre una risposta, forse non ci prova nemmeno, ma nel formulare la domanda riesce ancora oggi a conservare una forza perturbante che il tempo non sembra aver minimamente scalfito.



lunedì 14 settembre 2026

Uoht, Carcosa e l'ombra di Skyfall

Come promesso la volta scorsa, rimettiamo mano su questa serie di post dedicati alla mitologia in giallo, ripartendo più o meno dall’inizio, ovvero dalle tracce lasciate da Robert W. Chambers all'interno del suo racconto “Il Riparatore di Reputazioni”. Quando lo lessi per la prima volta, ormai molti anni fa, non potei far altro che mettermi a fantasticare sulla natura di quel testo proibito che, una volta aperto, sembrava alterare in modo irreversibile la percezione della realtà da parte del suo lettore. 
Dopo aver attraversato antologie, racconti e reinterpretazioni che hanno progressivamente ampliato il territorio abbozzato da Chambers, mi ritrovo a guardare quel racconto con occhi diversi, non perché il testo sia cambiato (le parole sono sempre quelle), ma forse perché, semplicemente, ho imparato a leggere meglio tra le righe, in particolar modo ho iniziato a dare importanza a taluni aspetti presenti nel testo sotto forma di frammenti, nomi gettati qua e là senza spiegazioni, allusioni prive di contesto, tessere di un mosaico che nessuno, nemmeno Chambers, sembrava intenzionato a completare. 

martedì 8 settembre 2026

Dieci anni dopo, di nuovo in classe

Esistono opere che nascono da premesse talmente assurde da risultare impossibili da dimenticare. Assassination Classroom appartiene senza dubbio a questa categoria. A dieci anni dalla trasposizione anime, Korosensei e la classe 3-E tornano sul grande schermo con Assassination Classroom - L'ora di tutti noi, lungometraggio che porta per la prima volta in animazione alcune storie tratte dal manga originale. Di seguito il comunicato stampa ufficiale, che ricevo e volentieri pubblico sul blog.

* * *

Il film di animazione “Assassination Classroom - L’ora di tutti noi” di Masaki Kitamura arriverà al cinema grazie a Eagle Pictures in collaborazione con Yamato Video come evento speciale il 14, 15 e 16 settembre. Il grande schermo si prepara ad accogliere per tre giorni uno dei professori più strambi, irresistibili e amati dell’animazione giapponese: Korosensei, l’inconfondibile creatura gialla dai tentacoli capace di muoversi a velocità Mach 20. 
Il film celebra il decimo anniversario dell’anime “Assassination Classroom” con nuove e inedite avventure tratte dal manga originale e mai trasposte prima in animazione, proponendo nuovamente tutti gli ingredienti che hanno decretato il successo della saga: comicità surreale, ritmo adrenalinico e momenti di sincera emozione che hanno reso indimenticabile il rapporto tra Korosensei e i suoi studenti.

martedì 1 settembre 2026

Kiss Phantoms

In memoria di Ace ‘Spaceman’ Frehley (1951-2025) 

Ci sono in giro film decenti, film tutto sommato carini, film belli, avvincenti, emozionanti, profondi, divertenti, sorprendenti, qualche indiscusso capolavoro e anche alcuni rarissimi film che trascendono la perfezione. Nessuno tra questi aggettivi può però essere attribuito a “Kiss Phantoms”, nome con il quale è stata distribuita in Italia una delle più clamorose croste cinematografiche mai girate dai tempi dei fratelli Lumière. Perché allora sono qui a parlarne? Semplicemente perché capita che quando un film tocca il fondo e inizia a scavare la terra, la situazione può ribaltarsi di 360° ed entrare nel mito. 
È successo a “Plan 9” di Ed Wood ed è successo a “Kiss Phantoms” (1978) di Gordon Hessler, un regista che sicuramente non avete mai sentito nominare e che potete tranquillamente continuare a ignorare come avete fatto finora. 
Ad ogni modo, mentre sta girando qualche episodio dei CHiPs (questi però ve li ricordate, no?), il nostro Gordon Hessler viene contattato dalla Hanna-Barbera Productions, quella di Scooby-Doo e dei Flinstones, per realizzare un film per la tivù che diventerà negli anni oggetto di culto per i fan della band statunitense senza dubbio più popolare della storia del rock. 

mercoledì 26 agosto 2026

Appunti per un ritorno a Carcosa

Quando, circa tredici anni fa, sulle pagine di The Obsidian Mirror comparvero i primi articoli dedicati agli Yellow Mythos, la mia intenzione era piuttosto semplice: seguire alcune tracce lasciate da Robert W. Chambers e dai suoi predecessori per comprendere come un'opera apparentemente marginale della narrativa fin de siècle fosse riuscita a esercitare un'influenza così persistente sull'immaginario weird. 
Con il passare del tempo, tuttavia, quella che sembrava una ricognizione letteraria si è trasformata in qualcosa di diverso. Ogni tentativo di chiarire un elemento del mito conduceva infatti a nuove connessioni, a nuove fonti e, soprattutto, a nuove domande: Carcosa, il Lago di Hali, il Segno Giallo e il dramma proibito evocato da Chambers si sono rivelati non solo i frammenti di una costruzione coerente, ma anche e soprattutto i punti di accesso a una rete di influenze e stratificazioni culturali estesa ben oltre le poche pagine pubblicate in quel lontano 1895. Nel corso degli anni il percorso si è arricchito di opere riscoperte, studi specialistici e contributi provenienti da una comunità internazionale di studiosi e appassionati. Eppure, proprio l'abbondanza del materiale emerso ha reso ancora più evidente una caratteristica fondamentale degli Yellow Mythos: la loro apparente incapacità di cristallizzarsi in una forma definitiva. Forse è proprio per questo che vale la pena tornare ancora una volta sulle rive del Lago di Hali. Non per cercare oggi la soluzione di un enigma destinato probabilmente a rimanere aperto, ma per osservare come il mito si sia trasformato nel tempo e quali prospettive siano emerse lungo il cammino. 

mercoledì 12 agosto 2026

Traditi dalla fretta #49

Bentornati su The Obsidian Mirror. Riprendiamo il filo del discorso con un nuovo appuntamento della rubrica "Traditi dalla fretta", uno spazio che ormai conoscete bene e che serve a recuperare quelle segnalazioni che rischiano di perdersi nel flusso degli eventi. Sebbene in questo periodo le mie spese per i libri si siano ridotte ai minimi storici, la curiosità per le gemme del fantastico non è venuta meno. Inoltre, nonostante le tempistiche dilatate che ormai caratterizzano questa più recente stagione del blog, la carne al fuoco è sempre molta e di ottima qualità. 
Iniziamo con un tuffo nella nostalgia cinematografica grazie alla Notte Horror 2026, l’iniziativa multi-blog che celebra le storiche maratone televisive di Italia 1, proponendo recensioni e approfondimenti sul cinema horror fino a metà settembre.  Vi segnalo inoltre la mia recente intervista su Il Zinefilo, dove insieme a Lucius Etruscus ho ripercorso le origini del mio rapporto con la fantascienza, partendo dal terrore infantile per i dischi volanti della serie "UFO".
Il cuore di questo post è però dedicato alla carta stampata e al recupero di classici straordinari. Il nuovo numero di Zothique si tinge di giallo per celebrare Robert W. Chambers e il suo Re in Giallo, offrendo non solo approfondimenti critici ma anche tre racconti inediti in Italia che mostrano il lato più inquietante e lovecraftiano dell'autore. Altrettanto affascinante è il debutto di Onirika, una rivista che si propone come un vero viaggio nel tempo attraverso sette classici dimenticati del weird e del fantastico, spaziando da minacce tentacolari di fine Ottocento a visioni fantascientifiche apparse su Amazing Stories negli anni '30. Infine, per gli amanti del gotico più puro, segnalo la riscoperta di John Urban Nicolson con il romanzo Le Dita Gelide della Paura. Sit ratta di un'opera del 1937 che mescola con maestria vampirismo, licantropia e maledizioni ancestrali, un titolo così efficace da essere stato inserito da Karl Edward Wagner tra i migliori romanzi horror di sempre. Il sipario su Traditi dalla fretta si alza di nuovo: ecco tutto quello che dovete sapere per non smarrirvi nel buio

martedì 14 luglio 2026

La bimba di Satana

E anche quest’anno, come accade puntualmente da tredici anni a questa parte, casco con tutti e due i piedi in questo “malsano” progetto multi-blog noto come “Notte Horror”, a imperitura memoria delle omonime maratone televisive che accompagnavano quelle lontane serate d’estate di cui probabilmente solo i più grandicelli si ricordano. Ammetto che quest’anno per un attimo avevo anche pensato di dare forfait, ma poi ho pensato che, essendo di questa cosa (mio malgrado) l’organizzatore, sarebbe stato brutto non partecipare. E così eccomi di nuovo qua. 
Nelle scorse due edizioni decisi, per poi pentirmene, di scegliere il tema del post prima di accingermi alla visione, per poi realizzare che avrei dovuto inventarmi qualcosa di sensato da dire su film completamente privi di senso e dove la noia aveva regnato sovrana. Quest’anno ho fatto il contrario. Ho scelto il primo film che mi è capitato sottomano (nel rispetto delle regole del gioco), me lo sono guardato, l’ho ugualmente trovato noioso e privo di senso, ma per pigrizia (o per paura di cadere dalla padella nella brace) ho deciso di fermarmi su quello. Proverò quindi a scriverne e vada come vada. 

lunedì 15 giugno 2026

The coffee table

Porca puttana. Anzi, dirò di più. Puttana troia. È tutto quello che mi viene da dire nel momento in cui lo schermo diventa scuro e il sipario si chiude su questa visione che mi ha scatenato per un’ora e mezza di fila un rilascio di adrenalina tale da farmi dubitare della salute del mio povero muscolo cardiaco, già provato da anni di body-horror, torture porn, shockumentary e gore/splatter di ogni tipo. E pensare che, quando mi si prospetta un po’ di shock cinema, io non sono certo il tipo che si tira indietro. Anzi, sono uno che si è visto tutta la saga dei Guinea Pig giapponesi con un sacchetto di popcorn in mano e il sorriso sulle labbra. Eppure, il controllo dell’ansia rimane il mio punto debole. Mettimi di fronte anche a una commedia romantica dove c’è un tipo che rischia di essere scoperto a prendere il caffè con una tipa che non è la fidanzata e io vado subito in paranoia. Non parliamo poi di quando in un film compare un cane, un gatto o un altro animale d’affezione che, come da copione, so essere stato messo lì apposta per fargli fare una brutta fine. E, nonostante il titolo vi faccia un vago riferimento, c’è molto più di un semplice caffè in questo “The coffee table” (2002), titolo internazionale di “La mesita del comedor”, una commedia nera diretta da Caye Casas, che ha curato anche la sceneggiatura insieme a Cristina Borobia

sabato 11 aprile 2026

15 anni di blog

Sembra ieri. No, ma che che dico? Manco per le palle sembra ieri. Sono passati 15 anni da quel piovoso pomeriggio di aprile quando, complice la noia, decisi di alzare il sipario su quella che al tempo ritenevo essere un’avventura della durata di un paio di anni al massimo. 
Ne sono passati quindici, invece. Avevo 43 anni, praticamente un pischello tardo adolescente, mentre oggi mi ritrovo con i capelli bianchi e con l’occhio fisso sul calendario, a contare i giorni che mancano alla pensione.
Sono stati anni di alti e bassi, nella vita reale così come in quella digitale, come è normale che sia. Ho affrontato matrimoni (il mio) e funerali (di amici, parenti e animali domestici), traslochi e viaggi di ogni tipo e destinazione, ma il tempo e la voglia di rispettare le scadenze del blog non sono mai mancate, almeno fino a ieri. 

sabato 4 aprile 2026

J-horror Theatre #6: Kyōfu

Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nel cosiddetto fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”, rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno.

sabato 28 marzo 2026

J-horror Theatre #5: Kaidan

Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nel cosiddetto fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”, rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno.

sabato 21 marzo 2026

J-horror Theatre #4: Sakebi

Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nel cosiddetto fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”, rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno.

sabato 14 marzo 2026

J-horror Theatre #3: Rinne

Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nel cosiddetto fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”, rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno.

sabato 7 marzo 2026

J-horror Theatre #2: Yogen

Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nel cosiddetto fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”, rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno.

sabato 28 febbraio 2026

J-horror Theatre #1: Kansen

Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nel cosiddetto fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, "Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”, rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno. 

lunedì 26 gennaio 2026

Urbs Sanguinum e altri racconti dal XXXI trofeo RiLL

Ancora una volta, anche se con qualche settimana di ritardo rispetto ai miei abituali standard, nella programmazione del blog di gennaio trovano il loro spazio i racconti del Trofeo RiLL, giunto oggi alla sua trentunesima edizione. La formula, come già altre volte ho riferito, è sempre la stessa dal 1994, anno in cui venne bandito per la prima volta il concorso letterario omonimo per il miglior racconto fantastico, i cui primi cinque classificati finiscono dritti sull'
annuale antologia "Mondi incantati" curata dall’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare ed edita da Acheron Books.
Numeri importanti (anche se non da record) anche per l'edizione 2025, che ha visto piombare sul tavolo dei selezionatori un totale di 437 racconti, dai quali, impossibile potesse accadere il contrario, ne sono usciti vincitori prodotti di alta qualità.
L'antologia in questione prende il titolo dal racconto vincitore "Urbs Sanginum" di Emanuele Arciprete, libraio napoletano con il pallino del cinema, della poesia, della fotografia e con un interesse crescente nei confronti della narrativa fantastica che lo ha portato a partecipare e a vincere (sbaragliando al primo colpo la concorrenza) uno dei trofei più ambiti, il RiLL, che più volte in passato è stato trampolino di lancio per giovani autori che oggi, seppur nella nicchia del genere, sono conosciuti e riconosciuti come esempi di successo ed esempi da seguire.

mercoledì 7 gennaio 2026

Traditi dalla fretta #48

Come da qualche tempo è diventa tradizione, il post di esordio del nuovo anno appartiene alla serie "Traditi dalla fretta", rubrica generalmente bimestrale (salvo mie mancanze) in cui metto ordine nella mia wish list, tra cose che ho comprato, che sto per comprare, e che probabilmente comprerò appena ne avrò modo. L'idea iniziale di questa rubrica era in realtà un filino diversa, ma non  mi dispiace che sia finita per prendere questa piega, anche perché mi sono reso conto che non c'è un modo più semplice, almeno per me, di prendere nota (e poi ricordarmene) delle letture sulle quali vorrei gettarmi il prima possibile.
Vero è anche che, come accennato nel post precedente, ho iniziato da qualche tempo a dedicarmi a letture cosiddette "classiche", andando a ripescare anche tomi di proporzioni inaudite che avevo sempre visto come ostiche e pertanto colpevolmente trascurate, me vero è anche che alternare letture di un certo tipo con altre, diciamo così, più leggere, è un buon modo per procedere spedito.
Purtroppo la Befana è ormai arrivata (e se ne pure già andata) e i miei giorni di ferie sono ormai nulla di più che un bel ricordo, portavi via definitivamente dall'epifanica strega legata ai riti pagani del raccolto (anche se alcuni si ostinano ad associarla alla più confortante ricorrenza nota come Adorazione dei Magi). Da oggi non mi resta che un paio di manciate di carbone trovate in una calza e una sequenza di brevi weekend che dovranno bastarmi fino alla prossima estate. Me ne farò una ragione. Che altro posso fare?
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