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lunedì 16 settembre 2019

Invisibili: Touch me not

Tell me how you loved me, so I understand how to love. (Adina Pintilie)

Il tema dell'intimità umana e del rapporto che abbiamo con i nostri corpi e con i corpi degli altri è affascinante. Avete mai riflettuto sulla questione della "pelle"? Quella sensazione inspiegabile per la quale la sola idea di avvicinarvi fisicamente a una persona vi disturba, anche se tale persona oggettivamente rientra nei canoni universali di bellezza? Qualcuno la chiama chimica, anche se non so se è la parola giusta.
Stiamo parlando di un film che mette in scena situazioni al limite del grottesco, offrendo la scena ad attori non professionisti che qualche opinione in proposito ce l'hanno, specie quelli tra loro che soffrono di menomazioni fisiche talmente gravi dal renderne difficilmente sopportabile anche la sola vista.

venerdì 21 giugno 2019

Invisibili: la sindrome di Dio

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Nella prima parte di questo articolo abbiamo fatto la conoscenza di Dante Remus Lăzărescu, un uomo che, oltre a essere completamente solo al mondo, è anziano, vedovo, povero, malato, fisicamente e psicologicamente uno sfacelo, mezzo alcolizzato e definitivamente privo di prospettive.
Sull’invisibilità che un qualsiasi signor Lăzărescu possa sperimentare nel nostro mondo reale credo non ci sia da dubitare, ma ci sono dei casi in cui l’invisibilità trascende la solitudine e tutti gli altri parametri appena elencati e trascina nel suo vortice anche noi (o voi) che pensiamo (pensate) di essere ben integrati nella nostra (vostra) comunità. Uno di questi casi credo l’abbiate vissuto anche voi se, almeno una volta nella vita, avete dovuto ricorrere alle cure di un pronto soccorso (non importa se come pazienti o come accompagnatori): sicuramente vi sarete trovati in quella tipica situazione kafkiana in cui vi fanno accomodare da qualche parte e lì vi fanno rimanere, senza mai dare un cenno di vita per una decina di ore (in codice verde o, peggio, in codice bianco, le prospettive di uscire dall’incubo il giorno stesso tendono inoltre drammaticamente allo zero). L’esempio del pronto soccorso (ma avrei potuto riferirmi a qualsiasi altro ufficio pubblico) non è casuale, perché Dante Lăzărescu, esattamente come il “ghibellin fuggiasco” (cit.) suo omonimo, di ospedale in ospedale vivrà un inferno al cui confronto persino la sua stanca e lenta vita da emarginato sociale gli parrà rosea.

martedì 18 giugno 2019

Invisibili: la morte della dignità

Ci sono diverse cose che mettono angoscia quando si parla di solitudine, e non sto parlando solo di quanto sia spiacevole, per coloro che rientrano in questa categoria, andare al ristorante da soli, andare al cinema da soli o trascorrere le feste comandate senza la compagnia di qualcuno di particolarmente caro.
Uno degli aspetti a mio modo di vedere più terrificanti è dover affrontare in solitudine le grandi tragedie della vita, la malattia, il declino e in ultimo la morte. Vi sembrerò macabro, ma ricordo che rimasi fortemente impressionato quando, molti anni fa, venni a sapere che una persona che avevo avuto modo di conoscere per questioni di lavoro (un cliente di non ricordo quale località del ponente ligure) era stata trovata nel suo letto, morta da due settimane.
Ecco, morire in solitudine è una cosa che non vorrei mai mi capitasse. Non che ci sia molta differenza, direte voi tirando le opportune somme. In fondo, quando arriva il momento di andarsene poco importa ciò che è avvenuto negli istanti precedenti. È un discorso piuttosto irrazionale il mio, lo ammetto, considerando che nessuno mai è tornato a raccontarci com’è andata.
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