giovedì 17 maggio 2018

Secretary: il lavoro fa male

Il lavoro fa male, lo dicono tutti (cit.)
Secretary

Ho sempre pensato che il lavoro fosse la più articolata e radicata forma di masochismo per le donne e gli uomini di questo gnocco minerale che ruota attorno al Sole.
Pensateci: ti svegli presto la mattina, abbandoni la persona amata e tutte le tue care cose per andare a fare qualcosa per un numero esageratamente alto di ore al giorno, ogni giorno, tutti i giorni, per quarant’anni, forse anche di più. Se ti va bene al lavoro hai qualche collega simpatico, il più delle volte non è affatto così, legato mani e pieni al ruolo di schiavo volontario, due settimane all’anno di ferie e se fai il bravo magari una promozione, più soldi per comprare cose che tanto non potrai usare, visto che stai sempre al lavoro. Per non parlare di cosa avviene all’interno di quel rebus complicatissimo, stile scatola di Lemarchand che si chiama posto di lavoro. Un intricato gioco di ruolo in cui vorresti mandare tutti a quel paese, ma devi stare incasellato nel ruolo che ti hanno assegnato, in un rapporto di dominazione a sottomissione ad un Cenobita che tutti chiamano signor direttore che se ti va bene può essere un padrone magnanimo, ma anche in questo caso, pensate mica di essere nati fortunati? Il lavoro nobilita l’uomo e lo rende simile alla più grande forma di BDSM legalizzata e moralmente riconosciuta.

Sì, perché se ti fai legare, maltrattare e sculacciare in camera da letto sei perverso, se lo fai per mantenerti sei un lavoratore, paradosso su cui si basano molte di quelle che una volta venivano considerate patologie psicologiche e che, nel corso del tempo, qualcuna di esse è stata sdoganata tanto da diventare la norma.
In questo senso, Steven Shainberg ha descritto “Il piacere della sofferenza” con l’aria giocosa di chi si approccia all’argomento del BDSM senza moralismo e con il ghigno da Stregatto che dal suo ramo se la ride delle tue sfighe di lavoratore masochista.
Non si parla mai molto di Steven Shainberg, uno che dà l’impressione di dirigere un film solo quando ha davvero qualcosa da raccontare, basta dire che tra il feticista ed impellicciato “Fur - Un ritratto immaginario di Diane Arbus” (2006) con Nicoletta Ragazzino e Tony Stark nel cast e il successivo "Rupture", sono passati dieci anni. Ma la pellicola che ha messo il nome (anzi cognome) di Shainberg sulla mappa geografica è stata la sua quinta regia: “Secretary” del 2002.
Di sicuro lo conoscete, ha una locandina che non passa inosservata ed è anche un film che ha fatto parecchio parlare di sé, specialmente in uno strambo Paese a forma di scarpa, dove le pellicole ad alto contenuto di “Parola con le tre S” suscitano spesso più casino del necessario... Italia, terra di santi poeti e moralizzatori. A ben guardarlo, però, “Secretary” è ancora un film unico e molto riuscito, molto più classico nella forma di quanto i benpensanti e la sua fama vorrebbero farci credere.

L’inizio è micidiale, come dico sempre i primi cinque minuti di un film ne determinano tutto l’andamento, infatti “Secretary” inizia con Maggie Gyllenhaal impegnata a sbrigare i lavori da ufficio della vostra normale segretaria personale del capo, ma con collo e polsi intrappolati da una specie di barra appendiabiti che gli esperti di BDSM (quindi non io) sapranno sicuramente come si chiama, ma a vederla così sembra che sia esploso un armadio dell’Ikea nelle vicinanze. Mentre la sorella di Donnie Darko si muove agile e felina malgrado sto coso a crocefiggerla, il film pare già prendersi gioco di tutte le vostre fantasie sulla sexy segretaria, mettendo in chiaro che qui tira un’aria differenze e l’ironia ha certamente cittadinanza.

Non credo sia proprio questo il modo esatto di usare la pinzatrice.
Salto indietro, prima di diventare una segretaria molto particolare, la nostra Lee Holloway sembra la vittima sacrificale designata, pronta a ritornare nel mondo dopo sei mesi passati in un istituto psichiatrico è chiaramente fuori posto, tutta spalle curve, modi goffi e gonne volutamente lunghe. Ad aspettarla a casa una situazione mica male: padre alcolizzato e madre maltrattata. Chiaro che poi la ragazza torna alle sue vecchie abitudini in meno di un minuto, tra i più disparati oggetti appuntiti e un bollitore bollente, Lee si auto infligge dolore fisico per una sofferenza inespressa che la ragazza ricaccia dentro di lei perché meglio nascondere e non fare rumore... shhhhh.
Tutto cambia quando per mettere a frutto il suo talento di dattilografa, Lee risponde all’annuncio di un avvocato sui generis di nome E. Edward Grey che ha il volto di James Spader e il nome che mi fa venire voglia di dire una cosa, così, proprio dal profondo del cuore: Cinquanta sfumature di grigio? Puppa la fava! Ahh! Ora che l’ho detto su questo argomento lasciatemi l’icona aperta che più tardi ripasso.
Tra i due personaggi, entrambi a loro modo complessati, inizia uno strano rapporto di lavoro fatto di richieste denigranti, tipo andare a ripescare un inutile plico di fogli dalla spazzatura (il tema del rovistare nella monnezza torna nel film, metaforone suggerito di personaggi che scavano dentro loro stessi, alla ricerca del loro vero io), fino all’apice delle sculacciate per correggere errori di battitura, qualcuno involontario, altri, anzi parecchi, molto volontari.

Alla base della sceneggiatura di Erin Cressida Wilson, collaboratrice di Steven Shainberg anche per “Fur”, c’è il racconto breve di Mary Gaitskill intitolato "Bad Behavior" a cui, però, sono state applicate alcune modifiche: nella storia la protagonista si chiama Debby Roe e il suo datore di lavoro viene solo indicato come “l’avvocato” e tutto è ambientato nel Michigan. 
Nel film, invece, la vicenda si sposta in Florida, la protagonista prende il nome di Lee, mentre l’avvocato si chiama, come detto, E. Edward Grey, quindi chiudiamola subito questa icona: la scrittrice E. L. James (pseudonimo di Erika Leonard) avrà fatto pure i soldi con la trilogia di Cinquanta sfumature di grigio e i penosi film da esso tratti, ma ha una conoscenza veramente approssimativa dell’argomento, perché se peschi il nome del protagonista dal film più famoso sull’argomento, si capisce perché i film hanno un quantitativo di sesso ridicolo, il BDSM è trattato in maniera ottusa e grossolana e in generale fanno cagare a spruzzo, come dicono i Francesi. Quelli eruditi, però! Forse, a ben pensarci, avrei dovuto commentare la trilogia di “Cinquanta sfumature di grigio/nero/rosso/verde/giallo” quella sarebbe stata un’altissima forma di masochismo!

"Ti faccio vedere 50 sfumature di grigio o vuoi altre sculacciate?" , "Le sculacciate! Vanno bene grazie!".
Lee Holloway arriva sotto la pioggia con il suo cappuccio (viola) ed entra nella tana di un lupo che poi è meno cattivo di quanto le sue strambe abitudini lascino intendere, il suo comporre i numeri sulla tastiera del telefono con una freccetta, seminare ovunque trappole per topi e prendersi cura di orchidee in ufficio sono piccole ossessioni per tenere a bada il suo ruolo di dominatore, in realtà una maschera dietro cui nascondere l’insicurezza («Io sono timido» , «Lei non è timido, è un avvocato»).

Due personaggi incompleti, complessati e frustrati che a colpi di frustate riusciranno insieme a far venire fuori il loro vero io, in una struttura che più classica di così non sarebbe possibile, perché di fatto “Secretary” è la classica storia d’amore cinematografica, sono i modi ad essere originali, anzi a dirla meglio: sono personalizzati attorno ai personaggi. In un altro film sarebbero elementi esterni ad impedire all’amore di trionfare dando spazio al lieto fine, roba tipo famiglie opposte (tipo “West side story” 1957) o la malattia (come in “Love story” 1970), mentre qui sono cause interne ad impedire ai due di stare insieme, per prima cosa Lee e Grey devono accettare le loro naturali pulsioni.
Ad esempio, il fidanzato di Lee, Peter (il Jeremy Davies di “Salvate il soldato Ryan” e "Lost") è talmente canonico da risultare inadatto per la ragazza, non che lei non si sforzi di farselo piacere, in fondo ai suoi genitori piace, quindi dev'essere per forza la scelta migliore, no? Ecco no, perché Steven Shainberg è bravissimo a giocare con l’attesa del pubblico e con i suoi personaggi.

Come spettatori sappiamo che i due protagonisti sono perfetti l’uno per l’altra perché aderiscono alla perfezione al canone di dominatore e sottomessa, il problema è che prima lo devono capire loro, ma allo stesso tempo accettare qualcosa che cultura, famiglia e ambiente hanno imparato essere meglio tenere nascosta e sopita. Lee è spavalda nel suo essere sottomessa, accetta di buon grado tutte le critiche dell’Avvocato che l’accusa di tirare su con il naso e di vestire in modo disgustoso, la ragazza invece di farsi abbattere fiorisce e Shainberg è bravissimo a portarci tutti per mano fino alla scena chiave, quella della prima sculacciata che è il momento esatto in cui i protagonisti capiscono di essersi finalmente trovati.
In questo senso, “Secretary” è un film che tratta la questione del BDSM senza moralismi tenendosi a distanza da pruriginosi falsi miti su questa pratica, anzi “Il piacere del dolore” è portato in scena in maniera giocosa e non senza ironia, non a caso quando finalmente Lee e Mr.Grey iniziano a fare sul serio, parte un training montage degno di Rocky, solo con più selle da cavallo e variopinti oggettini al posto dei guantoni da boxe, la scelta musicale è azzeccatissima, “I’m your man” di Leonard Cohen che non credo necessiti di particolari presentazioni, basta dire «And if you want a doctor, I'll examine every inch of you», no direi che è assolutamente perfetta per l’atmosfera del film.

A proposito di musiche, non dimentichiamo la colonna sonora di Angelo “Twin Peaks” Badalamenti, il cui tema principale ha un andamento ondivago, quasi orientaleggiante, una roba che pare muoversi al ritmo del corteggiamento, se non proprio dell’inciucio vero e proprio? Si dice inciucio? Vabbè, dai ci siamo capiti.
Ma dopo la sbornia iniziale, come in quasi tutti i rapporti, anche per i nostri protagonisti arriva una fase di bassa marea ormonale, con lui che la tratta come vecchia segretaria e lei le tenta tutte, pur di provocarlo per farsi nuovamente punire come prima, perché i tentativi da sola in bagno con la spazzola non sono la stessa cosa, un azzeccato metaforone del rapporto di coppia che per funzionare deve passare anche attraverso momenti così, prima di potersi considerare davvero completo.
L’ultima parte, forse, cerca un umorismo che non sempre arriva, o che forse era più divertente negli intenti originali che nella messa in scena: la sfilza di parenti, amici, preti e femministe che cercano a turno di convincere Lee ad interrompere il suo sciopero autolesionista, allargano il cerchio dei due protagonisti ad altri personaggi che c'entrano poco, ma che ribadiscono che “Secretary” è il più romantico film sul BDSM che sia mai stato fatto, perché il finale sembra quello di qualunque commedia romantica con che so, Molly Ringwald giusto per fare un nome, solo con molto più sadomasochismo.

Impossibile non citare i due protagonisti, fondamentali per la riuscita del film. James Spader è bravissimo a portare in scena tutti i tick del suo personaggio, inoltre Spader è un professionista unico nel suo genere, dà sempre la sensazione di uno che potrebbe essere tipo il più grande attore del mondo, se solo non fosse impegnato a fare altro, che so tipo vivere la sua vita senza particolari grilli da divo per la testa, in questo senso è l’attore perfetto per un regista come Steven Shainberg.
Parliamo dello stesso attore che sale agli onori del grande pubblico con il nerd di “Stargate” (1994), ma poi non ha paura di rischiare con film difficili e dall’alto contenuto di “parola con le tre S” come Crash di David Cronenberg.

Quando c’è del torbido nell’aria, ciccia fuori James Spader.
Ma la migliore è proprio Maggie Gyllenhaal che grazie al suo ruolo in questo film si è affermata portandosi a casa anche svariati premi, se Spader non è arrivato tardi il giorno in cui distribuivano il coraggio agli attori, quel giorno al banchetto per la consegna del coraggio forse c’era Maggie Gyllenhaal, un'altra che ha dimostrato anche recentemente nella serie tv The Deuce, dà il meglio quando l’argomento della trama si fa adulto. 
Qui è semplicemente perfetta nel trasformare il suo linguaggio del corpo da goffa ragazzina insicura (il doppiaggio italiano accentua questo dettaglio) a donna sicura di sé, dico sempre che la trovo piuttosto sensuale anche senza essere bella come il canone della vostra attrice media di Hollywood impone, ma a dirla proprio fuori dai denti: più bella di come compare in questo film non è mai stata, in un'immedesimazione totale con il suo personaggio.
Alla fine il messaggio di “Secretary” è piuttosto chiaro, gioioso anche nel suo essere assolutamente non moralista: l’amore non deve essere per forza tenero, o ancorato ai canoni della convenzione, deve essere giusto, deve adattarsi alla perfezione alle persone e bisogna essere, anche fortunati, per trovare la persona giusta con cui esprimerlo, allora si può essere davvero “Il piacere del dolore”.

16 commenti:

  1. Avevo visto "Crash" (anche perché avevo letto il romanzo di Ballard) ma questo no. Una lacuna da colmare.

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    1. Te lo consiglio, rispetto a “Crash” è molto più lineare, ma direi anche più solare, eppure resta un ottimo film, una delle migliori prove di Spader secondo me, l’altra è proprio “Crash”. Cheers!

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  2. Come sempre bella recensione, Cassidy, ma tra me e l'idea di vedere questo film non c'è proprio nessun feeling. Tutto quel che ho visto e letto su di esso, dal 2002 in poi, me ne ha sempre tenuto lontano. In genere mi bastano tre immagini di un film, per esempio quelle di questo post, per capire che ha un tipo di rappresentazione che non è nelle mie corde.

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    1. Grazie mille Ivano, sempre gentilissimo ;-) La fama di questo film lo precede, eppure quanto è stato detto e scritto su di lui è secondo me filtrato, dalla voglia tutta italiana di cosette pruriginose a tutti i costi. A mio avviso l’intelligenza del film sta nell’applicare le dinamiche del BDSM al mondo del lavoro, però di suo è un film gioioso (se non proprio giocoso), mosso da uno spirito che sembra quasi opposto rispetto a tutti quelli alla sua uscita, lo hanno bollato come super scandaloso. Poi mi gioco l’ultima carta, due parole: Leonard, Cohen. Sto giocando sporco lo so :-P Cheers!

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    2. Non è l'argomento, è proprio quel che ho potuto cogliere, da spezzoni e immagini, de la mise en scène che mi respinge.

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    3. Ivano, non so se ti fidi di me, ma devo provarci: se ne hai occasione, vediti questo film, perché nessuna immagine potrà mai rappresentarlo! Quando ho visto il trailer mi sono fatto un'idea totalmente sbagliata del film e l'ho visto solo perché non avevo capito che era lo stesso titolo del trailer: è stata una folgorazione!
      E' un piccolo film che rifiuta ogni gradevolezza, ogni lisceria, ogni patina da romanzone: è sgradevole quando deve esserlo e se conosci Maggie Gyllenhaal sai che non si tira mai indietro quando c'è da distruggersi in video. Sono più che sicuro che se inizi a vederlo poi non riuscirai più a distogliere lo sguardo ;-)

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    4. Alle parole di Lucius posso solo aggiungere Amen, e ribadire il concetto: Leonard, Cohen, Leonard, Cohen, Leonard, Cohen :-P Continuo a giocare sporchissimo lo so! Cheers

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    5. Boh, magari lo prendo in prestito in biblioteca e provo. Ma è che tutte le volte che ho rinunciato a seguire il mio istinto poi me ne sono sempre pentito...

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  3. Mi spiace di aver imbrattato il tuo bellissimo blog con la mia mefitica presenza, ma ti ringrazio di cuore per la possibilità di prendere parte al tuo speciale, davvero mille grazie! :-D Cheers

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    1. Imbrattato? Ma scherzi? Ben vengano imbrattamenti come questi!

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  4. Eckomy!
    Ma sì, ricordo perfettamente quando uscì il film, e come venisse salutato in generale... sembrava fosse un porno soft, di quelli per pipparoli quattordicenni. E invece.
    Molto bello che abbia tre fasi, tra cui quella ironica (anche se non sempre arriva, come dici). Peccato, fosse uscito oggi, altro che 50 sfumature.
    Ah, quoto quel che dici sul lavoro. In fondo la vera libertà non è la disoccupazione? XD

    Moz-

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    1. Eccoti!
      La mancanza di memoria ci frega, davanti a “50 sfumature” la reazione avrebbe dovuto essere unanime: Toh, una brutta copia sbiadita di Secretary ;-) Temo che nella nostra società la vera liberazione sia essere nati schifosamente ricchi! ;-) Cheers!

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  5. Attendevo con ansia questo post, e ad inizio mese avevo anticipato che sarebbe arrivato il "vero" Grey, mica quello delle 50 sfumature di mosceria :-P
    Ho amato in modo profondo e violento questo film, già conoscevo Spader e lo adoravo ma è stato il mio primissimo incontro con Maggie Gyllenhaal, titanica in questo ruolo della vita. Ogni volta che la vedo e la apprezzo, non posso non pensare a quanto sia stata epocale: suo fratello Jake forse è più famoso, ma credo che il talento in famiglia scorre più nelle vene di Maggie ;-)

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    1. Ti ringrazio molto per l’entusiasmo, sto finendo di leggere i tuoi pezzi per lo speciale, sono usciti nel mezzo del mio trasloco quindi sono rimasto un po’ indietro, ma sai che mi leggo tutto ;-)
      Spader è bravissimo ed enigmatico, di lui apprezzo che possa fare davvero di tutto, su Maggie sono molto d’accordo, inoltre trovo che abbia un coraggio, dal punto di vista delle scelte dei ruoli, da attrice degli anni ’70, mancano i ruoli coraggiosi per il suo talento, perché più il personaggio diventa controverso, più lei sembra a suo agio, qui davvero è perfetta ;-) Cheers!

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  6. Lo vidi al Cinema nel 2002, devo dire che all' epoca apprezzai poco la seconda parte. La considerai poco in linea con le prime scene del film.Rivedendolo oggi forse apprezzerei di più magari grazie anche a questo post.

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  7. Ciao rispetto a quello che ho letto finora cronologicamente in questo tuo pezzo cè proprio quello che manca negli altri.
    Il senso dell'ironia.
    Mi hai sorpreso positivamente (ammetto che pensavo di leggere la rece di un altro film con le solite noiosissime tematiche sadomasochiste nazional popolari-passami la citazione Baudiana-)
    E' anche vero che negli argomenti trattati in precedenza c'era poco di che ridere.
    Tra i film citati negli articoli precedenti (Venere in pelliccia ,Masoch fino all'impero dei sensi e anche L'Inferno di una donna)non credo di bestemmiare se affermo che manca appunto quella componente , per me importante che rende in qualche modo "digeribile"..non dico il sadomaso ma il tema principale di questo speciale.
    Il piacere del dolore.
    E piacere vuol dire anche scherzarci sopra ironizzarci su questa perversione.
    Non so se mi sbaglio ...ma "Secretary" forse è questo.
    Anche questo devo aggiungerlo alla lista di film da vedere.
    Ci vorra un pò di tempo ma una volta visto il film te lo commenterò sicuramente, qua o sul tuo blog.
    Ciao Cassidy

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