Visualizzazione post con etichetta Classic Rock. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Classic Rock. Mostra tutti i post

lunedì 11 gennaio 2016

Ashes to ashes

Oggi sarebbe dovuto essere il giorno del rientro: stamattina era infatti programmato il post con cui questo blog avrebbe riaperto i battenti dopo la lunga pausa natalizia e salutato questo 2016 pieno di aspettative. Ma poi mi sono alzato, ho acceso il notiziario e improvvisamente tutto quanto avevo immaginato ha perso di significato. La scomparsa di David Bowie è una di quelle cose che lasciano il segno, sicuramente la notizia più infausta che questo inizio di anno avrebbe potuto portarmi. 
Come molte persone della mia generazione, feci il mio primo incontro con il Duca Bianco nel 1983 quando, volente o nolente, non potei fare a meno di essere risucchiato dal successo mondiale di "Let's Dance". Non fu in quell'occasione però che me ne innamorai: quello successe  dopo, un paio di anni più tardi, quando, lo ricordo come fosse ora, mi sintonizzai a tarda sera su un canale radiofonico che aveva programmato uno speciale sulla carriera della popstar britannica. In poche ore recuperai tutto quello che c'era da recuperare, dagli esordi con Space Oddity e Hunky Dory all'era di Ziggy Stardust, dal successo di Alladin Sane  al concept orwelliano Diamond Dogs, lungo altri momenti significativi chiamati Young Americans e Station to Station. Il vero colpo di fulmine arrivo però con la celebre trilogia di Berlino, composta da tre album realizzati con il supporto di Brian Eno tra il 1977 e il 1979, vale a dire Low (ad oggi il mio preferito), Heroes e Lodger. Il seguente Let's Dance (e ancora di più il successivo Tonight, che all'epoca odiavo ma che poi ho ampiamente rivalutato) era quindi solo la punta di un iceberg dalle dimensioni spropositate che fino a quel giorno avevo ignorato.

domenica 25 maggio 2014

When the music's over

"Il film inizierà fra cinque minuti" annunciò la voce vacua. "Chi è senza posto aspetterà il prossimo spettacolo." Entrammo nella sala in fila, indolenti. L'auditorio era vasto e silenzioso. 
Ci sedemmo, nel buio, la voce continuò: 
"Il programma di stasera è un ripasso, l'avete visto e rivisto. 
È la vostra nascita, vita e morte. Vi ricorderete ogni parte. 
Avete avuto un buon mondo morendo? 
Abbastanza da farci un film?" 
Jim, oggi è il tuo compleanno. Che ne dici se continuiamo un'altra sera? Mi abbassi un altro po' le luci? Come mai non ci sono anche i Doors in questa cosa? Niente musica, niente Doors. Su, incidiamo. Partito.
Siete riusciti a entrare? Siete riusciti a entrare? 
Siete riusciti a entrare? 
La cerimonia sta per cominciare. 
Vi dirò dell'angoscia e della perdita di Dio. 
Vagando nella notte disperata. 
Qui fuori, nel perimetro, non ci sono stelle. Qui siamo strafatti, immacolati.

domenica 27 ottobre 2013

Goodbye Mr. Lou Reed

Satellite's gone up to the skies. Addio vecchio satanasso del rock! Addio poeta maledetto! Addio colonna sonora della mia vita! Il mio cuore oggi sanguina e  non si capacita di come potrà essere il mondo a partire da domani, ora che uno dei suoi maggiori poeti se n'è andato. Lou Reed è morto oggi, all'età di 71 anni. Lo ha annunciato il sito della rivista musicale Rolling Stone che non ha voluto precisare la causa della morte. La notizia, confermata poco dopo dal suo agente, sta rimbalzando ovunque in rete e, nel mio piccolo, anch'io ci tengo a dare il mio omaggio ad un artista che, come pochi altri, ha saputo rubarmi il cuore. Non mi perderò, come succede di solito in questi casi, a riportare cenni biografici. Questo blog non è una testata giornalistica e, come tale, non ha come obiettivo principale quello di fare cronaca. Chi conosceva Lou Reed non certo ha bisogno di questo blog per piangerlo. Chi non lo conosceva troverà sicuramente altrove quello che cerca. Lasciatemi solo spendere poche parole per ricordare colui "che camminava sul lato selvaggio della strada", colui che aveva dipinto la sua città, New York, come nessun altro, né prima né dopo di lui, era riuscito a fare. Conobbi la musica di Lou Reed qualcosa come 25 anni fa, negli stessi anni in cui sul piatto del mio giradischi imperversavano anche David Bowie e Iggy Pop. Ormai è passata davvero un'eternità.

domenica 31 marzo 2013

Easter (we shall live again)

“I am the spring, the holy ground, the endless seed of mystery, the thorn, the veil, the face of grace, the brazen image, the thief of sleep, the ambassador of dreams, the prince of peace. I am the sword, the wound, the stain. Scorned transfigured child of Cain. I rend, I end, I return. Again I am the salt, the bitter laugh. I am the gas in a womb of light, the evening star, the ball of sight that leads that sheds the tears of Christ dying and drying as I rise tonight." cantava una giovane artista newyorkese nel lontano 1978. Quale migliore occasione del giorno di Pasqua, quindi, per riproporre, a 35 anni di distanza, quegli intramontabili versi? Era da un po’ che mi prudeva sotto i polpastrelli la voglia di scrivere qualcosa su un grande classico del rock. Il dubbio era cosa scrivere, di chi scrivere e soprattutto come riuscire ad essere originali scrivendo di qualcosa di cui hanno già scritto tutti. Non so dire cosa alla fine verrà fuori da questo post che ho appena iniziato: probabilmente poco o nulla di interessante, poco o nulla in grado di trattenere i miei occasionali lettori per poco più di qualche secondo, prima di cliccare su un link a caso e prendere il volo verso altri lidi. 
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...