lunedì 19 ottobre 2026

P.O.V. – A Cursed Film

Nel cinema dell’orrore lo sguardo raramente è innocente. La macchina da presa decide cosa mostrarci, il montaggio stabilisce dove dobbiamo guardare e qualche volta il film arriva a mettere in discussione una distinzione che diamo per scontata: quella fra chi osserva e chi viene osservato. P.O.V. – A Cursed Film, diretto da Norio Tsuruta nel 2012, costruisce il proprio orrore proprio attorno a questa ambiguità. 
La storia prende avvio da una registrazione televisiva, passa attraverso una videocamera, un vecchio filmato e una scuola apparentemente abbandonata, fino a trasformare il semplice atto di guardare in qualcosa di molto meno innocuo. Il punto di partenza può ricordare Ringu, e il richiamo è inevitabile, ma Tsuruta porta il discorso su un terreno diverso. Qui non c’è soltanto un'immagine maledetta che qualcuno deve vedere: c'è una catena di sguardi nella quale televisione, filmato, videocamera e spettatore finiscono per sovrapporsi. E quando anche chi sta guardando il film entra a far parte di quella catena, la distanza fra noi e ciò che vediamo comincia a diventare piuttosto sottile. 
Ma partiamo dall’inizio. La vicenda comincia in uno studio televisivo, dove due ragazze, Mirai Shida e Haruna Kawaguchi, stanno registrando la puntata di un programma dedicato ai fenomeni paranormali, nella quale viene mandato in onda e commentato del materiale video inviato dal pubblico in redazione, materiale in cui ritroviamo elementi già piuttosto abusati come l’ambiente scolastico deserto e una presenza inquietante che si manifesta in una breve sequenza di fotogrammi. La registrazione viene mostrata, osservata, analizzata e l’ignaro spettatore, ovvero noi che ce ne stiamo seduti serenamente sul divano, non ci siamo ancora accorti di essere già stati risucchiati dal meccanismo del film. 

La scuola diventa, com’era peraltro prevedibile, il luogo nel quale le due protagoniste dovranno cercare una spiegazione a quanto hanno visto. Vi si recano e lì emergono testimonianze, ricordi, vecchie registrazioni e una tragica storia legata a una studentessa, Yuko. A quel punto qualcosa comincia a cambiare: le immagini non sembrano più limitarsi a raccontare ciò che è successo, ma finiscono per coinvolgere chi le sta guardando. 
È una variante particolarmente interessante del motivo della videocassetta maledetta di Ringu. Nel film di Hideo Nakata la visione mette in moto una maledizione che può essere trasmessa a un'altra persona attraverso la copia del nastro. P.O.V. conserva l'idea fondamentale della trasmissione attraverso l'immagine, ma elimina la necessità di un oggetto che deve essere copiato e consegnato: il supporto cambia continuamente, mentre ciò che passa da uno schermo all'altro rimane, tanto che alla fine diventa impossibile stabilire chi sia davvero il primo spettatore e chi l'ultimo. 

A questo punto vale la pena ricordare anche chi sta dietro la macchina da presa, soprattutto perché P.O.V. non arriva isolato nella sua filmografia. Norio Tsuruta aveva già cominciato a lavorare molto prima proprio su quel territorio nel quale il soprannaturale sembra insinuarsi nella realtà quotidiana: all'inizio degli anni Novanta aveva diretto la serie Scary True Stories, realizzata per il circuito home-video e considerata una delle esperienze importanti nella formazione del linguaggio del J-Horror. Nel 2000, poi, con Ring 0: Birthday, Tsuruta aveva affrontato la figura di Sadako spostando l'attenzione dalla creatura maledetta alla ragazza che precede la leggenda, fino a mettere in discussione l'idea stessa che il male fosse davvero “dentro” di lei (nell’articolo che scrissi anni fa, questa inversione di prospettiva fu uno degli elementi centrali della mia lettura del film). 
Tsuruta ora riprende quell'idea e la sposta verso un sistema più complesso, nel quale non esiste più un solo supporto da cui guardarsi; la maledizione si è liberata dall'oggetto che la trasporta e diventa essa stessa la maledizione, tanto che la distanza che normalmente separa lo spettatore dalla minaccia comincia a ridursi fino ad azzerarsi nel finale. È un passaggio importante perché il cinema horror può mostrarci scene anche terribili concedendoci comunque la serenità di una separazione (lo schermo) tra spettacolo e spettatore. Quando invece quella distanza scompare, beh, allora può essere un problema. 

Prima di concludere, resta però un tema importante da smarcare, che riguarda molto più semplicemente il piacere della visione. P.O.V. – A Cursed Film è, a mio avviso, anche un film piuttosto soporifero. La sua costruzione lenta, le ripetizioni, le lunghe sequenze nelle quali la videocamera indugia sugli ambienti e quella continua sensazione di attesa finiscono per mettere alla prova anche lo spettatore più motivato. Il rischio concreto è quello di arrivare al finale per puro caso, dopo aver combattuto per tutto il secondo tempo contro il sonno. 
In tutto questo entra anche in gioco una mia idiosincrasia personale nei confronti del POV. L'idea di affidare per lunghi tratti l'intera esperienza visiva alla soggettiva della videocamera può funzionare, soprattutto quando serve a creare disorientamento o a restringere il campo percettivo. Quando però il procedimento diventa la grammatica dominante del film, la sensazione di immersione tende a trasformarsi in fatica, l'immagine traballa, il campo visivo si restringe, la percezione dello spazio diventa meno leggibile e quello che dovrebbe aumentare la tensione finisce talvolta per rendere semplicemente più difficile seguire ciò che sta accadendo. In altre parole, il problema non è tanto il POV in sé quanto il suo uso prolungato. 
Dopo un po' io, davanti a una videocamera che continua a muoversi davanti ai miei occhi, comincio a desiderare disperatamente che qualcuno la appoggi da qualche parte. Diciamo pure che, se esistesse un gruppo di sostegno per chi non sopporta il POV, avrei già chiesto la tessera. 

Chiudiamo questa dovuta digressione e torniamo al film. La storia sembra arrivare alla propria conclusione sul tetto della scuola, quando il produttore precipita e la videocamera continua a registrare. Qui la tensione si scioglie, Haruna sembra tornare alla normalità, arrivano i titoli di coda e, sorpresa, scopriamo che quello che abbiamo appena visto è ancora un filmato, inserito all'interno di un'altra situazione narrativa. Tutto si riapre e, con esso, anche la nostra posizione di spettatori. Se ciò che abbiamo visto può essere un film proiettato all'interno del film, quale livello dobbiamo considerare realmente esterno alla storia?  
La risposta sembrerebbe essere lo spettatore, seduto davanti allo schermo, ma è proprio questa sicurezza che la parte conclusiva comincia a mettere in discussione. Mirai e Haruna assistono alla proiezione del materiale e qualcosa che appartiene alle immagini sembra oltrepassarne i confini. Yuko compare nella sala e, da quel momento, il rapporto tra spettatore e immagine viene rovesciato: non siamo più semplicemente davanti a una storia nella quale qualcuno guarda un filmato maledetto, ma siamo noi a farlo. 
Dopo un'ulteriore interruzione, la storia sembra finalmente chiudersi, la tensione si è dissolta ma, altra sorpresa, una figura femminile vestita di rosso viene inquadrata in sala. Non fa nulla, rimane perfettamente immobile, ma sembra quasi voler invadere lo spazio dello spettatore, che a quel punto è rimasto completamente solo con lei. 
La domanda sorge a questo punto spontanea: chi è l’osservatore e chi l’osservato? Siamo spettatori o siamo immagini? E se qualcuno ci sta guardando mentre guardiamo un film, da quanto tempo lo sta facendo? Al di là dei limiti di una tecnica che personalmente trovo spesso più faticosa che immersiva, P.O.V. porta fino alle estreme conseguenze un'idea semplice: guardare un'immagine significa anche esporsi al suo sguardo. Per tutto il film abbiamo cercato qualcuno dentro lo schermo, ma alla fine viene il dubbio che lo schermo stesse cercando proprio noi.

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