giovedì 22 settembre 2022

L’estetica di Kayako

Acconciatura tipica del periodo Heian
Impossibile introdurre colui che ha ideato e realizzato la saga di Ju-On senza prima un cappello iniziale sullo scenario che ha portato a quel fenomeno di massa di fine anni Novanta che conosciamo come “J-Horror”. In verità l’argomento lo avevo già affrontato marginalmente in passato e, sicuro, fu in occasione dello Speciale Ghost in the Well (se la memoria non m’inganna, forse anche da qualche altra parte), per cui una nuova introduzione dovrebbe tentare un approccio diverso, meno didascalico.
Anche perché nel corso di questi ultimi vent’anni il fenomeno è stato così tante volte analizzato e sviscerato in ogni suo aspetto che chiunque oggi, in Occidente, ha ormai imparato a riconoscerne le caratteristiche, amandolo o odiandolo. È tuttavia anche vero che, se provassi a fare delle domande in giro, otterrei per un buon 90% una definizione piuttosto vaga di “film con fantasma femminile, dedito alla vendetta, con veste bianca e lunghi capelli neri spettinati”. 
La risposta non è del tutto errata, ma è importante tenere presente che fantasmi con quelle caratteristiche vivono anche al di fuori del J-Horror. La loro esteriorità, che così tanto salta all’occhio di noi Occidentali, per un giapponese è per esempio assolutamente ovvia, in quanto il bianco è per egli simbolo di lutto e, nello specifico, il kimono bianco è l’abito che tradizionalmente viene fatto indossare ai defunti di sesso femminile. Sarebbe come stupirsi degli abiti scuri che noi indossiamo ai nostri funerali. 
I lunghi capelli neri e lisci? Beh, nel periodo Heian (794-1185) il taregami, ovvero la classica chioma nera, lucida e lunghissima, era già un requisito indispensabile a connotare la bellezza di una donna. Esso aveva inoltre un significato positivo per l’associazione con la forza vitale, l’energia, la sessualità e la fertilità. I capelli spettinati, di contro, rappresentano tutto ciò che è fuori controllo, il furore di passioni che è impossibile trattenere, come l’amore e l’odio, la gelosia e il rancore. 
In particolare, quando la vita di una donna viene interrotta accidentalmente, e le sue aspettative naturali (sposarsi, avere una famiglia e passare attraverso il normale processo di invecchiamento) vengono frustrate, i capelli selvaggi e arruffati si trasformano in un pericolo, o meglio in un campanello d’allarme per i sopravvissuti. 
Si dice infatti che i capelli di una donna morta in circostanze non naturali non cadano nel naturale processo di decomposizione del corpo, ma continuino a crescere attaccati al cranio. Ne consegue che, nell'immaginario popolare, i capelli di una persona che aveva avuto una brutta morte avevano il potere di riportarla indietro, in modo che potesse ancora vivere e muoversi in questo mondo. 
Ecco perché già nell’XIII secolo le ragazze nubili morte prematuramente venivano cremate. Nei secoli successivi le donne iniziarono ad acconciarseli diversamente, raccogliendoli in una sorta di chignon tenuto insieme e decorato da bastoncini, pettini e nastri di ogni tipo. Forse dietro quel cambiamento nei costumi femminili si nascondeva la necessità di apparire più gradevoli agli occhi dei potenziali mariti che ancora credevano in quell’antica superstizione. 

Ma il J-Horror presenta caratteristiche peculiari che prescindono dall’elemento trattato e che si fondano prettamente sullo stile narrativo. Si delinea come un horror di carattere psicologico che preferisce costruire il pathos e la paura derivante dalla tensione su ciò che non viene mostrato, su ciò che rimane nascosto e silente. È un genere che predilige la lentezza, gli eventi si dipanano a poco a poco e le scene scioccanti si manifestano con un certo preavviso. 
Ne sono un esempio i film del maestro Kiyoshi Kurosawa, come Pulse (Kairo) del 2001, dove gli avvenimenti si alternano come in un sogno, uno stato alterato dei personaggi che non sempre riescono a comprendere la gravità delle situazioni. Il risultato è un prodotto ipnotico per gli occhi degli spettatori, un horror che tiene in apprensione grazie al suo andamento simile a uno slow-motion. 

Chiaki J. Konaka, scrittore e sceneggiatore giapponese noto per essere il creatore di Digimon Tamers e Ultraman Gaia, nonché per le sue opere ricche di elementi lovecraftiani (ne abbiamo parlato qui un paio di anni fa), ha provato a gettare le basi dell’estetica J-Horror nel suo libro “Horā Eiga no miryoku: fondamentaru horā sengen” (The fascination of horror films: manifesto of fundamental horror). 
Tale lavoro, compiuto a sei mani con il già citato Kiyoshi Kurosawa e con l’animatore Akira Takahashi (autore di anime come City Hunter, Death Note e Inuyasha), è universalmente noto come “The Konaka Theory” e a esso si sarebbero ispirati tutti i registi, incluso lo stesso Takashi Shimizu, negli anni a venire. 

In breve, la teoria cerca di descrivere la maniera più efficace per ritrarre un fantasma nel cinema. “Tempo fa - spiega Takahashi - aveva fatto discutere una vicenda che aveva come protagonista l’attrice di uno spot televisivo diffuso su un canale tematico per bambini. L'attrice era morta qualche giorno dopo le riprese, per cui ciò che i bambini stavano guardando in TV non era praticamente altro che un fantasma. È interessante notare che ciò evidenzia i limiti dell'immagine fotografica; non è possibile distinguere chiaramente un essere umano vivo da un fantasma. Non sto dicendo che la nostra sia un'idea inedita: piuttosto, occorre trovare il modo di elaborare il concetto di J-Horror partendo da quella lunga tradizione di teoria cinematografica da sempre abituata a rendere indiscernibili i vivi e i morti, l'umano e il non umano, l'animato e l'inanimato. Il film horror deve andare oltre, deve terrorizzare lo spettatore trasformando l'essere umano in uno spettro ben riconoscibile.” 

Takahashi
e Konaka suggeriscono una serie di tecniche che attivano quel senso di angoscia, sfruttando liberamente l'iconografia di certe fotografie spiritiche che proliferano sul web, sui tabloid e nei programmi televisivi pomeridiani del Giappone contemporaneo. Takahashi offre un elenco di sei suggerimenti per la rappresentazione del fantasma al cinema. 

  1. Mai mostrare il viso. Mostrare solo una parte del corpo o i vestiti. In alternativa riprendere il soggetto da lontano in modo che i dettagli del viso risultino sfocati. 
  2. Rendere innaturale la posizione eretta o il comportamento del soggetto. Le persone hanno un senso specifico dello spazio e delle distanze tra due individui: occorre quindi posizionare il soggetto in modo tale da sfidare sottilmente questo senso. Se esso ci osserva da una posizione eccessivamente ravvicinata, per esempio, risulterà essere spaventoso. 
  3. Rendere i movimenti del soggetto non umani, nel senso di fare in modo che non siano movimenti riproducibili da una persona con un sistema scheletrico e muscolare normale. Occorre tuttavia fare molta attenzione, perché si potrebbe ottenere uno zombi, se questo aspetto è gestito male. 
  4. Mettere una parte del corpo del soggetto in una posizione impossibile. Una famosa fotografia spiritica scattata a una scolaresca mostra una mano apparentemente priva di corpo appoggiata sulla spalla di un compagno di classe. Anche un volto che ci osserva dal basso in alto, specie se al di là di una porta socchiusa, è terrificante. 
  5. Usare un viso adatto. Non c’è molto altro da aggiungere se il volto dell’attore è già in grado di terrorizzare di per sé. 
  6. Non mostrare nulla. La miglior arma è in quei piccoli segni premonitori che derivano dall’uso saggio delle atmosfere, dello spazio e del suono. Il film “Gli invasati” (1963) di Robert Wise, in questo senso, ha fatto scuola. 

Il miglior esempio che potrei portare a sostegno della tendenza a perseguire i punti precedenti è uno sconosciuto mediometraggio (48’) girato, in forma di mockumentary, da Ishii Teruyoshi nel 1988, del cui Chiaki J. Konaka curò la base musicale e la fotografia. Il film, intitolato “Jagan-Rei” (Psychic Vision), probabilmente non vi dirà molto, ma all’epoca fu definito come il vero precursore del J-Horror. (*). 
Il film fa leva su un concetto che è stato utilizzato innumerevoli volte nel panorama J-horror, e cioè quello secondo il quale gli spiriti non vengono semplicemente catturati dalla fotocamera, ma fanno intenzionalmente percepire la loro presenza inserendosi su registrazioni audio o video per trasmettere un messaggio, un avvertimento o un promemoria. 
Partendo da questo presupposto, “Jagan-Rei” è un’opera strutturata su diversi piani di metacinematograficità: un film presentato come un servizio televisivo sulla realizzazione di un documentario (spiegato così sembra un po’ contorto, ma non è difficile). 
Veniamo subito informati con una nota che il girato avrebbe dovuto documentare, a scopo promozionale, la realizzazione del nuovo singolo (intitolato, guarda un po’, “Love Craft”) della idol singer Emi Kato, documentario mai andato in onda a causa della morte, ripresa in diretta, della protagonista. Le immagini in rapida sequenza ci mostrano una serie interviste con cantautori, critici musicali e personaggi televisivi di vario genere; ci vengono aperte le porte alla registrazione della canzone e ai dietro le quinte del videoclip. Mentre assistiamo a tutto ciò, alcuni inaspettati incidenti iniziano ad accadere: una strana voce appare, per esempio, nella registrazione su nastro e una sagoma spettrale viene catturata nel video promozionale. La realizzazione del documentario e la registrazione del brano vengono interrotte e Kyoko Sawai, la reporter del finto servizio televisivo, scopre che la causa di tutto è lo spirito inquieto della vera autrice della melodia, una donna che si sarebbe suicidata sette anni prima in circostanze mai chiarite. 
Impossibile non notare la somiglianza con il film “White: Melody of Death” (2011) dei registi coreani Kim Gok e Kim Sun. I personaggi sono diversi e la narrazione della storia scorre, grazie a un minutaggio raddoppiato (106’), meno velocemente dell’originale del 1988, ma nonostante ciò la trama è la stessa e la melodia “maledetta” è quasi identica. Chiuso l’inciso. 

Il regista di Ju-on, Takashi Shimizu, appartiene alla generazione successiva a Konaka e Takahashi. Egli imparò il mestiere nella scuola di cinema dove insegnavano Takahashi e Kurosawa e quest’ultimo, nella seconda metà degli anni Novanta, lo raccomandò a Konaka per realizzare alcuni cortometraggi che avrebbero dovuto poi far parte di un progetto a episodi dal titolo “Gakkô no Kaidan G” (visionabile integralmente qui). In tale occasione Shimizu diresse due cortometraggi che gettarono le fondamenta per quel grande successo che in seguito sarà Ju-on: i due corti si intitolano “Katasumi” e “4444444444”. 
Poiché il nome di Takahashi è elencato nei titoli di coda di Ju-on, si può supporre che Shimizu abbia anche imparato la teoria di Konaka attraverso Kurosawa e Takahashi (è un fatto accertato che Shimizu ebbe modo di vedere Jagan-rei quando era uno studente delle superiori). Tuttavia, Shimizu aveva già deciso di prendere una strada divergente dai pionieri. Come mostrano i suoi due cortometraggi, quello a cui egli mirava era un qualcosa di più audace, di più esplicito, cosa che Konaka e i suoi sostenitori avevano deliberatamente evitato. 
Dopo il grande successo che Shimizu ottenne con la saga di Ju-on, il suo nome divenne popolare fino (e specialmente) negli Stati Uniti, cosa che implica che il suo stile ben si adattava ai canoni di orrore hollywoodiani, anche perché Kayako e Toshio, i personaggi centrali di Ju-on, possono facilmente venire identificati come zombi, molto più d’appeal in Occidente, piuttosto che come fantasmi. 

Un altro importante particolare inserito da Shimizu, rispetto ai canoni sopra riportati, è che le creature ci prestano il loro punto di vista, attraverso il quale possiamo vedere le vittime (vi ricordate il POV iniziale di Halloween?). Konaka aveva ripetutamente insistito sul fatto che fosse indispensabile evitare di proporre le vicende attraverso gli occhi del fantasma, ma Shimizu ignorò tale dettame e utilizzò efficacemente questo metodo nel suo cortometraggio di debutto, “Katasumi”, per creare dinamismo. 
In tale cortometraggio, noto anche con il titolo di “In a corner”, assistiamo alla tragica fine di due studentesse che, recatesi in un complesso scolastico per dar da mangiare a dei conigli, vengono assalite da una furibonda Kayako. Le due ragazze si chiamano Hisayo Yoshida e Kanna Murakami, e l’episodio che nel post precedente avevo identificato con la lettera “X” chiude quindi uno dei punti lasciati senza spiegazione nel primo “Ju-On: The curse”. 

La voce della creatura, che ne racchiude in sé tutto l’apparato orrorifico, si ode per la prima volta nel cortometraggio “4444444444”, anch’esso parte del già citato “Gakkô no Kaidan G”. In tale episodio (identificato con la lettera “Y” nel post precedente) si assiste al tragico destino di Tsuyoshi Murakami, risolvendo quindi anche il secondo punto in sospeso. Indiscutibilmente, la scelta di dar voce a Toshio Saeki sorprende ma, a posteriori, consente al regista di sfruttare più efficacemente il personaggio nell’arco di tutta la serie (ciò che consente di distinguere Toshio da un normale bambino è infatti solo il suo pallore e molti, come sappiamo, scopriranno la sua vera natura troppo tardi). 
Sebbene solitamente la si senta emettere solo un suono gracchiante o un gemito, in un paio di occasioni riusciamo ad ascoltare anche la voce di Kayako: fuori campo nel primo “Ju-On: The curse”, quando Kobayashi entra nella casa, e ancora più brevemente in “The Grudge”, quando appare sul monitor di sicurezza. 

(*) La definizione è stata data da una recensione che lo sceneggiatore Takahashi Hiroshi scrisse sulla celebre rivista Cahiers du Cinema Japon (inverno 1991).




Il presente articolo è parte di un vasto progetto che ho voluto chiamare Hyakumonogatari Kaidankai (A Gathering of One Hundred Supernatural Tales) in onore di un vecchio gioco popolare risalente al Giappone del periodo Edo (1603-1868) e, di  tale progetto,  esso rappresenta la parte 44 in un totale di 100.
Se volete saperne di più vi invito innanzitutto a leggere l'articolo introduttivo e a visitare la pagina statica dedicata, nella quale potrete trovare l'elenco completo degli articoli sinora pubblicati. L'articolo è inoltre parte del progetto "Ju-On, speciale rancore" che è iniziato qui lo scorso 7 settembre. Buona lettura! P.S.: Possiamo spegnere la 44° candela...

4 commenti:

  1. Il libro che hai citato, quello di Chiaki J. Konaka, sembra molto interessante, mi piacerebbe leggerlo. Lo metto nell'ormai infinita lista di opere da recuperare!

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    1. Io ho rinunciato ormai da tempo a compilare liste. Se scopro qualcosa e poi me ne dimentico, pazienza. Ne scoprirò altre.

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  2. La leggenda che i capelli possano continuare a crescere anche dopo la morte della persona compare anche in un romanzo tutt'altro che horror e di altra area geografica, ovvero "Dell'amore e di altri demoni" di G. G. Marquez. Chissà se ha preso l'idea leggendo qualche saggio sulle antiche leggende giapponesi.
    Le opere che citi - che te dico a fare - non le ho viste e temo che non avrò mai il coraggio di cimentarmici...

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    1. Il fenomeno dei capelli (e delle unghie) che continuano a crescere dopo la morte nasce da osservazioni reali che, per via della morbosità stessa dello strano fenomeno, ha dato il via a infinite leggende, dentro e fuori la letteratura horror
      Si tratta in realtà di un'illusione: dopo la morte il corpo si disidrata e la pelle si ritira con la conseguenza di mostrare una parte maggiore di capelli e unghie.

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