Per iniziare a raccontare le vicende associate ad Okiku, quella che successivamente (e ingiustamente) fu denominata “Devil Doll”, bisogna risalire a quasi un secolo fa. Era il giorno di ferragosto del 1918 e, nella città di Sapporo (la più grande città dell’Hokkaido, a nord del Giappone), si stava tenendo un’importante rassegna fieristica, la Taishō Expo (dal nome dell’allora imperatore del Giappone). Erano quelli anni di profonda incertezza. Nonostante il suo piccolo ruolo nella prima guerra mondiale, enormi investimenti erano stati dedicati ai programmi di difesa, esaurendo le risorse e accumulando debiti vero l’estero. Inoltre, per mano di gruppi ultra-nazionalisti, passò la cosiddetta Legge per la Preservazione della Pace che costrinse alla clandestinità il Partito Comunista Giapponese, reo di promuovere un pensiero considerato pericoloso e destabilizzante. Fu comunque quella un’epoca contrassegnata anche da grandi movimenti liberali: studenti, professori universitari e giornalisti, sostenuti dalle unioni dei lavoratori e ispirati da una varietà di ideali democratici, socialisti, comunisti, anarchici e di altre scuole di pensiero occidentali, misero su grandi ma ordinate manifestazioni pubbliche in favore del suffragio universale maschile che si realizzò finalmente nel 1925, grazie alla nuova legge elettorale che avrebbe garantito il voto a tutti gli uomini sopra i 25 anni.
giovedì 24 maggio 2012
mercoledì 16 maggio 2012
Engraved in Black
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Musica
E' da diverso tempo che non parlo di musica in questo blog. L'ultima volta fu lo scorso gennaio, con la mia recensione dell'album "Lights Out" degli Antimatter, datato 2003. Risale ancora al 2003, decisamente uno degli anni più prolifici di questo nuovo millennio per il metal, l'album che ho intenzione di recensire oggi: si tratta di "Engraved in Black", quarto album studio per gli altoatesini Graveworm, gruppo ancora semisconosciuto in Italia, ma che piò vantare un grosso seguito all'estero, soprattutto in Germania.
Il genere proposto da questi cinque ragazzi è una variante melodica del Black Metal. Immagino che al sentire parlare di Black Metal molti storceranno il naso, visto che si tratta di un genere rappresentato da gruppi, prevalentemente scandinavi, dediti più che altro a dare fuoco alle chiese piuttosto che a cercare di creare una musica che sia perlomeno ascoltabile. Pensare che "dare fuoco alle chiese" sia esagerato? Leggete su Wikipedia la storia di Varg Vikernes, alias Burzum, se non ci credete. Ad ogni modo, oltre ad essere un sottogenere estremo dell'heavy metal, conosciuto per le sue tematiche sataniste, il Black Metal ha sviluppato nel tempo diversi sottogeneri, alcuni dei quali assolutamente apprezzabili dal punto di vista stilistico. Uno di questi è il cosiddetto Melodic (o Symphonic) Black Metal, che fece la sua prima apparizione grazie a due band (guarda caso) norvegesi, i Dimmu Borgir e gli Emperor. Entrambi debuttarono nel 1994, migliorando l'aspetto tecnico e melodico e aggiungendo inserti sinfonici ad una base musicale che traeva ispirazione dal Black Metal classico. Oggi le band Melodic (o Symphonic) Black Metal sono centinaia, tra cui spiccano senza dubbio i nostrani Graveworm.
martedì 15 maggio 2012
Sisters of Gion
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Kenji Mizoguchi
Kenji Mizoguchi (溝口 健二 Mizoguchi Kenji; 1898-1956) è considerato uno dei più importanti ed influenti registi giapponesi degli anni 50, autore di oltre 80 capolavori quali Vita di O-Haru, donna galante (Saikaku Ichidai Onna) del 1952, I racconti della luna pallida d'agosto (Ugetsu Monogatari) del 1953 (anno del suo primo viaggio in Europa) e L'intendente Sansho (Sansho Dayu) del 1954, tutti e tre premiati a Venezia con il prestigioso Leone d’Argento.
Fu comunque negli anni precedenti al secondo conflitto mondiale che Kenji Mizoguchi realizzò le sue migliori "fotografie" del Giappone. Uno di questi è appunto Le sorelle di Gion (Gion no shimai) argomento del post di oggi, che getta uno sguardo sulla vita delle Geisha in uno dei più più esclusivi e rinomati quartieri di Kyoto (Gion, appunto). L'idea di questo post deriva, inutile dirlo, dal mio recente viaggio in Giappone (descritto qui), nel corso del quale ho avuto modo di vedere con i miei occhi le strade di Gion. Oggi, nonostante il considerevole declino del numero di geishe presenti nel quartiere nel corso dell'ultimo secolo (se ne contano 180, di cui 50 apprendiste o maiko), Gion conserva ancora molte architetture caratteristiche e ospita varie forme di intrattenimento tradizionale, ragione per cui parte del quartiere è stata dichiarata bene culturale tutelato dal governo nazionale. Purtoppo, causa il limitato tempo a mia disposizione, non sono riuscito ad ammirare la bellezza di una geisha con i miei occhi: solo una di sfuggita, che si è subito sottratta all'obiettivo della mia macchina fotografia, sparendo istantaneamente, così come era apparsa, oltre l'uscio una porta. Fortunatamente un mio compagno di viaggio è stato più fortunato (anzi, più paziente) e ha avuto modo, dopo lunghi appostamenti, di immortalare questa stupenda creatura.
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