lunedì 12 febbraio 2024

Rapporto sulla cecità (Pt.2)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI 

Il paese dei ciechi” o “Nel paese dei ciechi” (“The country of the blind”) è un racconto che H. G. Wells pubblicò nel 1904. Il protagonista è Nuñez, che si ritrova catapultato, a seguito di un incidente di montagna, in una vallata isolata dal mondo, abitata da persone che a causa di un morbo sconosciuto hanno perso la vista da molte generazioni e che lì conducono una vita semplice, estranee dal resto dell’umanità e dal suo progresso. Siamo nelle Ande ecuadoregne, e l’arrivo di Nuñez riecheggia quello dei Conquistadores spagnoli che quattro secoli addietro erano approdati nel paese e avevano soggiogato gli Inca. Come gli Inca raffrontati agli spagnoli, anche gli abitanti del “paese dei ciechi” sono arretrati e illetterati se paragonati al loro visitatore, ma questi, che all’inizio si culla ripetendosi il mantra “Tra i ciechi l’orbo di un occhio è re”, si renderà ben presto conto che la mancanza della vista ha affinato i sensi dei ciechi e che nel mondo che hanno creato per sé lui non suscita alcun rispetto o timore per la sua condizione di vedente. I ciechi, anzi, hanno cancellato perfino il ricordo della vista e di ogni cosa attinente a questo senso, al punto da non riuscire neppure a comprendere le descrizioni di Nuñez dei monti, del cielo, o della città, e da considerarlo un pazzo o un ritardato, destinato al più a lavori di fatica. Con grande sforzo Nuñez riesce a diventare un cittadino del paese, benché con uno status inferiore, ma quando si innamora di Medina-Saroté, la figlia del suo padrone, e si ritrova davanti alla scelta di diventare in tutto e per tutto come gli altri, e vivere il resto della vita segregato nel buio, senza più vedere la luce e i colori, tentenna, perché dovrebbe, in pratica, barattare i propri occhi con l’amore della giovane. 

La cosa straordinaria di questo racconto, a mio parere, è che ha due chiavi di lettura opposte. Da una parte esso appare come un inno alla diversità e una riflessione su come la superiorità culturale sia sempre un fatto relativo, una questione di punti di vista. Dall’altra, se Nuñez rappresenta l’arrogante mondo “civilizzato”, i ciechi non ci fanno miglior figura, avendo cancellato o trasformato la storia e la tradizione del mondo esterno in una fiaba solo perché non erano più in grado di comprenderle: è impossibile, quindi, non vedere anche un’analogia con il mito della caverna di Platone, che narra di prigionieri nati nel buio e schiavi di ombre riflesse che credono reali. Un prigioniero che uscisse alla luce e cominciasse a vedere le cose così come in realtà sono potrebbe provare a tornare indietro per spronare i suoi compagni a fare altrettanto, ma rischierebbe nella migliore delle ipotesi di non essere creduto e di essere deriso, nella peggiore di essere perfino ucciso a causa del dolore e della fatica del processo di adattamento dal buio alla luce che provocherebbe a coloro che volesse condurre fuori dalla caverna. Il prezzo della verità è la solitudine o la morte (non per forza nell’accezione fisica del termine). Nel racconto di Wells, Nuñez sceglie la prima e questo ha perfettamente senso, perché anche il suo amore è frutto della sua capacità di vedere: la ragazza di cui s’innamora non è graziosa secondo i parametri dei ciechi, ma di coloro che vedono, e lui la apprezza soprattutto perché, al contrario dei suoi concittadini, ha begli occhi dalle lunghe ciglia. Il mito è in fondo una metafora della realtà delle cose e della vita - ripresa anche da film come “Matrix” o “The Truman Show”: guardare non è vedere. 

Al mito della caverna di Platone sembra ispirarsi anche il dramma teatrale “Il cieco” (“Der Blinde”) di Friedrich Dürrenmatt, del 1948. All’inizio dell’opera, un duca siede davanti al suo castello in macerie, ormai distrutto dall’esercito di Wallenstein (siamo ai tempi della guerra dei Trent'anni), che però egli crede sia ancora popolato e prospero, giacché è malato e cieco e suo figlio Palamede, per pietà, gli cela la verità. Approfittando della situazione, un nobile italiano convoca a corte mercenari, prostitute e altri figuranti che recitano la parte del popolo, diventa l’amante di sua figlia e trama per fargli credere che Wallenstein stia per attaccare e che egli debba debba fuggire: lo fa invece girare in tondo attorno al castello, e infine gli comunica che questo è in fiamme e che la disfatta è dovuta a un tradimento di Palamede, cosicché il duca si rivolti contro il suo stesso figlio. Alla fine il duca perde tutto, ma quando un poeta di corte cerca di svelargli la verità, questi lo strangola: il duca si è spinto ormai troppo in là e non vuole sapere la verità. Finirà per sedere, solo, di fronte alle rovine del castello dove già si trovava all’inizio del dramma. Questa storia ha un principio e una conclusione ma il suo nucleo, come in un nastro di Moebius, può ripetersi all’infinito. Con le dovute differenze, la struttura circolare è la stessa di “Memento” di Christopher Nolan, se volessimo proprio tentare un parallelo cinematografico. 
In questo caso non trovo azzardato, invece, un parallelismo letterario tra “Il cieco” e un’altra opera teatrale, “I ciechi” di Maurice Maeterlinck (1891). Al contrario che in Dürrenmatt, però, qui la trama è ridotta all’osso, ma l’Autore è magistrale nel creare comunque un crescendo di tensione. Dodici ciechi si ritrovano soli in una foresta, di notte, con la paura di essere stati abbandonati dalla loro guida, in un’attesa potenzialmente eterna, mentre poco distante un cadavere giace di fianco a un albero. Seduti nel buio, il loro turbamento si accresce, poi si scopre il cadavere e, mentre una presenza ignota sembra avvicinarsi minacciosa, si trasforma in terrore puro. 
Questa tragica storia sembra prefigurare lo smarrimento di un’umanità rimasta senza una guida concreta e spirituale, la cui assenza non è in grado di comprendere, e che la rende incapace di andare oltre la superficie delle cose. Una condizione terribile che accomuna i personaggi agli spettatori del loro dramma, destinati a cullarsi nella stessa solitudine e nella stessa precarietà. 

In “Cecità” (“Ensaio sobre a Cegueira”, letteralmente "Saggio sulla cecità", 1995), José Saramago scrisse di un’epidemia misteriosa che colpisce progressivamente un’intera città portando all'eccesso tutti i difetti già insiti nella società umana: un sistema di potere in cui i forti schiacciano i deboli, che concentra le ricchezze nelle mani di pochi e affama gli altri, che spadroneggia, abusa, in cui si è perso il senso di solidarietà, l’indifferenza dilaga e perfino i buoni sono costretti ad atti abominevoli per sopravvivere. Che si tratti di un’allegoria è evidente già dal fatto che i vari personaggi non hanno un nome proprio. Tutti tranne uno, la moglie del medico, scivolano in un’eterna “notte bianca”: 
Adesso, però, si ritrovava immerso in un biancore talmente luminoso, talmente totale da divorare, più che assorbire, non solo i colori, ma le stesse cose e gli esseri, rendendoli in questo modo doppiamente visibili.” 
La cecità è sempre associata all’assenza di luce, ovvero al colore nero. E il nero è anche il colore del lutto e della depressione (“vedere tutto nero”, si dice). Il bianco si può invece descrivere, grossomodo, come la “somma” di tutti i colori, e nell’immaginario collettivo indica purezza e nitore. Ma anche troppa luce può accecare, e qui infatti una “cecità bianca”, lattiginosa, accompagna la discesa nella prevaricazione, nella violenza e nell’abbruttimento più totale. Eppure, quando alla fine il primo dei ciechi scivola nel buio che precede la guarigione, improvvisa e inspiegabile come la malattia che l’ha colpito al principio della vicenda, di primo acchito si dispera, perché pensa di stare sprofondando in una cecità peggiore di quella precedente, in cui non solo la forma e i colori, ma anche la luce gli viene negata. Il buio è, al contrario, preludio alla salvezza.
"Ritenne il primo cieco di aver chiarito finalmente questo dubbio quando, all’improvviso, l’interno delle palpebre gli si fece buio, Mi sono addormentato, pensò, invece no, non si era addormentato, continuava a sentire la voce della moglie del medico, il ragazzino strabico tossì, allora fu colto da una gran paura, credette di esser passato da una cecità all’altra, che dopo aver vissuto nella cecità della luce adesso sarebbe vissuto nella cecità della tenebra, il terrore lo fece gemere, Cos’hai, gli domandò la moglie, e lui rispose stupidamente, senza aprire gli occhi, Sono cieco, come se fosse l’ultima novità del mondo, lei lo abbracciò affettuosamente, Via, ciechi lo siamo tutti, non c’è niente da fare, Ho visto tutto buio, credevo di essermi addormentato, e invece no, sono sveglio, È quel che dovresti fare, dormire, non pensarci. Il consiglio lo infastidì, uno era lì angosciato, soltanto lui sapeva quanto, e sua moglie non aveva altro da dirgli se non di andare a dormire. Irritato, con l’acida risposta già sulla punta della lingua, aprì gli occhi e vide."
Con uno stile che richiama un lungo flusso di coscienza (cadenzato da quel particolare uso della punteggiatura che gli era tipico), Saramago crea una sorprendente inversione concettuale che serve forse a ricordarci che la correlazione di bianco e nero con i concetti di bene e male è un mero prodotto del nostro intelletto e questo vale anche per la dicotomia bene/male, perché l’universo è in realtà un’unione di opposti, come nel Tao, la ruota cinese della vita, dove yin e yang, maschile e femminile, luce e tenebre, bianco e nero si abbracciano e si compenetrano, e ognuno dei due ha al centro un punto del colore opposto.

I ciechi” di Maurice Maeterlinck (1891)


2 commenti:

  1. Di Saramago ho letto "Le intermittenze della morte" e ho capito che, pur avendo uno stile narrativo particolarmente originale, non fa per me.
    Il racconto di Wells invece mi incuriosisce, vedo se riesco a rimediarlo.

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    Risposte
    1. "Le intermittenze della morte" è nella mia lista di libri da leggere, chissà che quest'anno non venga anche il suo turno. Dopo "Cecità" e "L'uomo duplicato" mi sono abituato allo stile di Saramago e non credo avrò problemi a finirlo.

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