lunedì 10 settembre 2012

Nevermore (Pt.2)

Continua oggi la nostra esplorazione dell'universo Nevermore, iniziata il mese scorso. Per chi se la fosse persa, la prima parte di questo post è disponibile qui. Dopo “Dreaming…” venne “Dead Heart in a Dead World”. Era ormai il 2000. Per molti questo disco rappresenta il picco creativo della band; io non sono del tutto d’accordo, ma ammetto che si tratta una pietra miliare della loro discografia. Sicuramente si tratta del loro disco più melodico e “radiofonico”, se mi permettete l’azzardo; e include anche una cover di “The sound of silence” di Simon e Garfunkel, ma così stravolta da sembrare una vera e propria canzone dei Nevermore. Anche in “Dead heart…” le tematiche più prettamente filosofiche si mischiano a quelle politiche e ad amare osservazioni sulla realtà e sulle (mancate) qualità intrinseche dell’umanità. In tal senso, il titolo del disco è abbastanza esplicativo… "How did it come to this, Narcosynthesis" (Narcosynthesis) Il disco si apre subito con una decisa presa di posizione contro la nostra società (la narcosintesi, o narco-ipnosi, consiste nell’uso psichiatrico di sostanze stupefacenti, in genere scopolamina o barbiturici, combinate con tecniche di ipnosi, per curare disturbi da stress post-traumatico, ma anche casi di schizofrenia ed ossessione. L’efficacia di tale pratica è ancora dibattuta, per non parlare dei suoi aspetti etici).

mercoledì 5 settembre 2012

Megera e le altre

Negli ultimi giorni si è parlato un po’ di mitologia sui blog qui attorno. Ha iniziato Orlando che ha incautamente citato Medusa in un suo post, poi si è passati a citare Parche e Grazie e, da qui, attraverso un mio vecchio post, alle Graie e alle Muse e sulla questione del loro numero, chiarito definitivamente sul blog di Argonauta Xeno. È evidente che l’argomento affascina parecchio, per cui ho deciso di rincarare e la dose, complice un vecchio film Hammer che ho visto proprio un paio di sere fa.
Che belli erano questi vecchi film della Hammer: scenografie inquietanti e musica dall’incedere incalzante fin dai titoli di testa, come una promessa di brivido immediato e senza tregua.
“Gorgon – Lo sguardo che uccide”, anno 1964, comincia proprio così, con sullo sfondo l’immagine di un goticissimo castello abbandonato, ma sempre maestoso, nell’Europa centrale dei primi del ‘900. La regia è di Terence Fisher che girò, tra gli altri "Dracula il vampiro" (1958), "La maschera di Frankenstein" (1957), "Il mostro di Londra" (1960), "Le spose di Dracula" (1960)...

Il sipario si apre all’interno di una casa dove un uomo e la sua amante discutono. Lei è incinta e lui le dice che si prenderà le sue responsabilità, anzi andrà subito in paese per parlare con il padre di lei. Lui è Bruno Heitz (Jeremy Longhurst), un pittore, e lei Sascha Cass (Toni Gilpin). Quando Bruno esce di casa, lei lo insegue per cercare di fermarlo, ma rimane indietro, da sola nel bosco, come nella più classica delle fiabe dei fratelli Grimm. Nel bosco, immobile nella notte, buio e virato di verde, l’unica nota di colore è il suo vestito azzurro. Non appena la telecamera inquadra la luna piena, seminascosta dalle nuvole, in un cielo troppo chiaro per essere un cielo notturno, sentiamo che qualcosa sta per accadere. Un urlo. La donna grida in preda all’orrore guardando qualcosa – o qualcuno – che è fuori campo e noi non possiamo vedere: Sascha si porta le mani al volto, poi cade riversa. Quando viene ritrovata la polizia pensa che sia stata uccisa da Bruno e scatena una caccia all’uomo, ma viene ritrovato anche lui cadavere, impiccato.

sabato 1 settembre 2012

Carta velina intinta nella porpora


Come un papavero tra le pagine di un libro, il piccolo libro di Marcella Andreini ha la stessa essenza della carta velina intinta nella porpora. Delicata ma allo stesso tempo sanguigna. Apparentemente fragile e innocua, ma sgocciolante di spunti e riflessioni che solo una profonda passione per la vita può trasmettere. Sono affascinato da quante righe mi sono scoperto a leggere e rileggere più volte, per cercare di capire, per fare miei i pensieri di un’altra persona. Sono inciampato per caso nel blog dell’Autrice e da allora non me ne sono più allontanato. Tanti pensieri, apparentemente slegati l’uno dall’altro, ma accomunati da un unico comun denominatore: la curiosità.
Ho ricevuto “Volevo solo essere adorata” in omaggio. Graditissimo omaggio, posso confermare oggi a posteriori, dopo averlo letto. Urge quindi scrivere un post prima che ne svaniscano i sapori. Da che parte cominciare? Direi dalla trama che, così come la leggo sulla quarta di copertina, è davvero semplice: due studentesse che abitano nella stessa strada si conoscono perché le loro finestre sono l’una di fronte all’altra. In breve tempo nasce un’amicizia profonda, ed è soprattutto Emilia ad arricchire il rapporto, grazie ad un’intelligenza vivace, a una geniale vena artistica, a uno spirito ricco ma incapace di adeguarsi a una vita mediocre. Una quarta di copertina che non rivela quindi nulla del contenuto del libro. Ma non potrebbe essere altrimenti, dico io. Questo non è un libro che si può riassumere in due parole, non è nemmeno un libro che possiede una trama nel senso comune del termine. Accadono, questo è vero, delle cose che messe in fila una dietro l’altra si potrebbero superficialmente definire con il termine “trama”, ma non è questo il punto. Il punto è che “Volevo solo essere adorata” è un libro nel libro: la trama è un espediente per mettere nero su bianco i propri pensieri, le proprie emozioni, i propri dolori, le proprie perdite, la propria solitudine.
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