Nel corso della sua storia il Giappone ha sviluppato con la morte volontaria un rapporto complesso e per certi versi contraddittorio. Da un lato il suicidio è stato a lungo circondato da una dimensione simbolica, morale e perfino estetica che ha lasciato profonde tracce nella letteratura, nel teatro e nell'immaginario collettivo del Paese; dall'altro esso continua a rappresentare una ferita sociale aperta, un fenomeno che periodicamente riaffiora nel dibattito pubblico come sintomo di un disagio più vasto e difficile da circoscrivere.
Quando nel 2001 Sion Sono realizza "Suicide Club" (anche noto come "Suicide Circle"), il Giappone è reduce da un decennio di stagnazione economica e di profonde trasformazioni culturali. La promessa di prosperità illimitata degli anni precedenti si è incrinata, mentre internet, la cultura pop e i nuovi modelli di comunicazione iniziano a modificare il modo in cui gli individui percepiscono se stessi e il proprio rapporto con gli altri. In questo contesto, l'immagine di cinquantaquattro studentesse che si tengono per mano e si gettano sotto un treno non costituisce semplicemente uno shock visivo destinato a catturare l'attenzione dello spettatore: è una dichiarazione di intenti.
