Qualche volta il rifiuto del cibo non è sintomo del male di vivere, ma una conseguenza del cercare di
adeguarsi a tutti i costi a dei canoni di bellezza che qualcun altro ha deciso per noi. Imporre dei modelli
estetici spesso irraggiungibili è uno dei modi tramite i quali non il singolo, stavolta, ma la società intera
esercita il controllo. Una società surrettiziamente impersonata da un apparato economico che crea i nostri
bisogni e ci indica la maniera per soddisfarli, passando sempre e comunque per il corpo della donna:
anche il mondo maschile ha i suoi canoni di bellezza, ma sono un po’ meno stringenti. Non sto dicendo
che per un uomo brutto la vita sia tutta rose e fiori, ma credo di essere obiettivo se affermo che alcuni
traguardi che per la donna dipendono in primis dalla sua avvenenza sono più facilmente abbordabili da un
uomo a prescindere dal suo aspetto fisico (per esempio in ambito lavorativo).
Le protagoniste di “H2Odio” (2006) di Alex Infascelli sono donne e sono convinto che la stessa storia
incentrata su degli uomini non avrebbe funzionato altrettanto bene, anzi non avrebbe funzionato affatto,
mancando delle premesse psicologiche per rendere tutto plausibile. Perché una cosa va detta: pur con i
suoi numerosi difetti, il film riesce a mio parere a suscitare un reale senso di disagio, e se anche non
intendeva trasmettere chissà quale messaggio o insegnamento, questo ci arriva ugualmente.


