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venerdì 6 marzo 2020

Invisibili: Pál Adrienn


«Ci sono tre livelli nel mio film. Il primo è l’indagine personale. Nei film, mi piace concentrarmi sulla vita interiore delle persone. I protagonisti sono in ogni inquadratura e io cerco di mostrare le loro emozioni attraverso la composizione dell’immagine. Così, mentre la storia progredisce, il lavoro della mdp diventa sempre più complesso e colorato. Il secondo livello riguarda il modo con cui lavora la memoria, che è relativo e soggettivo. La gente ha spesso ricordi diversi dello stesso momento. Infine, il terzo livello è uno sguardo sull’obesità. La protagonista è un’infermiera obesa che offre cure palliative in un ospedale. Per me, l’obesità rappresenta la tristezza. Questo si è visto anche durante il casting: la maggior parte delle donne che abbiamo incontrato avevano disturbi alimentari causati dalla depressione. Le persone obese sono spesso vittime di discriminazione e sono più sensibili verso i problemi degli altri. Infatti, molte delle donne che si sono presentate al casting lavoravano nel sociale. Credo che se arrivassimo a comprendere la molteplice natura della realtà, potremmo riuscire a dare meno importanza all’aspetto esteriore degli altri e allo stesso tempo accettare noi stessi con più facilità. Questo è quello che accade alla protagonista del film». (Ágnes Kocsis)

lunedì 16 settembre 2019

Invisibili: Touch me not

Tell me how you loved me, so I understand how to love. (Adina Pintilie)

Il tema dell'intimità umana e del rapporto che abbiamo con i nostri corpi e con i corpi degli altri è affascinante. Avete mai riflettuto sulla questione della "pelle"? Quella sensazione inspiegabile per la quale la sola idea di avvicinarvi fisicamente a una persona vi disturba, anche se tale persona oggettivamente rientra nei canoni universali di bellezza? Qualcuno la chiama chimica, anche se non so se è la parola giusta.
Stiamo parlando di un film che mette in scena situazioni al limite del grottesco, offrendo la scena ad attori non professionisti che qualche opinione in proposito ce l'hanno, specie quelli tra loro che soffrono di menomazioni fisiche talmente gravi dal renderne difficilmente sopportabile anche la sola vista.

venerdì 21 giugno 2019

Invisibili: la sindrome di Dio

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Nella prima parte di questo articolo abbiamo fatto la conoscenza di Dante Remus Lăzărescu, un uomo che, oltre a essere completamente solo al mondo, è anziano, vedovo, povero, malato, fisicamente e psicologicamente uno sfacelo, mezzo alcolizzato e definitivamente privo di prospettive.
Sull’invisibilità che un qualsiasi signor Lăzărescu possa sperimentare nel nostro mondo reale credo non ci sia da dubitare, ma ci sono dei casi in cui l’invisibilità trascende la solitudine e tutti gli altri parametri appena elencati e trascina nel suo vortice anche noi (o voi) che pensiamo (pensate) di essere ben integrati nella nostra (vostra) comunità. Uno di questi casi credo l’abbiate vissuto anche voi se, almeno una volta nella vita, avete dovuto ricorrere alle cure di un pronto soccorso (non importa se come pazienti o come accompagnatori): sicuramente vi sarete trovati in quella tipica situazione kafkiana in cui vi fanno accomodare da qualche parte e lì vi fanno rimanere, senza mai dare un cenno di vita per una decina di ore (in codice verde o, peggio, in codice bianco, le prospettive di uscire dall’incubo il giorno stesso tendono inoltre drammaticamente allo zero). L’esempio del pronto soccorso (ma avrei potuto riferirmi a qualsiasi altro ufficio pubblico) non è casuale, perché Dante Lăzărescu, esattamente come il “ghibellin fuggiasco” (cit.) suo omonimo, di ospedale in ospedale vivrà un inferno al cui confronto persino la sua stanca e lenta vita da emarginato sociale gli parrà rosea.

martedì 18 giugno 2019

Invisibili: la morte della dignità

Ci sono diverse cose che mettono angoscia quando si parla di solitudine, e non sto parlando solo di quanto sia spiacevole, per coloro che rientrano in questa categoria, andare al ristorante da soli, andare al cinema da soli o trascorrere le feste comandate senza la compagnia di qualcuno di particolarmente caro.
Uno degli aspetti a mio modo di vedere più terrificanti è dover affrontare in solitudine le grandi tragedie della vita, la malattia, il declino e in ultimo la morte. Vi sembrerò macabro, ma ricordo che rimasi fortemente impressionato quando, molti anni fa, venni a sapere che una persona che avevo avuto modo di conoscere per questioni di lavoro (un cliente di non ricordo quale località del ponente ligure) era stata trovata nel suo letto, morta da due settimane.
Ecco, morire in solitudine è una cosa che non vorrei mai mi capitasse. Non che ci sia molta differenza, direte voi tirando le opportune somme. In fondo, quando arriva il momento di andarsene poco importa ciò che è avvenuto negli istanti precedenti. È un discorso piuttosto irrazionale il mio, lo ammetto, considerando che nessuno mai è tornato a raccontarci com’è andata.

mercoledì 15 maggio 2019

Invisibili: il raggio verde


È meglio vivere in solitudine sognando un ideale piuttosto che arrendersi ad una mediocre realtà (Marie Rivière, Delphine).
Ero più o meno adolescente quando in tarda sera, su una di quelle emittenti che ero solito snobbare (credo fosse RaiTre), incappai in un film che non si avvicinava nemmeno lontanamente al solito cinema a cui ero abituato. Non era un horror, tanto per citare un genere che già amavo alla follia, ma non era nemmeno uno di quei film che ci si aspetta possano piacere a un adolescente, quelli dove c'è gente che fa a pugni, guida macchine veloci e mostra signorine di niente vestite.
Oggi non saprei nemmeno dire perché, contro ogni previsione, non cambiai canale dopo cinque minuti: qualcosa evidentemente aveva catturato la mia attenzione, e quel qualcosa non poteva essere che uno dei temi a cui gli adolescenti dell'epoca (non so se sia così ancora adesso) erano più sensibili, ovvero la solitudine. Da quel giorno ne è passata di acqua sotto i ponti. E assieme all'acqua sono passati anche trent'anni. Nonostante ciò, la solitudine è sempre stato un tema che mi ha affascinato, vuoi perché a tratti ne ho sofferto in passato, vuoi forse perché, anche quando la solitudine ti lascia, ti rimane sempre appiccicato un pizzico di malinconia per quei giorni, masochisticamente parlando. "La solitudine è molto devastante, però riserva in te purezza", fa dire Eric Rohmer a Delphine, la sua protagonista, ed è la frase che meglio sintetizza quella strana voglia di scrivere di solitudine che ancora oggi non mi abbandona.
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