mercoledì 12 ottobre 2022

Black Ghost, White Ghost

Black Ghost
Dopo quattro film giapponesi tutti praticamente uguali l’uno all’altro, e altri tre film americani ancora più uguali dei precedenti (se non per la deriva di questi ultimi negli abissi del trash), il franchise mostra inequivocabili i segni dell’età. In un mondo ideale, nel quale si fa solo ciò che ha un senso fare, la serie sarebbe terminata almeno cinque anni prima, subito dopo il primo remake hollywoodiano a fungere simbolicamente da pietra tombale. Ma il mondo in cui viviamo è tutt’altro che ideale, e per quanto una salma venga interrata in profondità ci sarà sempre qualcuno disposto a spellarsi le mani per riesumarla, casomai fosse rimasto un grammo di carne marciulenta su un ossicino. 
Sul finire di quel decennio, noi qui in Occidente eravamo ormai convinti di esserci lasciati definitivamente alle spalle Kayako, e assieme a lei tutto il J-horror in blocco. Solo uno sparuto manipolo di appassionati continuava a scribacchiarne sui blog, pur senza troppa convinzione, per ricordare i bei tempi andati. D’altra parte, lo stesso Shimizu si era lasciato questa storia alle spalle ormai da un bel po’, e nel frattempo aveva anche messo in archivio “Marebito” (2004), la storia di un cameraman freelance che indaga su certi spiriti misteriosi che infesterebbero le metropolitane di Tokyo, e “Reincarnation” (2005), la storia di una troupe cinematografica al lavoro in un hotel che fu un tempo teatro di una serie di omicidi. 
I due lungometraggi avevano ampiamente confermato il talento di Shimizu, consacrandolo nell’olimpo dei grandi registi horror di tutti i tempi e, pertanto, la necessità di riesumare certi vecchi fantasmi triti e ritriti semplicemente non c’era. Meglio piuttosto lavorare a quella terribile marchetta in 3D intitolata “The Shock Labyrint Extreme” di cui abbiamo (s)parlato qualche tempo fa. 
Ma siamo nel 2009 e qualcuno, calcolatrice alla mano, si rende conto che cade il decimo anniversario dei primi Ju-On televisivi. Quale migliore occasione, quindi, per dissotterrare un cadavere? 
Ju-On: Black Ghost” (Ju-on: Kuroi Shōjo) e “Ju-on: White Ghost” (Ju-on: Shiroi Rōjo) sono due film horror, della durata approssimativa di 60 minuti ciascuno, usciti in onore, appunto, del decimo anniversario del franchise che, tenendo conto dei remake statunitensi, rappresentano rispettivamente l'ottavo e il nono capitolo della serie. Il primo è prodotto, scritto e diretto da Mari Asato, il secondo da Ryuta Miyake
Takashi Shimizu (ormai più niente può sorprendermi) ha partecipato a entrambi i film nelle vesti di produttore e supervisore. Considerato il minutaggio e qualche dettaglio di trama che, in maniera abbastanza forzata, li lega tra loro, i due nuovi Ju-On sono da considerarsi praticamente un solo, unico minestrone. Non è quindi un caso se sono stati proiettati uno dietro l’altro (praticamente due al prezzo di uno) in una manciata di sale accuratamente selezionate per finire poi catapultati senza pietà nel mercato home video, dove sono tuttora commercializzati in un unico box contenente due dischi. 
Dimenticatevi comunque qualsiasi collegamento con le vicende dei film precedenti: qui di Kayako non c’è proprio traccia e l’unico motivo che giustifichi la parola “Ju-On” nel titolo è un veloce cameo di Toshio e del gatto nero che abitualmente lo accompagna (ogni tanto si ode anche il crepitio caratteristico di Kayako, ma è una cosa messa lì senza motivo). 
La buona notizia, quindi, è che potete saltare a piè pari tutti i film precedenti e gustarvi queste pellicole come se fossero (e lo sono) episodi a sé stanti. 

Come è ormai tradizione, “Ju-On: Black Ghost” è suddiviso in sette segmenti presentati secondo una logica anacronistica. Ogni segmento è intitolato al personaggio che, nello stesso, ha un ruolo centrale: Tetsuya, Yuko, Ayano, Fukie, Yokota, Mariko e Kiwako. 
Dopo essere crollata a terra a scuola, una giovane ragazza, Fukie Yokota, viene portata d'urgenza in ospedale. Una volta ripresasi, lei e sua madre, Kiwako, rientrano a casa, ma Fukie improvvisamente sbarella e inizia a emettere strani versi inframmezzati da parole sinistre mormorate a fior di labbra. Nel corso di un test psichiatrico, Fukie diventa ancora più instabile e finisce per essere ricoverata in ospedale, dove viene affidata alle cure di un'infermiera, Yuko. Il dottore comunica alla madre che quella che sembrava a prima vista una ciste è in realtà ciò che resta del gemello mai nato di Fukie che si è fuso con il suo corpo durante la nascita. Ritenendo che la condizione di Fukie sia soprannaturale, Kiwako contatta sua sorella Mariko, una specie di medium, per esaminare Fukie. La zia conclude che il gemello di Fukie è un parassita e decide di procedere con un esorcismo per espellere lo spirito malvagio, ma quest’ultimo la inganna facendo sì che a essere esplusa sia l’anima di Fukie e prendendo pieno possesso del suo corpo. La creatura non tarda a ovviamente a vendicarsi di Mariko. Dopo averla ricondotta in ospedale, in un ultimo disperato gesto Kiwako porta Fukie sul tetto, la prende tra le braccia e salta giù dal tetto con lei. Tutto finito? Certo che no, ora lo spirito è finalmente libero di terrorizzare a morte tutti i personaggi minori di questa storia. 

Coloro che più di altri sono interessati alle tradizioni orientali non potranno fare a meno di pensare al Mizuko kuyō, quell’antico rituale giapponese rivolto ai cosiddetti “bambini d’acqua”, bimbi mai nati a causa di aborti spontanei o volontari. “L’immaginario vede gli spiriti dei bambini radunarsi lungo il fiume dei morti, incapaci di attraversarlo perché i demoni impediscono loro di salire sulla barca che conduce al di là.” - scrive Marianna Zanetta, dottore di ricerca in Antropologia delle religioni e studi sull’Estremo Oriente – “È un’immagine estremamente triste: la piccola anima è rappresentata sola, spesso dimenticata dai genitori e incapace di liberarsi da questo luogo di pena, per certi versi simile al Limbo cristiano, a metà tra la vita e la morte. Nelle diverse preghiere e composizioni in cui questa credenza può essere rintracciata, a un certo punto entra in scena il bodhisattva Jizō, divinità estremamente popolare in Giappone, che distrugge i demoni e salva i piccoli dal loro stato di tristezza e miseria.” (Bambini d'acqua. I rituali Mizuko Kuyō nel Giappone contemporaneo).

Se in origine il concetto di Mizuko faceva esclusivamente riferimento ai servizi rituali che si occupavano della manipolazione e del trattamento funerario del corpo, è a partire dal secondo dopoguerra che comincia a declinarsi nel senso di un’entità sottile ed evanescente, inquietante e vendicativa. Ciò evidentemente deriva dalla diffusione della pratica dell’aborto e dai sensi di colpa che ne derivano. In questo scenario il rituale stesso finisce per essere strumentalizzato: vengono accantonati gli spetti legati alla fertilità e il Bodhisattva Jizō si trasforma in protettore della maternità e dei bambini in attesa di nascere, indice di un discorso religioso che condanna l’aborto. 

White Ghost
Anche “Ju-on: White Ghost” è diviso in segmenti: Fumiya, Kashiwagi, Akane, Isobe, Chiho, Mirai, Yasukawa e Atsushi. 
La famiglia Isobe si è recentemente trasferita in una nuova casa che, guarda un po’, è la stessa dove nell’episodio precedente era avvenuto l’omicidio di Mariko. Posseduto da uno spirito nascosto in uno specchio, Atsushi, il figlio, prende a molestare la sorella Mirai. Questa chiede aiuto all’amica Akane, la quale le volterà le spalle. Due giorni prima di Natale, Atsushi sbarella e uccide tutta la famiglia; fatto ciò, stacca dal collo la testa di Mirai, la infila in un borsone, sale su un taxi (lo stesso taxi già intravisto nell’episodio precedente) e raggiunge una foresta; qui registra alcune cose su una cassetta e si impicca a un ramo. La cassetta diventa ovviamente maledetta e inizia a uccidere tutti coloro che l’ascoltano. Il giorno successivo un fattorino, Fumiya, è in procinto di consegnare un dolce di Natale presso l’abitazione della famiglia Isobe. Chiaramente s’attira addosso la sfiga e inizia a venire tormentato dai fantasmi delle vittime. Traumatizzato dall'incidente, Fumiya cerca conforto in Chiho, la sua ragazza, ma questa ai suoi occhi si trasforma nello spettro della nonna di Mirai e, in preda al terrore, la pugnala. Sette anni dopo Akane, la vecchia amica di Mirai, ormai sedicenne, decide di giocare alla tavoletta Ouija con le sue amiche Mayumi e Yuka. Quest’ultima suggerisce di evocare lo spirito del padre di Akane, un tassista scomparso sette anni prima (che guarda caso è quello che aveva accompagnato Atsushi nella foresta). È l’elemento che riporta Mirai e la sua sinistra nonna nuovamente indietro dal mondo delle ombre. 

Anche qui abbiamo due chiari riferimenti alla cultura horror, talmente ovvi che menzionarli è praticamente superfluo. Il primo è legato al più classico dei topoi del J-horror, ovvero il supporto multimediale maledetto che ha raggiunto il suo apice attraverso il franchise Ring di Hideo Nakata ma che ha in realtà origini ben più remote: al cinema ricordiamo tutti, credo, che fu proprio attraverso le registrazioni su nastro che le parole incomprensibili di Reagan in L'esorcista (William Friedkin, 1973) diventavano comprensibili, mentre la voce spettrale in The Changeling (Peter Medak, 1980) era impercettibile, ma registrabile. 
Nel mondo reale, effetti misteriosi causati dai registratori a nastro sono antichi quanto queste stesse tecnologie di riproduzione: fu infatti attorno alla metà del secolo scorso che si tennero i primi esperimenti di psicofonia, ovvero quella tecnica che permetteva di interagire con le anime dei defunti tramite registratori, radio e altre apparecchiature. Qualcuno dei miei lettori forse avrà sentito parlare del filosofo e psicologo lettone Konstantine Raudive, allievo di Jung, che nel 1964 iniziò a studiare il fenomeno delle voci lasciando un registratore su nastro magnetico acceso di notte in un luogo silenzioso. Inizialmente i risultati furono deludenti, ma una notte, ascoltando l’ennesimo nastro registrato, egli sentì voci molto chiare: alcune parlavano in tedesco, altre in lettone, altre in francese. Una voce in particolare lo colpì perché in essa riconobbe una sua amica, Margarete Petrauzki, appena deceduta per una dolorosa malattia. 

Il secondo punto è legato alla famigerata foresta di Aokigahara, nota anche come “il mare di alberi” (Jukai) o, per l’appunto, la “foresta dei suicidi”. Si stima che ad Aokigahara, a partire dagli anni ’50 e ’60, si siano verificati circa trenta suicidi ogni anno, fenomeno che l’opinione comune attribuisce a un romanzo di Seichō Matsumoto che, ambientato proprio nella foresta, narra le sfortunate vicende di due giovani amanti che finiscono per togliersi la vita. 
Oggi Aokigahara è un vero e proprio fenomeno di massa che, con una media di vittime che si è alzata a un centinaio l’anno, è stata di grande spunto per l’industria cinematografica. Film come “La Foresta dei sogni” (Gus Van Sant, 2015), “Grave Halloween”, (Steven R. Monroe, 2013) e “Jukai - La foresta dei suicidi” (Jason Zada, 2016) sono solo degli esempi. 

In definitiva, “Ju-On: Black Ghost” e “Ju-on: White Ghost” sono i soliti film di Ju-On senza tuttavia esserli veramente. Sono molto divertenti mentre li guardi ma restano poco impressi nella memoria, al punto che ho dovuto riguardarne dei passaggi a solo due settimane di distanza per poter scrivere questo pezzo. La breve durata fa in modo che non vi siano momenti morti: veniamo catapultati immediatamente in mezzo alla maledizione e assistiamo alla tragica fine di tutti coloro che direttamente o indirettamente vengono a contatto con essa. L'odio di un bambino mai nato è un ottimo punto di partenza, così come lo è la vendetta della ragazza nei confronti dell’amica che l’aveva trascurata in un momento importante. Il resto è solamente un simpatico puzzle dove ci si diverte a mettere in ordine le linee temporali.

Il presente articolo è parte di un vasto progetto che ho voluto chiamare Hyakumonogatari Kaidankai (A Gathering of One Hundred Supernatural Tales) in onore di un vecchio gioco popolare risalente al Giappone del periodo Edo (1603-1868) e, di  tale progetto,  esso rappresenta la parte 49 in un totale di 100.
Se volete saperne di più vi invito innanzitutto a leggere l'articolo introduttivo e a visitare la pagina statica dedicata, nella quale potrete trovare l'elenco completo degli articoli sinora pubblicati. L'articolo è inoltre parte del progetto "Ju-On, speciale rancore" che è iniziato qui lo scorso 7 settembre. Buona lettura! P.S.: Possiamo spegnere la 49° candela...

2 commenti:

  1. Eh beh, in generale, sembra che l'industria della fiction ormai si regga solo sui remake / reboot. Leggevo che anche qui in Italia sono previsti remake stile serial de "La ciociara", "Piedone" e anche di "Phenomena" di Dario Argento...

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    Risposte
    1. Avevo storto il naso quando giravano le prime voci sul remake di Suspiria (per poi ricredermi) e storco ancora il naso per l'ipotesi di un nuovo Phenomena (ma spero di ricredermi nuovamente).
      Comunque si, sembra che da anni il cinema mainstream non sia in grado di produrre più roba originale e le uniche variazioni sul tema rimangono sotto traccia per via della loro modesta distribuzione.

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