Come promesso la volta scorsa, rimettiamo mano su questa serie di post dedicati alla mitologia in
giallo, ripartendo più o meno dall’inizio, ovvero dalle tracce lasciate da Robert W. Chambers
all'interno del suo racconto “Il Riparatore di Reputazioni”. Quando lo lessi per la prima volta, ormai
molti anni fa, non potei far altro che mettermi a fantasticare sulla natura di quel testo proibito che,
una volta aperto, sembrava alterare in modo irreversibile la percezione della realtà da parte del suo
lettore.
Dopo aver attraversato antologie, racconti e reinterpretazioni che hanno progressivamente
ampliato il territorio abbozzato da Chambers, mi ritrovo a guardare quel racconto con occhi diversi,
non perché il testo sia cambiato (le parole sono sempre quelle), ma forse perché, semplicemente,
ho imparato a leggere meglio tra le righe, in particolar modo ho iniziato a dare importanza a taluni
aspetti presenti nel testo sotto forma di frammenti, nomi gettati qua e là senza spiegazioni,
allusioni prive di contesto, tessere di un mosaico che nessuno, nemmeno Chambers, sembrava
intenzionato a completare.
Mi riferisco nello specifico a quel passaggio del racconto dove viene affrontata la genealogia, una
serie di nomi misteriosi che Hildred, il protagonista, cita con la stessa naturalezza con cui una
persona reale potrebbe elencare i propri antenati: Uoht, Thale, Naotalba e altre enigmatiche
presenze che la maggior parte dei lettori, comprensibilmente, dimentica pochi istanti dopo aver
chiuso il libro.
Nonostante ciò, uno degli aspetti più sorprendenti delle moderne reinterpretazioni di
Carcosa è la maniera in cui esse hanno recuperato quei personaggi e li hanno trattati come semi
destinati a germogliare.
Fra questi troviamo proprio Uoht, che abbiamo già incontrato “en passant” nel racconto “The Machine in Yellow” di Carlos Orsi Martinho, oltre che ovviamente nella serie di post “Il re in giallo rivelato”
che presto riprenderemo in mano. Non sappiamo ancora esattamente chi sia, quale ruolo ricopra,
quale relazione lo leghi a Thale o agli altri personaggi evocati nella genealogia di Hildred: sappiamo soltanto che esiste o, per essere più precisi, sappiamo che qualcuno ha pronunciato il
suo nome.
Esiste però un dettaglio curioso del quale vorrei rendervi partecipe. Facendo all’inizio affidamento
sull’edizione italiana del “King in Yellow” di Vallardi, del 2014, mi era capitato di annotare il nome del
personaggio nella forma "Uhot", cercando di capire se dietro quella grafia si nascondesse qualche
significato ulteriore. Ho poi scoperto, verificando edizioni differenti (tipo Fanucci o Hypnos), che
quello che avevo incontrato non era altro che un banale refuso; un refuso peraltro abbastanza
comprensibile, visto che la posizione più naturale della lettera H in quella specifica sequenza di
quattro lettere è proprio quella.
Quella breve deviazione dal percorso, tuttavia, si è rivelata più interessante del previsto:
riferendomi alla forma corretta, UOHT, mi sono infatti accorto che il nome letto al contrario
restituisce THOU, l'antica forma inglese del pronome "TU". È impossibile stabilire se Chambers, o
chiunque abbia successivamente sviluppato il personaggio, avesse davvero in mente questo
gioco speculare, ma la coincidenza è sufficientemente suggestiva da meritare almeno di essere
segnalata.
Ma passiamo ad altro. Nel racconto "The Sky Will Not Fall", legato all'ambiente creativo di Joseph S.
Pulver Sr., quel nome dimenticato riemerge dalle nebbie di Hali e acquisisce finalmente una voce,
divenendo protagonista, narratore, membro della casa reale e figura tragica collocata sullo sfondo del
lento declino che precede la nascita di Carcosa.
La trasformazione è notevole: Chambers gli aveva
concesso poche lettere; un secolo dopo, qualcuno gli concede un'anima.
Lei, la moglie del mio defunto padre, mia madre, era piena di apatia e la città era fredda come rovine dimenticate. Ero ancora giovane, vedevo le cose con tragedia e rivolte, e frequenti pause. Dovevo ancora trovare routine e spiegazioni. Avrei continuato a sfidare, e credevo nelle reti e nei rimedi. Ero pronto a rispondere sulle conseguenze del disastro e ad argomentare sulla necessità e sul valore degli esseri viventi. E quel giorno, su quel balcone, di fronte all'opprimente silenzio e alla disperazione delle voci scomparse nella lunga ombra dell'eternità, cercai di scacciare gli spiriti della nostra casa infestata.
Senza entrare nei dettagli della trama per evitare spoiler, posso dire che il racconto non è costruito come una
classica storia horror con mostri o colpi di scena evidenti: Pulver preferisce un approccio
allucinatorio, poetico e simbolista, in cui la realtà si incrina lentamente sotto l'influenza di presenze
e verità legate al Re in Giallo.
Il titolo stesso, "The Sky Will Not Fall" ("Il cielo non cadrà"), assume
un valore ironico e inquietante: ciò che minaccia i protagonisti non è una catastrofe fisica, ma una
trasformazione della percezione, una rivelazione che altera il modo di vedere il mondo.
Nello stile tipico di Pulver la narrazione è frammentaria, quasi musicale. Più che raccontare una
vicenda lineare, il testo costruisce un'atmosfera di decadenza e di presagio e il lettore ha spesso
l'impressione di trovarsi davanti a un sogno febbrile o a un ricordo incompleto, una tecnica che
richiama sia Chambers sia la tradizione decadente fin de siècle.
Un milione di ore dopo, sullo stesso balcone, guardai Alar attraverso le onde. Quando Camilla disse di sì, e sapevo che l'avrebbe fatto – doveva accettare il diadema e la mia proposta – avrei preso il mio esercito e l'avrei bruciata. I figli di Yhtill avrebbero conosciuto l'ira del nuovo signore di Hali. E dopo la caduta di Alar, sarebbe sorto un nuovo mondo, una nuova era, dove le nebbie tessute a Carcosa non avrebbero più infettato le torri un tempo splendenti di Hali. Non avrei permesso che il decadimento riducesse la mia bella città in polvere.
La catastrofe è avvenuta prima dell'inizio del racconto: con la morte del padre, con l'apatia della
madre, con la diffusione del lutto e dell'entropia. Quella che osserviamo non è l'apocalisse, ma la
reazione di un uomo che si ostina a negarla. In questa prospettiva il finale diventa profondamente
tragico: Uoht non combatte contro la fine del mondo, ma contro l'accettazione della fine del mondo.
E il lettore non saprà mai se quella resistenza sia eroismo o semplice illusione.
La Madre, avvolta nel suo lutto ossessivo, tormentata da una follia degenerata, dalla malattia che ha spaccato e squarciato i teneri fiori dei suoi seni carnosi, apre la bocca. Il suo sussurro oscuro si allunga: "Questa è la fine". […] “Hali non crollerà... La mia città ha bisogno di essere riparata, i gabbiani grigi del dolore volteggiano bassi e le onde di nuvole incombono... ma questa non è la fine. [Adele "Skyfall"]
Quelle due parole racchiuse tra parentesi al termine del racconto hanno ovviamente calamitato la
mia curiosità che, specie in questa serie di post, trova nutrimento nelle cose apparentemente
casuali, ma che mai lo sono. Cosa significa “Adele: Skyfall”? È indiscutibilmente un riferimento ad
Adele, la celebre cantante soul britannica, e al tema musicale di Skyfall, ventitreesimo titolo della
serie di James Bond, che nel 2013 le valse Oscar e Golden Globe per la migliore canzone
originale.
"The Sky Will Not Fall" è quindi una sorta di dedica, o meglio, di variazione di Skyfall: entrambi i testi
raccontano un mondo che sta finendo, ma mentre Adele accetta l'apocalisse e concentra
l'attenzione sul legame umano che sopravvive al crollo, Pulver, che trasferisce la stessa tensione
nel mito di Carcosa, affida a Uoht una battaglia più solitaria, quella di conservare una scintilla di
luce in una città svuotata dalla speranza e rassegnata alla fine.
La differenza si riflette, se ci avete fatto caso, nei titoli: Adele dice “Il mondo cadrà, qualcosa andrà
perduto”, Uoht dice “Hali non cadrà, questa non è la fine” (le citazioni non sono letterali, ma il senso è quello). Per certi versi, quindi, Uoht rispetto ad Adele ha un atteggiamento più testardamente positivo, ma non
necessariamente tra i due è lui quello che ha ragione, e questo è avvalorato dal fatto che tutto ciò a cui il
lettore assiste sembra suggerire il contrario.
In un universo già avvolto dalla decadenza - dove il re
è morto, la madre si è trasformata in una reliquia vivente del lutto e Hali sembra consumarsi
lentamente -, egli è l'unico personaggio che continua a muoversi in direzione opposta. Non perché
ignori la rovina, ma perché si rifiuta di riconoscerle l'ultima parola.
In questa luce, Uoht appare
come una figura quasi anomala nel panorama degli Yellow Mythos: egli non è un visionario che si
abbandona al richiamo di Carcosa, né una vittima schiacciata dalla rivelazione del Segno Giallo,
ma è l'ultimo custode di una speranza che il mondo circostante ha già dimenticato.
Tuttavia, se il suo nome nasconde davvero un gioco linguistico che rimanda a thou, l'antico "tu"
inglese, allora Uoht smette di essere soltanto il principe di Hali e diventa qualcosa di più: una figura
archetipica nella quale il lettore è chiamato a riconoscersi, perché, in fondo, il conflitto che
attraversa il racconto non riguarda soltanto Hali e Carcosa: riguarda il modo in cui ognuno di noi
decide di reagire quando il mondo che conosce comincia a sgretolarsi.



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