lunedì 13 luglio 2015

Imomushi, storia di un bruco (Pt.1)

Uscire dai soliti schemi, sfruttare di ogni storia un potenziale che non sia quello più ovvio e immediato sono tutte caratteristiche note di Ranpo Edogawa e forse anche per questo, a cent’anni di distanza, la curiosità per le sue opere è ancora molto viva. Bizzarre e morbose, intrise di violenza quasi sempre psicologica, si prestano tutte molto bene a un certo tipo di cinema. Inutile dire che tutto questo per me è esaltante, perché significa poter esplorare diverse sfumature di queste storie incluse quelle che io da solo, forse, mai saprei cogliere o concepire. È ciò che accade sempre quando si traspone un libro al cinema, lo so, perché per quanto un significato possa sembrare del tutto universale viene sempre filtrato attraverso le nostre soggettività, e perché chi dà forma ai pensieri e alle ossessioni altrui rischia anche di riplasmarli, sostituendoli con i suoi.
Con Edogawa si va anche oltre, perché le sue non sono storie per tutti, e quando allo sguardo atipico dello scrittore si somma lo sguardo altrettanto atipico del regista di turno il risultato non può che essere qualcosa di davvero insolito. Nel bene e nel male. “Imomushi” (芋虫 , in italiano "Il bruco") ha ispirato non solo un film di Koji Wakamatsu, ma anche una graphic novel di Suehiro Maruo, che però sono tanto diversi nello svolgimento e negli intenti da poter essere considerati a tutti gli effetti due storie distinte. Il vero punto in comune, incipit a parte, è che entrambi propongono una riflessione sull'animo umano che vira nel pessimismo più nero.

mercoledì 8 luglio 2015

Volevo solo essere adorata

Sono trascorsi ormai tre anni dalla lettura di quel minuscolo libro che la mia amica e collega blogger Marcella mi donò. Ricordo che da qualche parte arrivai allora a definirlo la cosa migliore che avessi letto quell'anno e, probabilmente, è stato davvero così. Lessi "Volevo solo essere adorata" nel giro di un paio d'ore, praticamente tutto d'un fiato, completamente rapito da quelle parole che si insinuavano dentro di me come se avessero trovato il loro posto nel mondo.
Quando mi risvegliai dall'incanto ricordo che accesi il computer e scrissi quasi di getto alcuni di quei pensieri che mi ronzavano nella mente, per paura che potessero svanire. Quei pensieri scritti si trasformarono poi in un post, una specie di recensione che volli intitolare "Carta velina intinta nella porpora", prendendo a prestito una frase (più che una frase, quasi un'immagine) che avevo letto nel libro. In coda a quel post Marcella rispose anche ad alcune domande che il sottoscritto, curioso all'inverosimile, le aveva posto.
Capì che le sensazioni che "Volevo essere adorata" mi aveva trasmesso non erano affatto campate in aria, capì che c'era una specie di, come dire, sintonia tra scrittore e lettore. Capì infine che le mia interpretazione del testo (un testo molto personale, come capirete se avrete la bontà di leggerlo) era perfettamente azzeccata, al punto che quando ne sottoposi l'anteprima a Marcella lei mi rispose via mail: "Ma mi conosci?". Ovviamente non la conoscevo, ma ero contento di essere riuscito in qualche modo a... scardinare una porta segreta.

venerdì 3 luglio 2015

Planetary Confinement

Save me, I'm in a sea of beings and there's no deny - the waves are holding me under. I'm drowning in a thousand faces. Alien expressions over and over again. I'm trying to scream but I can't exhale. The world seems to spin as I'm left on this square with no will to hold on. Am I the only one crushed by the weight of the world?
In qualche modo la vita deve andare avanti, e con essa il blog. Resta solo da affrontare la questione sul quale possa essere il modo migliore per ritornare a bloggare normalmente dopo la recente, dolorosa, scomparsa della Dori e, dopo una breve riflessione, ho deciso di andare a vedere cosa feci due anni e mezzo fa quando a lasciare questa casa fu Elvis.
A quel tempo il post del ritorno fu una specie di recensione di un disco di una tristezza infinita: l'album "Lights Out" della band britannica Antimatter. Di conseguenza, anche oggi sarà un album della stessa band ad aiutarmi a riportare questo blog sui suoi binari tradizionali. Tanto più che il suo mood, come si evince da quel bollino tondo applicato sulla cover (vedere immagine a lato), non si discosta moltissimo dal mio stato d'animo ancora ferito.
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