venerdì 6 gennaio 2012

Patrick

Alla fine degli anni Settanta, il termine Patrick era principalmente associato ad una marca di abbigliamento sportivo piuttosto nota. Non c’era ragazzino che non avesse iniziato a riempire il salvadanaio con i propri piccoli risparmi nella speranza di poter finalmente un giorno esaudire il desiderio di possedere le mitiche Patrick, scarpe da ginnastica meravigliose ma ahimè inavvicinabili. Io ero uno di quei ragazzini. Non riuscii mai a permettermele e ancora oggi le Patrick risiedono nella mia memoria come uno dei desideri inespressi della mia fanciullezza.

Ma Patrick non era solo questo. Era il 1978, avevo poco più di dieci anni, e nasceva proprio in quegli anni una delle passioni che mi avrebbero accompagnato per tutta la vita: il cinema. C’era una sala a 100 metri da casa mia, dove trascorrevo le domeniche pomeriggio sgranando gli occhi sognanti di fronte ad inarrivabili eroi. Erano gli anni di Guerre Stellari e della Febbre del Sabato Sera. Allora non era strano che un bambino potesse avventurarsi al cinema da solo. Il mondo non era come oggi pieno di maniaci assassini e stupratori di bambini (o forse c’erano anche allora, ma noi eravamo più spensierati e incoscienti di quanto siamo oggi), per cui i miei genitori mi permettevano tranquillamente di uscire da solo il pomeriggio e rientrare per l’ora di cena.

I soldi della mia paghetta settimanale finivano tutti in quella sala cinematografica di paese, che resistette per diversi anni alla crisi del settore (ad un certo punto tentò di salvarsi passando al porno, per poi purtroppo chiudere definitivamente i battenti alla fine degli anni Ottanta). Il cinema di quei tempi era incredibilmente vario: guardavo di tutto, dalle sparatorie dei western agli inseguimenti dei mitici polizieschi all’italiana con Maurizio Merli, dalle scazzottate di Bud Spencer ai gialli di Dario Argento. Se penso che oggi i bambini di 10 anni si rincoglioniscono con Harry Potter e i Transformers, ebbene direi che sono davvero contento di essere nato (circa) 40 anni fa.

Una delle cose che mi piacevano di più di quel cinema era la particolare predilezione a proiettare, almeno una domenica su due, film horror. Tra i primissimi che ho visto, e che non ho mai dimenticato, ci sono Fantasmi di Don Coscarelli e Patrick, appunto, diretto da tale Richard Franklin, horror psicologico che affronta il tema della telecinesi nelle persone in coma profondo. Trattasi di poco più di un malfatto B-Movie, più thriller che horror, vista l'assenza di sangue, ma agli occhi di un tutto sommato ingenuo bambino di dieci anni Patrick regala momenti di puro terrore.
Quello che viene promesso nella locandina (“se questo film non ti spaventa sei già morto”) venne mantenuto: in effetti mi spaventai a morte. La scena finale, che ovviamente qui non descrivo, fece fare un salto di 30 cm sulla sedia a tutti gli spettatori presenti in sala. Altri momenti di alta tensione che ricordo sono la tizia che muore elettrificata e lo sguardo di Patrick che volta la testa verso l’infermiera dopo anni di immobilità. Scene che mi terrorizzarono anche durante la seconda proiezione, nonostante fossi ormai preparato. Era solito infatti in quegli anni (almeno per me) assistere due volte alla proiezione di un film. Entravo alle due del pomeriggio, guardavo il primo spettacolo e, al termine, me ne rimanevo seduto ad attendere il secondo. Rientravo a casa spesso alle sette di sera, a meno che il film non fosse proprio orribile. Mi piaceva osservare le reazione della gente mentre assisteva alle scene che io avevo già visto.

Patrick è un film australiano, capostipite di un genere che in seguito, nello slang cinematografico,  sarebbe stato chiamato Ozploitation (contrazione di “Aussieploitation”, ovvero cinema australiano di genere). Il film ha anche vinto qualche premio in patria ma, rivisto oggi, appare proprio essere un B-movie senza troppe pretese, girato a basso costo da onesti mestieranti con l’ausilio di attori anonimi e inespressivi. La storia è quella di Patrick, giovane ricoverato in una clinica in stato catatonico. Non risponde ad alcun tipo di sollecitazione e rimane con gli occhi perennemente fissi davanti a sé. Questo almeno fino a quando non arriva una giovane infermiera che scopre una cosa assai strana: Patrick non solo riesce a capirla, ma risponde a modo suo alle domande della ragazza. Patrick sta quindi uscendo dal coma? Patrick è in realtà cosciente di quanto accade intorno a sé: non solo è in grado di comunicare, ma ha anche sviluppato dei devastanti poteri telecinetici dei quali si serve per sfogare il proprio odio e per esprimere il proprio amore. Patrick è scivolato nel coma dopo aver assassinato la madre e il suo amante in un’indimenticabile scena iniziale. Personalmente vedere Patrick lanciare una stufetta elettrica nella vasca da bagno dove la madre stava trombando col tipo mi ha segnato l’esistenza: ancora oggi non voglio vedere apparecchi elettrici accesi nella stessa stanza mentre mi faccio il bagno o la doccia. E’ più forte di me. Ne sono terrorizzato.

Per diversi anni ho rimosso Patrick dai miei pensieri. Tutto quello che mi era rimasto era un’indefinita sensazione di qualcosa di perso che avrei voluto recuperare. Impossibile dimenticare lo sguardo catatonico di Patrick o il suo monociglione alla Elio.  Finalmente, qualche anno fa, Patrick è tornato alla luce in DVD per merito della Quinto Piano, che pubblicò il film nella propria collana “Cult Horror”.
Per chi guarda Patrick oggi sarà difficile comprendere il motivo per cui questo film da molti è considerato un cult. Per chi come me ne fu terrorizzato al cinema da bambino Patrick rimane un capolavoro sebbene, riguardandolo con gli occhi di un adulto, molte di quelle emozioni sono andate irrimediabilmente perse.

Il film ebbe un successo non indifferente al botteghino, tanto da spingere il regista Mario Landi  a dirigere un paio d’anni più tardi una sorta di sequel apocrifo dal titolo "Patrick vive ancora". Era tipico in Italia in quegli anni produrre sequel non autorizzati (senza pagare i diritti agli autori originali) di film di successo: basti pensare a Lucio Fulci che, sulla scia del successo dello Zombi originale di George Romero, si è affrettato, per cavalcare l’onda, a girare Zombi 2, a cui seguì a breve distanza Zombi 3 e poi il 4. Patrick vive ancora, di cui ho scoperto l’esistenza solo di recente, è una boiata vergognosa infarcita di tette e culi mostrati generosamente per tutta la durata del film, con qualche omicidio splatter in più rispetto all’originale. Sulla partecipazione a questo sequel di una giovanissima Carmen Russo ai suoi esordi è meglio sorvolare.

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