Werner Herzog è un cineasta che ho sempre frequentato sporadicamente e senza particolare trasporto, tuttavia ho molto apprezzato uno dei suoi lavori degli anni ’70, e se sono qui a parlarne è perché lo trovo molto particolare, anzi, a mia memoria un unicum. Si tratta di uno dei film più sperimentali di Herzog, uno dei più sperimentali che io abbia mai visto e forse anche uno dei più sperimentali, in assoluto, della storia del cinema, non tanto nella tecnica e nella resa visiva (su cui comunque varrà la pena spendere due parole, perché è notevole), ma nella direzione del cast e della storia, che il regista lascia fluire direttamente dalla psiche degli attori: “Cuore di Vetro” (Herz Aus Glas, 1976).
Un villaggio della Bavaria, nel XIX secolo, deve la sua fortuna alla produzione di un vetro di un brillante rosso rubino. Quando il mastro vetraio muore, portando con sé il segreto del misterioso ingrediente che dà al vetro la sua peculiare colorazione, tutto precipita. Il giovane padrone della fabbrica si affanna inutilmente, fino alla follia, per recuperare la formula segreta; i contadini e gli artigiani, già avviliti da vite stanche, sembrano in apatica attesa della catastrofe, coincidente dapprima con la fine del benessere e poi con qualcosa di forse ancora più funesto.