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lunedì 5 ottobre 2026

La letteratura del "No"

Come spesso mi accade, dalla visione di un film è scaturita una riflessione letteraria che mi ha tenuto compagnia per qualche giorno, fino a convincermi a portarla qui sul blog, una riflessione attorno al tema del “rifiuto” e, per estensione, della “fuga”. Mi sono accorto che in molte storie la fuga non nasce tanto dal desiderio di lasciarsi alle spalle un problema, quanto dal rifiuto della vita che si sta vivendo: la famiglia, il lavoro, le convenzioni, perfino il ruolo che gli altri ci hanno assegnato. È una definizione ancora molto approssimativa di quella che lo scrittore spagnolo Vila-Matas ha chiamato «letteratura del No», ma forse conviene partire proprio dal film che ha fatto nascere questa riflessione, ovvero “Wakefield - Nascosto nell'ombra”. 
Quello di Robin Swicord è un film del 2016 incentrato su un uomo, Howard Wakefield (Bryan Cranston), che un giorno qualsiasi decide, senza apparente motivo, di non rientrare a casa e da lì in avanti vive per svariati mesi nella rimessa che si trova proprio di fronte alla comoda casa borghese dove abitava prima con la famiglia; una fuga, dal punto di vista fisico, solo di pochi metri, ma decisamente più drastica sotto qualunque altro aspetto la si voglia guardare. La narrazione procede focalizzandosi sulla sua lotta per sopravvivere, sul suo contendersi la spazzatura con una banda di stranieri specializzata in sottrazione di rifiuti e sulla sua ammirevole sopportazione, in solitudine, del freddo, del caldo, della fame e della malattia. 

lunedì 13 maggio 2024

La Grande Abbuffata: sugli aspetti psicologici e relazionali (Pt.2)

Come “301, 302”, anche “La vegetariana” (Lim Woo-Seong, 2009), tratto dall'omonimo libro di Han Kang, narra di una donna che rifiuta il cibo e (sarà un caso) anche questo film arriva dalla Corea. Ne avevo già parlato in passato, anticipando per forza di cose anche gran parte della trama, ma soltanto la lettura del romanzo avvenuta a posteriori mi ha permesso una visuale completa della storia così come la sua autrice l’aveva concepita in origine. 
La vita di Yeong-Hye, stravolta da un sogno, è l’odissea di una persona il cui rifiuto del cibo simboleggia quello delle costrizioni sociali, della famiglia e infine di se stessa in quanto essere umano, fatto di carne e sangue, così lontana dalla purezza placida e indifferente del mondo vegetale: Yeong-Hye finirà per essere rifiutata a sua volta, riuscendo a mantenere un flebile legame umano solo col cognato, un legame che però è al limite dell’abuso. Anche in questo caso non può esserci un lieto fine, non come noi ce l’immaginiamo (“e vissero felici e contenti...”). 

venerdì 24 marzo 2017

La vegetariana

«Ho fatto un sogno» dice Yeong-hye, e da quel sogno di sangue e di boschi scuri nasce il suo rifiuto radicale di mangiare, cucinare e servire carne, che la famiglia accoglie dapprima con costernazione e poi con fastidio e rabbia crescenti. È il primo stadio di un distacco in tre atti, un percorso di trascendenza distruttiva che infetta anche coloro che sono vicini alla protagonista, e dalle convenzioni si allarga al desiderio, per abbracciare infine l’ideale di un’estatica dissoluzione nell’indifferenza vegetale. La scrittura cristallina di Han Kang esplora la conturbante bellezza delle forme di rinuncia più estreme, accompagnando il lettore fra i crepacci che si aprono nell’ordinario quando si inceppa il principio di realtà – proprio come avviene nei sogni più pericolosi. 

Quella che avete appena letto è la sinossi di “Chaesikjuuija”, romanzo del 2007 dell’autrice coreana Han Kang pubblicato da Adelphi nel 2016 con il titolo “La vegetariana”. Non è un argomento nuovo per il blog, quello di “Chaesikjuuija”, visto e considerato che già in tempi non sospetti, quando Obsidian Mirror aveva da poco aperto i battenti, pubblicai una (acerba) recensione dell’adattamento cinematografico che ne fece il regista coreano Lim Woo Seong due anni dopo la prima edizione coreana del romanzo. Quando vidi quel film, senza nemmeno sapere che vi fosse un romanzo alle spalle, pensai che accostare il vegetarianismo alla schizofrenia fosse un passo falso, un clamoroso scivolone del regista, ma ora mi rendo conto che è proprio quel presupposto a fornire alla storia una profondità del tutto particolare.
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